lunedì 9 luglio 2012

La campana di vetro, Sylvia Plath



« Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica. »

Ci sono dei libri che sono stati scritti non dico da gente come noi, ma da gente che pensava come noi. Le curve del pensiero, sovrapposte, per lo più combacerebbero con le nostre e soltanto qualche sbavatura qua e là dimostrerebbe che, dopotutto, non si tratta della stessa curva. Quando un libro lo ha scritto una persona che pensava come te, tu non puoi far niente: tentare di opporre resistenza è inutile. Tentare di non lasciarsi ammaliare, inutile. Tentare di mantenere una distanza critica, inutile. Un canto di sirena si dipana fino a te dalla pagina. A mettere i tappi di cera non hai neanche provato. Ascolti. Caschi contento nel gorgo.


Qualcuno ha pensato bene di paragonare ‘La campana di vetro’ a ‘Il giovane Holden’, chiamando la protagonista, Esther, la sua controparte femminile. I romanzi, in realtà, non si somigliano molto. Lo sguardo di Holden è fresco, è uno sguardo di chi si può ancora salvare. Lo sguardo di Esther è allucinato, uno sguardo che ti trascina sul fondo. A Holden accarezzeresti la testa: tu non sei Holden, sei con Holden. A Esther la testa non la puoi accarezzare, a meno che appoggiarti la mano sulla nuca non ti sembri un gesto comunissimo. Davanti a entrambi, a Holden come a Esther, si snoda un gomitolo di dolori e di strade, di ricordi, di scene e colori che non riescono a dimenticare. Ma Holden lo guardiamo e facciamo il tifo per lui, siamo tutti lì a urlare che è giovane, che si può tirar fuori, che può essere felice. Con Esther il pensiero non ci sfiora nemmeno: essere felice, per lei, sarebbe un tradimento.
Quando la conosciamo, Esther è una diciannovenne molto fortunata. Ha vinto uno stage presso una prestigiosa rivista di moda, dopo una carriera scolastica costellata tutta di borse di studio e voti altissimi. È fidanzata con un bel ragazzo destinato a diventare un brillante dottore. È abbastanza graziosa, troppo intelligente e scrive poesie. No, non scrive poesie, è un poeta. La qualifica di poeta è la sola che Esther si dia autonomamente, la sola che sembri riconoscere, la sola che conti qualcosa. Ed è solo e proprio nel momento in cui scopre di non essere più un poeta – quando si mette alla macchina da scrivere e non le viene fuori niente, quando le lettere tracciate sul foglio di carta le restituiscono una grafia distorta e infantile – che qualcosa dentro di lei si spacca con un fracasso infernale.
Fino a quel momento, Esther era sì consapevole di avere davanti delle difficoltà, consapevole che le sue capacità mentali si stavano pian piano sfilacciando, ma mai il terrore la aveva invasa fino a paralizzarla, a spingerla a risoluzioni estreme quali il suicidio, i suicidi, i mille piccoli tentativi di annientarsi disposti qua e là lungo tutta la narrazione e destinati a scattare a vuoto come trappole per topi mal congegnate. Uccidendosi, Esther non ucciderebbe niente di più che un involucro. Il soffio vitale è già fuori di lei. È uscito, si è perduto, esploso al contatto con la vita e i suoi meccanismi di produzione e distruzione. Eppure, anche se Esther è già morta, anche se la sola Esther che conti è già morta, tutti si affaccendano intorno al suo cadavere per far sì che l’involucro non muoia. Coccolano il suo scheletro, ci parlano, lo ingozzano di insulina. 

« Capii allora che il mio corpo conosceva un’infinità di trucchetti, tipo togliere la forza alle mie mani nel momento cruciale, che gli avrebbe salvato ogni volta la vita, mentre, se fosse dipeso solo da me, in un attimo l’avrei fatta finita. Dunque dovevo tendergli un’imboscata con quel po’ di intelligenza che mi rimaneva, altrimenti quello mi avrebbe tenuta intrappolata nella sua stupida gabbia per altri cinquant’anni di ebetudine ».

