mercoledì 21 dicembre 2011

Sii felice!

Egon Schiele. "The Familiy" (1918).

Provate semplicemente a immaginarvi di essere nati in una famiglia nella quale, per una ragione qualsiasi, la felicità sia un dovere. Più precisamente, una famiglia in cui i genitori hanno fatto proprio il principio che l’animo lieto del figlio è la più evidente riprova del loro successo pedagogico nei suoi confronti. E provate a essere di cattivo umore, oppure sfiniti, o ad aver paura della lezione di ginnastica, del dentista o del buio, o di non aver alcuna voglia di diventare boy scout. Secondo i vostri cari genitori non si tratta semplicemente di uno stato d’animo passeggero, di stanchezza, della tipica paura di un bambino o simili; è invece un’accusa muta, e quindi tanto più dura, di incapacità educativa rivolta a loro. E cominceranno a difendersi enumerandovi tutto quello che hanno fatto per voi e tutti i sacrifici, dicendo infine che non avete nessun motivo e alcun diritto di non essere felice.
Non pochi genitori sanno sfruttare magistralmente questo meccanismo, portandolo talvolta a ulteriori sviluppi. Dicono per esempio al figlio: “Va’ in camera tua e restaci finché non ti è tornato il buonumore.” La convinzione che viene qui espressa indirettamente, ma in maniera elegante e chiara, è che il figlio possa con un po’ di buona volontà e un piccolo sforzo riuscire a programmarsi uno stato d’animo allegro e, stimolando i nervi di certi muscoli facciali, a mostrare quel sorriso che lo reintegrerà come “lieto” fra i “lieti”.
Attraverso questa semplice tattica, la tristezza e la bassezza morale (soprattutto l’ingratitudine) vengono inestricabilmente mescolate assieme […]. Questa tattica è quindi molto importante per il nostro argomento. Essa è particolarmente adatta a far nascere nell’altro profondi sensi di colpa, i quali dal canto loro possono essere spiegati come sentimenti che egli non avrebbe se soltanto fosse una persona migliore. […].
Chi ha sostenuto con successo un simile addestramento è in grado di far nascere autonomamente in se stesso uno stato di depressione. È invece fatica sprecata voler risvegliare un tale sentimento di colpa in coloro che, da questo punto di vista, non sono addestrati. Si tratta di quelle persone insensibili che, al pari degli esperti in infelicità, conoscono certamente bene l’instabilità emotiva, ma sono anche convinti che l’occasionale tristezza è un momento inevitabile della vita quotidiana, che essa viene e va senza che nessuno sappia come e che, se non stasera, certo domani mattina sarà già scomparsa. Ciò che distingue la depressione da quest’ultima forma di tristezza è la disposizione a utilizzare autonomamente ciò che è stato introiettato nell’infanzia, rimproverandosi nello stesso tempo di non avere né il diritto né alcun motivo di essere triste. La sicura conseguenza è l’approfondimento e il prolungamento della depressione. E lo stesso risultato ottengono anche quelle persone che seguono la voce del sano buon senso e i suggerimenti del proprio cuore, consigliando per il meglio l’interessato, incoraggiandolo e convincendolo a fare uno sforzo. Così, la vittima non solo ha contribuito in maniera decisiva alla propria depressione, ma può sentirsi doppiamente colpevole perché non riesce a condividere il roseo e ottimistico atteggiamento che gli altri hanno nei confronti del mondo.

Istruzioni per rendersi infelici,
Paul Watzlawick

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