domenica 30 ottobre 2011

Lord Jim, Joseph Conrad


“Se n’era andato. La notte lo aveva inghiottito. Mi rimase negli occhi l’immagine di lui, di un uomo impacciato, sconfitto, finito. Era terribile. Udii il sordo cricchiare della ghiaia sotto le sue scarpe. Stava correndo. Stava correndo, vi dico, e non sapeva nemmeno lui dove era diretto. E non aveva ancora compiuto ventiquattro anni.”

Ho iniziato a leggere Lord Jim il giorno stesso in cui ho terminato Moby Dick e debbo dire che la linea di continuità tra i due romanzi continua ad apparirmi sorprendente. Entrambi romanzi di mare,  entrambi universi maschili il cui valore fondante è la solidarietà tra uomini che esercitano la stessa professione, entrambi grandiose tragedie umane mascherate da libri d’avventura.
Il signor Joseph Conrad scrisse questo romanzo tra il settembre del 1899 e il luglio del 1900. Sulla stessa scrivania, sotto il cerchio opaco dalla lampada, giaceva un altro suo libretto, forse il più famoso, forse uno tra i più grandi della modernità. Lord Jim e Cuore di tenebra sono fratelli di sangue, nati sulla stessa scrivania e nelle stesse ore dalla mente di quello strano uomo approdato alla scrittura dopo una lunga vita piena d’avventure. Il mare, le lussureggianti foreste vergini, i corpi seminudi degli indigeni sono una parte così originale della sua produzione che quasi quasi viene l’istinto di accostarlo ai romanzieri americani, piuttosto che alla pacata narrativa europea. Ma Conrad americano non era e non era neanche inglese, sebbene sia l’inglese la lingua in cui scrive. Conrad era polacco e l’inglese era la sua terza lingua dopo polacco e francese. Il che è esattamente la stessa cosa che pretendere che io scriva un libro in russo.
Il nodo centrale di Lord Jim è molto semplice e sintetizzabile in 3 domande:
- Chi è Jim?
- Perché si comporta così?
- E' possibile capire chi Jim sia e perché si comporti così?

Chi è Jim?

- Come si chiama? Jim! Jim! È un nome che, così da solo, non significa proprio nulla.
- Qui lo chiamano Tuan Jim, - disse Cornelius con disprezzo. – Sarebbe come a dire: Lord Jim.

Jim è un ragazzo che non ha ancora compiuto ventiquattro anni. Figlio di un rispettabile pastore inglese, ha scelto di condurre una vita di mare, per inseguire i propri sogni di grandezza. Il suo animo è intriso di ogni valore positivo che voi vogliate concedergli: è coraggioso, è generoso, vorrebbe diventare capitano e guidare la propria nave in oneste imprese, essere un modello, essere rispettato e amato dal proprio equipaggio. Disprezza ogni individuo ignobile che il Fato mette sul suo cammino, ama con altrettanto fervore le anime grandi. È ingenuo, è avventato, di facili innamoramenti e facili timori, ma cerca di mantenersi saldo, perché sa che solo con l’esercizio della costanza e del dovere potrà raggiungere i propri obiettivi. È gentile d’aspetto, è vigoroso, è intelligente. È la persona migliore cui possiate pensare e, contrariamente alle nostre aspettative di lettore, la sua perfezione non lo rende antipatico neanche un po’. Jim è semplicemente la cosa migliore che si possa essere alla sua età, gode del rispetto e dell’ammirazione di ogni persona che venga a contatto con lui, è la giovinezza alla massima potenza.
Ma poi Jim cade. Nella sua corazza di invulnerabilità si apre una piccola crepa, e Jim commette qualcosa che non riuscirà mai a perdonarsi. Nel momento del pericolo, sopraffatto dalla forza della propria immaginazione, che lo spinge a concepire indicibili orrori, Jim abbandona al loro destino la propria nave e gli uomini posti sotto la sua protezione. Jim salta dalla nave. È perduto per sempre.