Ma il corpo non è l’unica gabbia contro cui Esther deve dibattersi. Il corpo è soltanto la gabbia più superficiale, quella che aderisce strettamente allo spirito. Sopra il corpo tutta un’altra serie di pinnacoli e di guglie si innalza, e questa è la campana di vetro. La campana di vetro è la matrioska multistrato in cui sei immerso dacché sei nato. Nella matrioska più piccola c’è la tua famiglia, in quella poco sopra la famiglia che ti formerai, poi la scuola, il lavoro, le istituzioni, le consuetudini, i sistemi di pensiero, le religioni. A volerla sfogliare tutta come una cipolla, la campana di vetro ha la forma del cosmo. Tutto il cosmo in ogni sua parte è una campana di vetro. Essendo grande, la campana non pesa su tutti allo stesso modo. In qualche punto, anzi, si respira abbastanza bene. Ma a seconda delle circostanze, del sesso, dell’educazione la campana ti preme un po’ di più o un po’ di meno.
Se sei una donna come Esther, nell’America degli anni Cinquanta, la campana di vetro ti pesa addosso un bel po’. Innanzitutto, o ti sposi o sei poeta. Qualunque persona sana di mente vedrà che sono impossibili insieme. Secondo, o ti sposi e rimani vergine per tuo marito (mentre tuo marito, beninteso, non rimane vergine per te) o hai una vita sessuale franca e schietta e allora subisci le conseguenze a tuo carico (vedi gravidanze indesiderate e scandali). A dirla tutta, la società perbenista e maschilista nella quale Esther è immersa è quella che di più appesantisce la campana di vetro. Per Esther gli uomini sono creature grottesche, tra le quali si muove con circospezione, e che si dividono in ‘uomini che potresti sposare e che quindi ti trasformerebbero in una moglie-zombie accondiscendente’ e ‘uomini che potresti scopare e quindi usare per assumere il controllo sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi cicli’. 

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio». 

Il fantasma del matrimonio e l’incubo della verginità – l’amore non è tra le alternative – pendono sulla testa di Esther come una solida spada di Damocle. Lei si sposta un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ma nel centro, nell’oscillazione è la follia.
Altro sonoro rintocco sulla campana di vetro è il din-don della religione. Cattolicesimo, unitarianesimo, puritanesimo sono tutte uguali, tutte ugualmente pronte a incasellarti nei loro schemi rigidi, quegli schemi comodi come linee rette nei quali non c’è alcun bisogno di pensare. 

« Gli avevo detto che credevo nell’inferno, e che certe persone, io per esempio, erano condannate a vivere all’inferno durante la vita, per compensare il fatto di non andarci dopo morte, visto che non credevano nell’aldilà, e che dopo la morte a ciascuno succede quello in cui aveva creduto ».

Poi ci sono i genitori, che ti vogliono sana, stupida e felice. Poi gli amici, che ti vogliono simpatica e vestita bene. Poi i dottori, che vogliono sapere perché stai male. E infine ci sei te, il nocciolo duro della campana di vetro, la punta di diamante che ruota e strilla e strepita ma non crepa. La campana non si rompe. Se si incrina, la aggiusteranno per te. Non potrai mai fuggire.


Io credo che questo libro fiero, crudo, spietato sarebbe molto più noto di quanto già non sia se solo in copertina non ci fosse quel nome di donna che fa storcere il naso ai maschietti, se chi l’ha scritto non si fosse suicidato, attirandosi quei sospetti di ‘cianfrusaglia deprimente scritta da una persona disturbata’. Io credo che un libro che scava così tanto nella malattia e nel suicidio, un libro che ci fa entrare nelle vasche da bagno e nelle cliniche dove ti addomesticano con l’elettroshock, acquisti una validità ancora più assoluta per il fatto – ovvio, brutale – che Sylvia Plath ha effettivamente vissuto quel che racconta, che ha portato la merenda ai suoi bambini e ha infilato la testa in un forno e nessuno, nessuno l’ha trovata prima che fosse troppo tardi.
Io credo che questo libro non dica ‘La vita fa schifo, perché non ce la togliamo tutti?’. Anzi, io credo che questo libro voglia dire o almeno dica a me, ‘Ecco, qui sta il problema, qui, proprio qui, dietro l’orecchio destro, e adesso che io te l’ho circoscritto e definito, sta a te vedere come puoi estirparlo. Se puoi estirparlo. Se vuoi estirparlo.’
Io credo e lo dico sinceramente che perdere Sylvia Plath sia stata una gran perdita. E avrei preferito che rimanesse con me, che scrivesse altri tre, altri quattro libri come questo, invece che scriverne uno solo e suggellarlo col più definitivo, col più puro atto di potenza. 

