sabato 31 dicembre 2011

Spuma d'onda

A Cesare Pavese, che mi ha prestato la storpiatura di un suo titolo;
alle alghe magiche di Cleveleys.


Durante la notte era nevicato. Finalmente, era nevicato. Il vento aveva fischiato contro le finestre e i vetri scricchiolavano. Lungo le imposte si aprivano le crepe e Lydia sapeva che sarebbe successo: le finestre sarebbero implose in tante schegge, la carta da parati avrebbe visto mille ferite sanguinare. E lei, il suo corpo, al centro della stanza, ne sarebbe stato trafitto come di tanti spilli, come quando si incrina uno specchio. Sarebbe successo, se il vento continuava a soffiare così.
Poi era arrivata la neve. Ma neanche allora si era placato e la sua furia riverberava ancora e ancora in un boato d’inferno. Il fischio veniva giù dai camini. Lungo la strada la neve si sollevava in refoli e ricadeva per spirali. E le auto ne erano sommerse. La spiaggia ne era sommersa. E la spuma di mare si disfaceva in neve e la neve era spuma, col risultato che non c’erano più confini. E mare e cielo e terra erano la stessa cosa, nel segno del vento che si abbatteva, nel segno della neve che si sollevava e ricadeva.
Poi vennero a dirle che era davvero spuma. Lydia strizzò gli occhi e tra le ciglia guardò in su.
« Spuma » ripeté il dottore « Viene dal mare. »
Il dottore, invece, veniva da casa. Veniva due volte la settimana con la borsa di pelle con dentro gli strumenti. Le siringhe, il cotone, le flebo, lo stetoscopio. Veniva per sua madre che stava male da tanti anni e non si alzava mai dalla poltrona.
Quando spostarono la poltrona davanti alla finestra, la signora Porter disse:
« Neve. »
« Spuma » ripeté il dottore « Viene dal mare. »
« Cos’è? » chiese Lydia.
« Non lo sanno. Stanno ancora prendendo dei campioni giù alla spiaggia. »
« Sarà tossica? »
« Non lo sanno. Ma puzza da morire. »
Quando il dottore se ne andò, la signora Porter restò alla finestra. Lydia le pose un plaid sulle ginocchia e sedette accanto a lei su una seggiola impagliata. I loro occhi correvano al mare, dove la schiuma si rompeva sulla criniera delle onde e più e più si riversava sulla costa. E dalla costa trabordava in strada. E poi il vento se la prendeva in bocca e la soffiava contro i vetri. Nel camino crepitava il fuoco. Sul fornello bolliva l’acqua con dentro le patate.
« Bello » disse la signora Porter.
« Lo è » disse Lydia, ma non sapeva che altro pensare. Perché un conto era pensare che era neve. Un conto una schiuma che non si sa da dove arriva. Certo, veniva dal mare. Ma è tanto grande il mare. Il mare è ovunque, il mare è tutto. Il mare è sotto la crosta della terra che aspetta di venire a galla. Da quale mare veniva? E perché il vento e le correnti la soffiavano su Cleveleys?
La signora Rodin era rimasta impantanata. Le ruote slittavano sull’asfalto brumoso e non si andava né avanti né indietro. Il tergicristalli spostava la schiuma da sinistra a destra e da destra a sinistra, ma la schiuma c’era sempre. Niente poteva asciugarla e niente poteva staccarla e così se ne andava di qua e di là a seconda del vetro che si tergeva. La signora Rodin era spaventata. Le ruote slittavano e slittavano e dietro di lei suonavano i clacson. Nella busta della spesa c’erano le anguille da fare marinate e siccome erano vive le sentiva sguazzare nel nylon. Il suono era scivoloso come una carezza bagnata e le veniva da ritrarsi contro il sedile. Aveva schifo di tutto. Aveva schifo di quella schiuma. Perché il vento, perché le correnti la soffiavano su Cleveleys?
Il dottore teneva la sciarpa premuta sulla bocca, ma la puzza filtrava lo stesso. Filtrava nelle ossa e si attaccava ai pantaloni. C’era qualcosa di marcio, di corrotto. Era un lezzo di decadenza e di cancrena. Clara aveva già apparecchiato per il pranzo. Lo sapeva, e voleva arrivare presto a casa. Dannata Lydia, dannata signora Porter, che non si può guarire chi ha in sé il proprio male. E uscire con questo tempo. Da pazzi. Il vento spazzava la costa a cento chilometri l’ora. Era una cosa da pazzi. Perché il vento, perché le correnti si accanivano su Cleveleys?
A Daniel non avevano detto che era spuma. La mamma stava pulendo il bagno e lo aveva mandato fuori a giocare.
« Ma metti la sciarpa. E il cappello. E i guanti. »
Daniel aveva infilato anche due paia di calzetti, perché sapeva che la mamma s’era scordata di dirglielo. Poi era uscito in giardino a giocare. Aveva appuntamento con Sarah, ma Sarah non era venuta. La mamma di Sarah non era come la sua, che lo mandava dovunque purché avesse due paia di calzini. La mamma di Sarah le faceva mettere le calze e poi si arrabbiava sempre se ci faceva un buco.