Perché Jim si comporta così?

“C’era della solennità, nelle sue parole, ma anche una sfumatura di ridicolo; poiché sempre appaiono solenni e ad un tempo ridicole le lotte intime di un individuo che cerchi di salvare dal fuoco l’idea che egli si è fatto della propria identità morale.”

È proprio a questo punto della vicenda che noi incrociamo gli occhi di Jim per la prima volta, quegli occhi blu di una profondità insondabile. Jim è posto sotto processo per l’atto di aver abbandonato la nave alla deriva. I suoi compagni di fuga si sono dileguati. La nave, che sembrava sul punto di affondare, è rimasta miracolosamente a galla ed è stata rimorchiata incolume dopo qualche giorno. Ora tutte le Indie Orientali sanno dell’atto ignobile compiuto dal nostro così caro ragazzo.
Lo sa anche Marlow, solido e navigato capitano, ed è attraverso gli occhi di Marlow che noi guardiamo Jim. Marlow, per chi non lo sapesse, è lo stesso simpatico narratore di Cuore di tenebra, che giaceva sulla stessa scrivania giusto un po’ più a destra. Al nostro Marlow non manca una certa dose di auto-ironia, tanto che si sente portato ad esclamare:

“Credo proprio, cari amici, che ognuno abbia il suo angelo custode, se mi concedete che ognuno ha pure il suo demone familiare. […] È proprio qui, vicino a me, e, poiché è maligno, non si lascia sfuggire occasione per mettermi in mezzo a quel genere di cose. Quali cose? chiederete voi. Quel genere di cose, quel cumulo di circostanze che per vie traverse, inattese, veramente diaboliche, mi fa sempre imbattere in uomini affranti, sfiniti, vinti, per Giove!, che subito, non appena mi vedono, si credono in dovere di sciogliere la lingua e farmi le loro infernali confidenze.”

Come si può non comprendere il povero Marlow, anima semplice e generosa, cui nel giro di pochi anni sono capitati a portata d’orecchio due tipetti destabilizzanti come Kurtz e Jim? A me fa tutto sommato tenerezza.
Ma c’è anche da dire che Marlow in un certo senso se le cerca, un po’ per curiosità morbosa di quel “cuore di tenebra” che muove le azioni umane, un po’ perché pensa che indagare quel cuore di tenebra sia come tenere in mano le chiavi di un forziere e che dentro quel forziere sia contenuta una preziosa verità. Marlow non guarda a Kurtz e a Jim soltanto come individui, ma soprattutto come simboli, e sta qui il suo demone personale. Marlow vuole rispondere a una domanda, la stessa che l’uomo si pone dai tempi di Sofocle, dai tempi di Shakespeare. Esiste un ordine precostituito delle cose? L’uomo organizza la sua esistenza entro una serie di regole e di istituzioni. C’è il re, c’è il codice della marina. Questi ordini sono solidi ed immutabili. Ma cosa succede quando un uomo, un singolo, li mette in crisi? Quando un uomo come Macbeth uccide il re, quando un uomo come Jim salta dalla nave? Vuole forse dire che questi sistemi non sono poi così sacri? Vuol dire che non esiste un codice morale? Vuol dire che non si deve rispondere ad altro che alle leggi della propria anima e del proprio cuore? E dove la legge morale imposta coincide con la legge morale dell’individuo?