mercoledì 27 giugno 2012

Nonna portava le maniche lunghe


La mia nonna porta sempre le maniche lunghe. Anche quando è caldo e tutti fanno acqua dalla fronte, lei tiene su quel golfino nero bordato di merletto sul davanti. La mia nonna il caldo non lo soffre. Il freddo, neanche. E non ha mai fame e non si lamenta e non è come tutte le altre nonne, a cui fanno cilecca le ginocchia. La mia nonna, anzi, lei mi porta in braccio quando svoltiamo l’angolo e mamma non ci vede più dalla finestra. Dice sempre che io sono nata stanca. Lei stanca non lo è mai, un tran-tran continuo, un ciuf-ciuf di vaporetto, ora è nell’orto, ora in cantina, adesso in soffitta, adesso in cucina. È dappertutto, in tutti i posti insieme, anche se fa finta che non è così. E se io le dico, ‘Nonna, ma ti ho vista adesso adesso giù in cantina’, lei risponde, ‘Non è possibile, sono sempre stata qui.’ È possibile, invece, lei è in tutti i posti, fa tutte le cose lei, ma a me non vuole insegnarmi come si fa.
La mia nonna ha i capelli grigi tutti tirati sulla fronte e premuti fitti fitti in una treccia. La treccia è appuntata sul dietro della testa e sembra il bordo di pastafrolla di una crostata. Gli occhi sono piccoli, azzurrini e aguzzi. Indovinano sempre tutto. Le gambe, le braccia, la pancia è tutta asciutta, come se Furia, il nostro cane, le avesse spolpato via gli ossicini.
Certe volte andiamo alla fontana e allora mi carica sulla carriola e spinge. Non sbuffa mai e non si rimbocca le maniche. Neanche quando sbatte le lenzuola sul gradino di pietra della vasca, neanche allora, no, non le rimbocca mai. I polsini si bagnano tutti, ma lei non ci fa caso. E quando si porta una mano alla fronte per tergere il sudore, neanche allora, le maniche son tutte tirate giù.
E a questa cosa non ci avrei mai fatto caso se non fosse che oggi nonna è morta. L’hanno trovata nel letto, su un fianco, che dormiva un sonno un po’ più lungo. A me non volevano farla vedere. Ma poi papà ha detto, ‘Non è così piccola, può capire’, e allora mi hanno lasciata entrare dentro la camera. Sul baule ai piedi del letto c’era la bambola che c’è sempre, una bambola di porcellana grossa, castana, tutta vestita, che ti fissa cogli occhi di vetro che non capisci mai dove guardino. Sopra, appeso al muro, c’è il quadretto con Santa Rita a mani giunte. Dal quadretto penzola un rosario con le perline celesti. La nonna era stesa sulla coperta. Era pettinata bene e non aveva più quel golfino. Le avevano messo una giacca nera nera, con dei bottoncini dorati. Le mani non gliele avevano ancora composte (perché mi hanno detto che i morti si compongono, anche se non ho capito come si fa; mi hanno detto anche – è stata Anna – che si de-compongono, ma proprio non ci ho capito niente. Sembrano tutte cose per le costruzioni e non mi fanno senso).
Le mani e le braccia, insomma, stavano ancora lungo i fianchi, tutte rigidine e fredde, riscaldate dalle maniche della giacca. Mi sono avvicinata alla sponda del letto, ho preso una mano e ci ho messo sopra un bacio. Il bacio non è restato lì sopra, ma è entrato dentro e io so che nonna l’ha sentito. Papà dice che è questo che succede quando siamo vecchi e siamo diventati nonni. Io so che tutti diventano vecchi, ma non tutti diventano nonni e quindi, se non si diventa nonni, che succede, si muore a metà? Forse si muore più scontenti, non lo so. La nonna aveva quasi un sorriso. Era carina.
