venerdì 2 marzo 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap.26


Vorrei che fosse vero. Non lo è.
Se fosse vero, quel giorno di due anni fa non avrei tentato di togliermi la vita. Non avrei rimestato nella cantina alla ricerca di una corda e non avrei provato un nodo scorsoio di quelli che mi insegnava papà da bambino. Non avrei tirato un capo intorno a un ramo del ciliegio, il più robusto, e non mi sarei allentato il colletto della camicia. E mio padre non mi avrebbe trovato mentre goffamente infilavo la testa in un cappio.
Se fosse vero, cinque mesi fa non avrei tenuto così a lungo la testa nel forno, col pretesto di controllare le tartine al salmone. Greta era sulla soglia a ricevere gli ospiti, col grembiule, tutta sorridente. Ricordo la smorfia di orrore quando mi vide così prono oltre lo sportello. Ricordo il sorriso fatuo con cui mi tirai indietro dicendo:
« Secondo me devono dorarsi di più in cima. »
Se fosse vero, non avrei sposato Greta. Non avrei avuto bisogno di un’infermiera, né di una che mi scaldasse il letto né di qualcuno che vigili che le finestre siano tutte ben chiuse alla sera. Ma vedete, di un’infermiera c’è bisogno, e Greta fa il suo mestiere perché mi ama, così non devo pagarle lo stipendio.
Se fosse vero, non vedrei il mio psicologo due volte la settimana e quello non mi distrarrebbe con chiacchiere querule tutto ansioso di scoprire la verità. Se fosse vero, nessuno tenterebbe di spremermi questa verità, perché non sarebbe una verità che fa così male. Se fosse vero, non mentirei, non inventerei storie o finali plausibili, non ricamerei sul mio addio da Irene fino a renderlo così strappalacrime e inverosimile. Se fosse vero, potrei raccontare la verità per come è più giusta o sarebbe stata più giusta e non ci sarebbe bisogno di venire fin qui, su questo colle che ancora ha impressa la sua orma, per raccontarmi cosa è successo davvero.
E soprattutto se fosse vero, se solo fosse vero, non perderei la speranza, non lascerei cadere la mano lungo il fianco. Se non avete capito questo, allora non avete capito nulla. Perché mai, mai lascerei andare Irene se ancora fosse possibile farla mia.
Non è vero che non passo mai dalla strada dell’agenzia. Ci passo spessissimo. Ogni tanto mi spingo persino a dare una sbirciata oltre il vetro, ma quello che vedo non è quello che mi aspetterei. L’Agenzia Persefone non esiste più. Iris ha chiuso i battenti, e adesso i locali sono allestiti a consultorio. Ed è sorprendentemente buffo immaginarli che discutono di vite possibili, di nascite e soluzioni preliminari e ricordare noialtri, le nostre morti possibili, i decessi, i trattamenti finali.
Iris s’è data a un altro business, che si suppone più redditizio. Sono stato a trovarla un paio di volte alla nuova agenzia degli stupri, l’Agenzia di Venere, e anche se il nome non m’è parso così originale devo concederle che funziona. È un bell’ambientino, divertente, confortevole. La gente è piacevole da scambiarci due chiacchiere, perché sono tutti un po’ schizzati. Sono certo che metà di loro sono anche dei potenziali suicidi, ma del suicidio stavolta non pare importagli granché.
« Sai cosa? Ho capito che se dai delle distrazioni alla gente, quella preferisce distrarsi che ammazzarsi. A me pare un po’ spregevole, un po’ piatto, ma d’altronde è tutta roba che fa cassa. Non immagineresti mai quante vecchie zitelle aspettano tutta la vita che qualcuno le rivolti come un pedalino, quanti ragazzini con l’acne che non aspettano che di fare le prove per impressionare le loro fidanzate. Noi forniamo il nostro bravo servizio, siamo orgogliosi del nostro personale. Guarda solo Adone, il petto che gli luccica dalla mattina alla sera. Si prende almeno sei verginità a settimana e non è poco, se ci pensi. E se le fa pagare a peso d’oro. Eh, signor Air, sono finiti i vecchi tempi. Non sono una nostalgica, ma erano davvero bei tempi. Ero nel mio elemento, mi capisce? Ma poi… sembra che la gente non voglia ammazzarsi quanto pensavo. Guardi lei, è bello vivo. Come fate tutti quanti a sopravvivere così. Dove trovate la forza. Se solo sapeste cosa significa dignità. Ma basta, non voglio fare la vecchia brontolona. Dall’alto del mio trono sono ancora viva anch’io. Viva? Super-viva! E chi mi ammazza? »
Chissà se a Irene sarebbe piaciuta quest’agenzia degli stupri. Probabilmente no, l’avrebbe trovata una soluzione semplicistica. Me la vedo ancora davanti mentre dice:
« Non voglio essere semplice, non voglio essere stupida. Voglio essere pesante e… radicale. »
Irene che non ha voluto far l’amore con me in quel giorno magnifico su quel colle assolato. Un’agenzia degli stupri… l’avrebbe lasciata basita.
Eppure non posso fare a meno di credere che Iris pensasse proprio a lei, non posso fare a meno di pensare che la morte di Irene c’entri con la sua decisione più di quanto non voglia ammettere. Io credo che le volesse bene. Credo che le volesse bene quanto me. E non penso che voglia uccidere altre dieci, altre cento Irene, se può salvarne anche una sola.
È stato durante uno di questi incontri che Iris mi disse che aveva capito tutto fin da principio. Aveva capito che non volevo uccidermi, che le mie comparse all’agenzia non erano che un bluff per ingannare qualcuno o per passare il tempo, o forse un modo per sentirmi meno solo. Aveva capito che mentivo fin dal giorno di quel primo colloquio e fors’anche dalla primissima telefonata. Le ho chiesto perché mi avesse ascoltato, perché mi avesse lasciato parlare se sapeva che erano solo bugie.
« Perché lei aveva bisogno di essere ascoltato » ha risposto, con il sorriso dei vecchi tempi. E allora ho capito che voleva dire molto di più. Ho capito il lungo frasario dietro quella sua frase breve, ho capito che diceva la mia vita in quelle poche parole e che alla fine si riduce tutto a questo, ascoltarsi. È la cosa più grande, più bella che possiamo fare per un altro.
Ecco, Irene, io ho ascoltato. Lo vedi? Ho ascoltato. Ricordo quasi tutto quello che mi hai detto e, se ho inventato un pochino, l’ho fatto per amore di giustizia o solo perché non ricordavo le tue parole esatte. Ma ti ho ascoltata e ho passato questi ultimi due anni a scrivere tutto quello che ho visto e sentito e provato quando eri insieme a me. Ho fatto la tessera della biblioteca e comprato un sacco di libri e mi sono anche iscritto all’università, e tutto questo per riuscire a scrivere qualcosa che fosse degno di te. Spero di averti reso giustizia almeno in qualche punto.
Ora che quasi tutto è scritto, non so cosa sarà di me. So che mi sono tenuto vivo per scrivere e che ho scritto per tenermi vivo. Ora che quasi tutto è scritto, sono di nuovo affrancato, sono libero di andare. Ma dove? Dove si va?
Fino a ieri pensavo che non sarei mai arrivato a questo punto. Pensavo che omettere la morte di Irene fosse un atto dovuto, una soluzione che avrebbe fatto di questa una storia più edificante, migliore. Ma poi, che vorrà dire edificante. Una storia non deve edificare niente, sono le persone che devono edificare storie. E questa storia non piacerebbe a mia moglie, non piacerebbe al mio psicologo e non piacerebbe a nessun’altro eccetto forse Ida e Iris, che erano lì e possono capirne più di tutti. La storiellina del tentato salvataggio, degli strepiti in ufficio e persino quella scempiaggine assurda che sarebbe l’ultimo incontro con Irene… una volta pensavo che fosse roba buona, una volta pensavo che fosse come tutto sarebbe dovuto andare e a un certo punto me ne sono quasi convinto e l’ho raccontato a Greta, l’ho raccontato allo psicologo ed è finita per diventare una sorta di verità. Una verità balorda per gente che si accontenta. Per gente paurosa, che non capirebbe.
E se c’è una persona o una cosa o un’entità più grande di Irene alla quale devo render conto per non offenderla con questa storia, ebbene, si faccia avanti adesso. Oppure, come si suol dire, taccia per sempre.
Perché io ho fatto il mio dovere fino in fondo. Ho fatto come avevo promesso, e lo racconto, che quando ho sentito la mano di Irene contrarsi nella mia e poi contrarsi il muscolo lungo della coscia e l’arco delle sopracciglia io sapevo quello che andava fatto. E l’ho fatto.
Uno spasimo. Una leggera contrazione. Irene mi aveva detto che poteva succedere. Così mi sono chinato sui suoi capelli e ho respirato il profumo della sua chioma bagnata e le ho messo le mani sulle spalle, stampandole nella carne morbida. Iris è venuta, si è appoggiata contro il mio fianco e siamo stati lì insieme, eretti, a guardare la testa premuta sotto l’acqua.
Quando ha capito che era sufficiente, mi ha preso per i polsi e ha separato le mie dita una ad una, i polpastrelli che non volevano venir via. Ha detto:
« Hai fatto bene. Adesso, lasciala andare. »

Di Chiara Pagliochini

1 commento:

  1. Bello trovarti così, in un attimo, quello giusto. Come piangere per il profumo della neve.

    M4TT30

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