Marlow rimane molto colpito dalla giovinezza e dalla grandezza d’animo di Jim. Ne rimane colpito al punto di volerlo studiare. Ne rimane colpito al punto di volerlo aiutare. “Io ero il solo diaframma fra lui e il cupo oceano”, ci dice.
Marlow aiuterà Jim materialmente, ma soprattutto gli offrirà infinite occasioni di riscatto, perché Jim necessita di infinite occasioni in cui esercitare la sua grandezza morale, infinite occasioni onorevoli che cancellino dalla sua coscienza quell’unica azione disonorevole. Jim non riesce a perdonarsi, non riesce ad accettare di aver rinnegato con una sola azione il sogno di una vita, non riesce a guardare negli occhi le persone sapendo che essi sanno quale è stato il suo peccato. Ogni sguardo lo intende come uno sguardo di rimprovero. Ogni parola lasciata cadere come una sferzata per la sua viltà. Ogni mano che si tende per stringere la sua la sente tentennare come se fosse disgustata. Jim è come uno che abbia un cartellino appeso in fronte, un cartellino che assomiglia alla A scarlatta del romanzo omonimo, ma non la A ricamata di Hester, bensì quella marchiata a viva carne su Arthur Dimmesdale. Marlow intuisce che c’è un solo modo per aiutarlo. Mandarlo lontano, lontano, mandare Jim lontano dove nessuno lo conosca, dove nessuno sappia che cos’è essere uomini d’onore e cosa sia la moralità per gli uomini bianchi. Ed è così che Jim finisce a Patusan, un’isoletta della Malesia, tra i selvaggi (vi ricorda qualcosa?). Jim finisce in un luogo che più in basso di così non si può cadere. Si può soltanto risalire. E tornare a brillare di quella giovinezza rapinosa che è la sua forza.

È possibile capire chi Jim sia e perché si comporti così?

Per aiutare Jim, Marlow si fa a sua volta aiutare da un amico di vecchia data, Stein, commerciante tedesco e collezionista di farfalle. Marlow si reca da Stein per avere consiglio riguardo al caso di Jim e la loro conversazione esordisce così:

- Ho appena finito di descrivere questo rarissimo esemplare… Bah! E lei, che novità mi racconta?
- A dire il vero, Stein, sono qui proprio per descriverle un esemplare almeno altrettanto raro…
- Una farfalla?
- Oh! Nulla di altrettanto perfetto. Si tratta di un uomo!
- Ach, so! – mormorò Stein, mentre il sorriso gli si spegneva lentamente sulle labbra. Poi, dopo avermi fissato in silenzio per qualche istante, disse con lentezza: - Ebbene, sono un uomo anch’io, dopotutto.

Credo che Stein sia la vera voce filosofica del romanzo, e credo anche che sia un po’ Shakespeare, un piccolo Shakespeare delle Indie Orientali che colleziona farfalle. È Stein a diagnosticare con precisione la malattia di Jim: “Comprendo perfettamente. – disse. – è un romantico.”
Ma come si cura un romantico? Sappiamo curare la febbre, sappiamo curare il morbillo. Ma chi è malato dei propri sogni, come si cura? Stein accosta Jim ad Amleto (e noi scopriremo più tardi che tra gli oggetti di Jim c’è una collezione delle opere complete di Shakespeare). Ma se il problema di Amleto era “essere o non essere?”, il problema di Jim è invece “come essere?”. Non c’è niente da fare, sostiene Stein. Non ci si cura dai propri sogni, tutto ciò che si può fare è cedere all’elemento distruggitore. “Un uomo che si lascia afferrare dai vortici di un sogno è come un uomo che cada in mare. Se cerca di risalire alla superficie lottando contro l’elemento che lo tiene prigioniero, come fa la gente inesperta, affoga, nicht wahr! No, no! Non così si deve fare! Ci si può salvare soltanto sottomettendoci all’elemento stesso, accettandone la legge…” “Bisogna affidarsi all’elemento distruggitore. Questa è l’unica via… Seguire il sogno… abbandonarsi al sogno… e ancora seguirlo… ewig… usque ad finem”.
Insieme Marlow e Stein converranno di spedire Jim a Patusan, il più lontano avamposto della civiltà, in qualità di agente commerciale. E qui comincia la seconda parte della sua storia.