Lo avrebbe fatto da solo, il pupazzo. Aveva anche la carota. La mamma gli aveva detto che poteva prenderla. Le neve si sfaldava tra i guanti, non era compatta e i piedi ci sprofondavano dentro negli stivaletti. Che roba, pensava. Quando poi provava a farne un mucchietto, subito il vento gliela levava dalle mani e la piroettava lontano, e Daniel si trovava con un mucchietto di niente tra i guanti rossi. Non si poteva fare un pupazzo così. Era colpa di Sarah che non era venuta. Era sempre così brava a fare i pupazzi. Che noia quest’inverno su Cleveleys.
Alla tv non sapevano ancora che dire. I giornalisti si vedeva che non riuscivano a restar seri. Il signor Hughes, che era quello dell’industria di saponi, diceva che lui non c’entrava niente. Il signor Maelstrom, quello del cotone, diceva che cotone non era, e si vedeva. Le signorine Spencer e Kay dicevano che non era amido di mais e pure questo si sapeva, perché non aveva un buon sapore.
« Il mio sapone profuma » diceva il signor Hughes, e su questo non si poteva dargli torto. Cos’era, allora, quella schiuma su Cleveleys?
In realtà lo sapevano tutti, cos’era quella spuma su Cleveleys. Solo che nessuno glielo chiedeva. Solo che, interrogati, non avrebbero risposto. Avrebbero detto, che vuoi che sia? E ognuno voleva che fosse una cosa diversa. Perché quando una cosa bianca arriva e si spalma sul mondo e si incolla alla finestra e vi mozza il respiro allora qualcosa per forza dev’essere. Un significato c’è sempre. Non l’hanno ancora inventata una cosa senza senso. Questo pensavano gli abitanti di Cleveleys e in fondo ognuno aveva ragione.
Per la signora Porter la spuma era neve. Era la neve di quando Lydia era piccola e la vedeva giocare nel cortiletto a rincorrersi e il signor Porter stava presso il camino e parlavano. Ogni tanto litigavano e lui restava a fissarla da sotto le sopracciglia cispose. Ogni tanto alzava le spalle. Allora lei si sollevava dalla poltrona sulla quale stava a fare l’uncinetto e diceva:
« Dai, non litighiamo più. »
Da quando il signor Porter era morto sembrava che non fosse più nevicato, ma adesso la neve era tornata, era tornata. E a lei sembrava di avere la forza per alzarsi dalla poltrona.
Per la signora Rodin la spuma era sperma, di quando Franz le era venuto dentro con quella cosa cremosa e bianca e lei si era messa a piangere perché non voleva che venisse. Glielo aveva detto che non voleva più. Glielo aveva detto che non voleva più. Ma quelle stupide valige erano sempre sul letto e lui non le riempiva mai. Tornava a casa che puzzava e con un manrovescio buttava lei sul letto. E piuttosto che marinargli le anguille le avrebbe strette volentieri intorno al collo o si sarebbe soffocata con un sacchetto. Purché quella spuma bianca scomparisse. Purché le anguille smettessero di guizzare. Purché smettesse di venire e di venire per centinaia di volte dentro la testa, che non andava via neanche coi tergicristalli.
Per Daniel la spuma era il detersivo che la mamma buttava giù nel gabinetto. Papà glielo diceva sempre che certi prodotti andavano bene e certi no. Ma a Daniel non importava molto, perché adesso la mamma aveva fatto la neve e anche se Sarah non veniva poteva restarsene lì fuori a pensare a quando sarebbe venuta. E avrebbero fatto insieme il pupazzo. Per Daniel la spuma era Sarah e Sarah era l’assenza e le sue calze.
Per il dottore la spuma erano alghe in putrefazione. Alla fine si erano decisi a dirlo alla tv. Per questo quella puzza d’inferno. Clara aveva tappato le finestre, ma la puzza si sentiva lo stesso, che copriva anche i fumi dell’arrosto. E non sarebbe finita fino a che il vento non avesse cessato di soffiare.
Soffiava ancora il vento quando Lydia corse alla spiaggia. Sapeva che la signora Porter la guardava dalla finestra. Forse non vedeva che un puntino, ma quel puntino era importante, perché era lei, sua figlia, e la signora Porter aveva una vista d’aquila quando si trattava di tenerla d’occhio. Lydia aveva ventiquattro anni e le piaceva correre a piedi nudi sulla sabbia. Anche d’inverno le piaceva, perché d’inverno si trovano più conchiglie e certe volte la corrente arriva a lambire la carreggiata sul lungomare. Gli stabilimenti sono tutti chiusi e scoloriti e i cancelli cigolano. A Lydia piaceva sentire questi rumori e le piaceva pensare che il mondo stava lì solo per andare tutto in pezzi. Il pensiero ogni tanto le dava conforto. Tutto sarebbe andato in pezzi. Anche lei. E le conchiglie, i rametti, le piume, gli ossi di seppia, ognuna di quelle cose un tempo era stata un pezzo di qualcos’altro. Così non si doveva avere paura quando ci si sente in pezzi. Perché può sempre capitare che ti raccolga una mano gentile. Perché può sempre capitare che l’onda ti riprenda e ti restituisca all’abisso. Non sapeva, Lydia, se era felice o se era triste. E non sapeva se la schiuma le piaceva. Però neve o sapone o sperma o assenza che fosse, Lydia le correva incontro, le correva incontro ed era un tutt’uno con le onde alte e col vento che soffiava su Cleveleys.

Di Chiara Pagliochini

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