Ma quando il bacio è sparito e ho riappoggiato la mano sul copriletto, la manica si è scostata un pochino e sull’avambraccio bianco bianco, sodo, striato di viola, ho letto una sfilza di numeri che non li avevo visti mai. Era un numero lungo, con le migliaia e le decine di migliaia e a scuola non li abbiamo ancora fatti, così non lo sapevo leggere. Era un numero così grosso che ho pensato, ‘La nonna deve essere qualcosa di enorme!’
Quando papà ha visto cosa facevo, mi ha appoggiato la mano sulla spalla e ha detto, ‘Metti giù’, come se avessi rubato qualcosa. E anche a me sembrava di aver rubato qualcosa, per cui ho messo giù subito. Era una cosa che non si doveva toccare, eppure mi sarebbe piaciuto passare un dito su quei numerini in rilievo per capire com’erano stampati. Mamma dice sempre che mi ammazza se da grande mi faccio un tatuaggio, ma la nonna un tatuaggio ce lo aveva, e nessuno le ha mai detto niente.
Papà ha detto, ‘Usciamo’, e mi ha portato di sotto in giardino. Ci siamo seduti sul muretto, tutti e due con le gambe penzoloni. Allora ho pianto, perché era una giornata di sole tanto bella e non si poteva andare alla fontana dentro la carriola. Non ci si sarebbe andati più.
Papà mi ha detto di non piangere, perché sono cose che succedono. ‘Anzi, puoi piangere. Ma non essere arrabbiata. Sono cose che succedono ed è meglio che succedono così che in altri modi.’
‘Così come?’
‘Così che neanche te ne accorgi.’
‘Però non puoi salutare nessuno.’
‘Non fa niente. Lo sappiamo che ci vogliamo bene.’
‘Perché la nonna ha un tatuaggio?’
‘Non è tatuaggio.’
‘E cos’è?’
‘Un marchio.’
‘Perché la nonna ha un marchio?’
‘Gliel’hanno fatto quand’era giovane e stava a Trieste. Durante la guerra, quando c’erano i tedeschi.’
‘Me lo racconti?’
‘Non c’è niente da raccontare. La nonna era andata sulle montagne a fare la guerra per non farsi prendere dai tedeschi. Ma i tedeschi l’hanno presa lo stesso, insieme a Ginetto, che era suo fratello. Mio zio. Ginetto era sciancato a una gamba e non poteva camminare, così i tedeschi non hanno perso tempo e l’hanno ucciso subito, sotto gli occhi della nonna. La nonna invece l’hanno messa su una camionetta e poi su un treno e poi via, su, su, lontano, fino in Polonia. È lì che le hanno fatto il marchio.’
‘E cosa c’è andata a fare in Polonia?’
‘Stava in un campo di concentramento. Auschwitz, un posto brutto. Erano tante persone, tutte magre magre come lei e le facevano lavorare e lavorare. E quelli che non potevano lavorare li uccidevano. Loro, però, non morivano come la nonna, ché si accorgevano molto bene che dovevano morire.’
‘Come morivano?’
‘Questo un’altra volta. Sennò la storia la sciupiamo tutta.’
Io volevo sapere di più, ma papà mi ha messo una mano sotto il mento e mi ha dato un bacino in fronte. Poi è andato ad aiutare mamma, ché dovevano comporre la nonna. Così adesso io sto seduta a cavalcioni del muretto e mi domando perché la nonna non mi ha raccontato mai dei numerini. Sarebbe stata una storia tanto bella che la sarei stata a sentire da cima a fondo. Ma forse alla nonna non piaceva raccontarla ed era per questo che portava sempre le maniche lunghe. Io invece questa storia voglio raccontarla, perché mi piace tanto. Ed era un po’ matta la nonna a nascondere un tatuaggio così, ché non c’è vergogna a essere andati a lavorare in Polonia. Ma perché facevano i tatuaggi, poi. Non lo so, ma se io avessi un tatuaggio così, lo vorrei sulla fronte e non lo coprirei coi capelli e racconterei ai miei figli e ai figli dei miei figli quando e dove me l’hanno fatto. E sarei vecchia e sarei nonna e morirei che neanche me ne accorgo.
Mia nonna, però, portava sempre le maniche lunghe.