A Patusan Jim riesce finalmente a mettere in atto tutto ciò che la sua anima era in potenza. Jim viene accolto come una sorta di divinità e di capo tra i selvaggi, salvandoli dallo strapotere del rajah e dei predoni, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Lord. A Patusan nessuno lo conosce, nessuno può rimproverargli nulla. Là la sua parola è legge, ma sempre egli agisce per il bene di quella gente, che da subito diventa la sua gente. Jim non è Kurtz, non ha l’animo del colonialista, non accetterebbe mai sacrifici umani. Jim è proprio un bravo ragazzo. “Egli è uno di noi”, non si stanca di ripetere Marlow.
A Patusan Jim troverà anche l’amore di Gioia, giovane e fragile donna di sangue misto, che egli considera come il suo gioiello, tanto che nelle terre lontane si parla di lui come di un uomo che abbia trovato un grande tesoro, forse una grossa pietra verde, che porta sempre sepolta nel petto.
La vita di gloria, di avventura, di coraggio, la vita di romanzo che Jim da sempre sognava è finalmente la sua vita. Ma non per molto.

Tre anni dura il Paradiso per Jim, tre anni durante i quali nessun uomo bianco viene a turbare la sua pace e a riportargli davanti agli occhi fantasmi che egli crede di essersi lasciato alle spalle. Ma poi l’uomo bianco torna a disturbarlo, a rinfacciargli di nuovo quel crimine di gioventù che Jim ancora non si perdona. Arriva sotto le spoglie di Brown il Gentiluomo, un pirata, un assassino, il peggiore della sua specie. I due avversari si confrontano sulle due sponde di un fiume , “separati soltanto da uno stretto rio fangoso ma ognuno al polo opposto di quella concezione della vita che abbraccia tutto il genere umano”.
Brown è approdato a Patusan per caso con la sua masnada di disperati, per depredare l’isola e mettere qualcosa sotto i denti, ma gli indigeni, ormai forti del coraggio infuso loro da Jim, hanno respinto il suo attacco, costringendolo a riparare su un’improvvisata collinetta fortificata. Brown guarda negli occhi quell’uomo bianco, quell’anima bianca che è Jim, e lo disprezza, perché non lo capisce. Non capisce cosa l’abbia spinto ad arrivare fin laggiù, ma intuisce che dentro di lui deve pur esserci una zona buia. E fa leva sulla sua percezione per avere la meglio.
Di fronte alle insinuazioni di Brown tutte le certezze conquistate da Jim capitolano. Di fronte a una frase come questa, e per giunta pronunciata da un pirata e un assassino, è facile capire come Jim si senta morire: “Non sono di quelli che si sottraggono alle proprie responsabilità, io. Io e i miei uomini siamo tutti nella stessa barca e se devo affondare… ebbene! Voglio affondare con loro! Non sono tipo io da lasciarli così nei pasticci”.
Tutto sembrava finito, e invece niente è finito. E Jim ha di fronte un’altra occasione di tentennamento. Cosa farà, stavolta? Salterà ancora? O rimarrà saldo sulla tolda della nave, fedele alla propria natura e ai propri sogni?

Lord Jim è un grande romanzo perché è un romanzo che non offre risposte. Né Marlow né Gioia né Stein né Brown sanno capire Jim, non fino in fondo, perché nessuno capisce nessuno, e “nessun uomo è un’isola” è una favoletta per balordi. Jim è un’isola in un arcipelago di isole tutte con le proprie complessità, i propri sogni, i propri rimorsi. Capirsi è impossibile. Si può solo raccontare la verità parziale che si è intuita, e Marlow,Gioia, Stein, Brown, mille altri personaggi fanno questo. Chi è Jim? Un pazzo! Un romantico! Un vile! Un egoista! Un traditore!
Jim è un uomo, è un ragazzo, è “uno di noi”.

sabato 29 ottobre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap. 10

hanging 1 by ~nangapanda

Se a distanza di anni qualcuno mi chiedesse ma cosa ci facevi all’agenzia?, credo che per un momento o due non saprei cosa rispondere. Sempre più spesso, lezione dopo lezione, mi sorprendevo a pensare che quello non fosse decisamente il mio posto. È vero, avevo i miei problemi, le mie frustrazioni, ma non avevo mai pensato seriamente al suicidio. Non ci pensavo neanche quella volta, quando, sprofondato nel divano, avevo alzato la cornetta. Sentivo, forse, il bisogno di parlare, di un orecchio comprensivo, ma niente come pistole o corde o cavalcavia mi era mai saltato per la testa. E allora, perché continuavo a restare? Perché non me n’ero chiamato fuori subito? Subito, non appena quelle parole strane e tentatrici erano uscite dalla bocca di Iris. Subito, non appena quel pagliaccio del Mishima ci aveva insegnato come sbudellarci. Perché, se non per lei? Perché, se non per loro?
Alle volte, quando mi fermavo a pensarci, tutto appariva limpido come una lastra di cristallo. Molto spesso vedevo la Morte ferma all’angolo della via ma, quando la vedevo, non era lì per me. La Morte era ovunque ed era qualsiasi cosa, ma non cercava mai me. Quando le passavo davanti, nemmeno si voltava. Io mi voltavo, invece, io mi voltavo e la sfidavo dritta negli occhi e la riconoscevo. Poteva assumere qualsiasi forma, truccarsi il viso sempre di un colore diverso e mettere una gonna ogni giorno più corta, ma io la riconoscevo, come sempre si riconosce la donna che ci piace. Ogni giorno la osservavo un po’ più a lungo, ogni giorno mi piaceva un po’ di più. Guardavo Irene, guardavo Cassandra, guardavo tutti loro nel punto più profondo e scuro degli iridi e lei era lì ammantata, imbellettata, allettante. La Morte mi piaceva ed io la corteggiavo: era lei che rifiutava me.
 E in tutto questo io non potevo fare altro che guardare, non potevo che assistere al disfacimento altrui, crogiolarmi nei tormenti di un altro. E raccontare. Io potevo raccontare. Ero l’unico che potesse farlo. E così nel mio racconto essi vivono. Quelli che la Morte ha fatto suoi vivono in me, ed io li tengo vivi come posso. È la grandiosa rivincita di uno spasimante respinto.
Vi racconterò di Eugenio, di quella sera in cui la signora Francesca spalancò la porta della sala relax con un viso da far paura, le braccia aperte come ali di cornacchia, di come Iris dovette tenerla e carezzarle a lungo i capelli e aprirle le dita pian piano, una ad una, per staccarle dalle unghie la carta di credito. Lunghe lacrime colavano di mascara e i bei capelli lisci come tessuto sembravano più flosci, più opachi che mai. Eugenio non la guardava. Stringeva il bavero della camicia con due mani, come se pensasse di strozzarsi lì per lì. Nessuno sapeva che fare, nessuno sapeva che dire.
« Farabutti! » buttava là Francesca, ogni tanto, divincolandosi dalla presa materna di Iris.
“Farabutti” ed “è colpa vostra!”, ma non era affatto colpa nostra. Non era neanche colpa di Eugenio. Non è mai colpa di nessuno.
Francesca era quel genere di donna, io credo, che non vede più in là di ciò che li si dice. Non era la donna insensibile, sofisticata che avevo immaginato. Era solo una donna con una grande fiducia nel futuro e nel potere d’acquisto, entrambi personificati dalla massiccia figura di Eugenio. Amava forse suo marito e forse si sentiva ingannata, da lui, da noi, dal commesso del negozio. Tutto era improvvisamente svanito dal suo orizzonte insieme alla banda magnetica della piccola carta di credito. Non più la cameretta del bambino. Non più la nuova Miuccia Prada. Non più il weekend nell’agriturismo in Toscana.
Irene era seduta a gambe incrociate, con la testa reclinata e i lunghi capelli che le coprivano il viso. Ci si poteva chiedere se ascoltasse o se dormisse. Mi sedetti accanto a lei senza dire una parola e restai a guardare Francesca, ancora stretta nella morsa di Iris, un po’ che si divincolava e un po’ piagnucolante.
« È una fortuna che l’abbia scoperto… » dissi, sovrappensiero.
Irene si scansò una ciocca di capelli dagli occhi, mi fissò e disse lentamente:
« Perché fortuna? »
« Beh, se lo porterà via e… »
« E cosa? Potranno divorziare, andare ognuno per la sua strada eccetera eccetera? »
« Possono trovare una soluzione insieme. »
« Possono essere infelici insieme. »
« Sempre meglio che un’infelice e un morto. »
« A me pare più brutta l’altra, due infelici. »
« Due morti come ti pare? »
« Come Romeo e Giulietta. »
La guardai stranito e mi accorsi che sorrideva, ed era così bizzarro, perché sorrideva come se trovasse tutto molto divertente. Ma era impossibile capire se scherzasse. Era sempre impossibile capire quando scherzava.
E in tutto questo Eugenio era solo, solo come il cerchio illuminato su un palcoscenico, con l’attore che tace. Ognuno di noi era concentrato sui suoi gesti, ognuno con la coda dell’occhio lo osservava, ma lui non faceva niente. Era lì, immobile, le dita ancora congestionate sul colletto, con l’aria di stare per commettere qualcosa di terribile o tremendamente importante, che pure sempre rimandava. Quando si mosse, i nostri occhi lo seguirono come tante formiche. Si mosse e batté con la grossa mano pelosa sulla spalla di Iris. Le batté la spalla e Iris si staccò da sua moglie e fece due passi indietro. Francesca si asciugò gli occhi rossi come ceralacca e guardò in su attraverso la frangia. Eugenio schiacciò la MasterCard con la suola di una scarpa. Si abbracciarono.
Nessuno di noi sentì cosa si dissero, perché restarono così abbracciati per qualche minuto. Tutti noi immaginammo qualcosa. Io mi immaginai che dicessero così:
« Non abbiamo più un centesimo. »
« Non andremo più da nessuna parte. »
« Dobbiamo vendere la casa. »
« Ma dopo… »
« Tu prendi l’aereo, vai da tua madre a Caracas. »
« È morta. »
« Così avrai la casa tutta per te. »
« E tu che farai? »
« Io morrò. »
« E io che farò? »
« Tu sposerai uno più ricco. »
« Ma io amo te. »
« Questo non è importante. Non si muore di roba così. »
Non sapevo niente di loro, né cosa ci fosse nel testamento di Eugenio, né quanto cospicuo fosse il loro debito, né se Francesca avesse parenti a Caracas, ma in qualche modo sentii che era questo che si dissero. Questo, o qualcosa di molto vicino, perché Eugenio si impiccò la settimana seguente e noi lo guardammo penzolare oltre il vetro smerigliato, insolitamente composto e lindo, impeccabile nel suo completo di cotone. Francesca non la vedemmo più. Non sapemmo se fosse partita, ma non venne mai, e non era al funerale. Noi invece c’eravamo tutti, e c’era la polizia, e fecero un sacco di domande, e Iris rispose che non ne sapeva niente, che era in cura da loro, certo, ma che… Non l’avevano curato, non si può curare tutti. Ma è sicura che… ? Plagio, ma vogliamo scherzare! Certo che no, confermammo tutti. E c’erano tanti testimoni a favore e nessuno contrario, nemmeno Francesca, e Iris disse, alzando le spalle:
« Finisce sempre così. »
Finisce così la storia di Eugenio, con noi che lo guardiamo oltre il vetro smerigliato, perché a questi eventi si assiste tutti assieme. Finisce con me che vomito nel wc e tirò la catena che disperde tutto il giallo. Finisce con Irene che mi stringe una spalla e una lacrima, una sola, le scende da una parte e dice:
« È andata. »
Finisce così la storia di Eugenio e nessuno ne sentirà più parlare, perché Iris brucia le carte dopo ogni trattamento, brucia perché nessuno arrivi fino a lei. Finisce così la storia di Eugenio, ma ho come il sospetto che le storie non finiscano, se resta qualcuno a raccontare.

Di Chiara Pagliochini