Un grazie all’ignaro passeggero triestino da cui ho raccattato questa storia.

Di Chiara Pagliochini

sabato 9 giugno 2012

Amor mio diacronico


Nel mio paesello vive una donna che ha ormai settant’anni e i capelli tutti grigi. Il viso è sottile, scavato, grinzoso, le gambe secche come ramoscelli, ma agili ancora e solide. Si chiama Anna. Fin da quando la conosco io, è sempre stata la donna più veloce del mondo e l’unico motivo per cui non ha mai vinto una competizione è perché non ha partecipato a nessuna. Quelle gambe gliele ha fatte svelte una giovinezza lontana, di faccende e fatiche e vergate quando tornava a casa tardi. Sono sgusciate sempre di sotto alla gonna con la fretta di chi ha troppo da fare anche solo per pensare di far altro. Pei colli e le greppie, pei campi, pei fossati, tutti i terreni hanno provato e scavalcato e sconfitto. Sono gambe di veterano.
In qualche punto della sua vita – in quale non lo so, perché non ero ancora nata – s’è maritata con un uomo più vecchio. È vivo anche lui, si chiama Vittorio. Che aspetto avessero quando si sposarono non me lo so figurare, io che li ho sempre conosciuti così. I vecchi sono eterni; se li conosci già vecchi, sembra che non invecchino un giorno di più. Questo per dire che la mia storia è tutta una lacuna e il lettore mi perdonerà se vengo subito al dunque. Un giorno – non so quando, non so come, non so perché – Vittorio si tirò un colpo di fucile nella gamba. Zoppica da allora, zoppica peggio ogni giorno che passa e oggi l’ho visto arrancare sul bastone con una spossatezza che non gli avevo visto mai. Ho sentito una grande pietà. Ho pensato, « non ce la farà ». È così, ne ho visti morire tanti da quando sono al mondo: al mio paesello ci abitano soltanto vecchi. Sei abituato a vederteli attorno fin da bambino e pensi che staranno lì per sempre, invece ti muoiono intorno a ciocche. Prima una casa si svuota, poi l’altra, poi l’altra, fino a che non ti circondano che case vuote e tocchi di bastone e il cicaleccio delle vedove giù nella piazzetta. Di vedove ce ne sono tante al mio paese e fanno la maglia e spettegolano sedute sul dondolo o sulle panche. Anche Anna sarà una vedova: l’ho visto oggi in Vittorio che arrancava. Ma ho visto anche altro. Ho visto tanto altro, e forse è solo questo che conta.
Immaginate di essere la donna più veloce del mondo. Coprite una distanza di un chilometro in due minuti. In cinque, siete andati e tornati dall’orto cinque volte. Trasportate secchi e sacchi, carriole, pale, picconi, fasci d’erba, ortaggi, galline. Siete precisi, puntuali, lesti e, soprattutto, veloci.
Immaginate, adesso, di essere sposati all’uomo più lento del mondo. Cinque minuti li ha impiegati per attraversare la piazza, da casa all’orto ce ne vogliono almeno dieci. Se gli crollasse il tetto in testa, non riuscirebbe mai a mettersi al sicuro. Un carico troppo pesante non lo può portare. Se gli urlano di correre per un’emergenza, non riuscirà comunque a camminare più veloce. È macilento, il suo passo è doloroso e sempre sbuffa e fiotta e si asciuga la fronte col fazzoletto.
Voi, che siete la donna più veloce del mondo. Lui, che è l’uomo più lento.
Immaginate come dev’essere vivere fianco a fianco, vivere così mal sincronizzati, così impastoiati. Lei che chiama e lui che non può venire. Lei che ordina e lui che non riesce a obbedire. Immaginate quale pazienza dev’essere quest’aspettarsi tutti i giorni, tutti i momenti, questo limitarsi per l’altro, l’un l’altro, questo vivere a velocità diverse. Immaginate l’amore che ci vuole.
È così. Amore è sacrificio per sincronizzarsi coi tempi e coi bisogni dell’altro. Non un sacrificio astratto, non tutte parole e niente fatti, ma un sacrificio di quelli che fanno perdere la pazienza e montare il veleno e ti viene da urlare e strepitare e scrollare perché l’altro non è abbastanza veloce, cavolo, non abbastanza veloce, e ti limita, imprigiona le tue possibilità. Se sei più avanti, lo devi aspettare. Se sei più indietro, devi umiliarti e rantolare che ti aspetti. L’amore è compromesso di velocità diverse. Quante volte si viene nello stesso momento? Ma quante, quante no? Quante volte amiamo e non siamo riamati, poi l’altro ci ama e noi non lo amiamo più? Quanti orologi sincronizzati male? Quante esigenze discordi?
Anna e Vittorio m’hanno insegnato questo, e me lo insegneranno anche quando non ci saranno più. Che quando si ama si è disposti a tutto, a prendersi tutti i disturbi, a soffrire tutti i fastidi, a rallentare il passo per stare al passo dell’altro e anche a spingere con più forza su quel bastone perché si vuole arrivare prima.
Vedendo oggi Vittorio passare così stanco – ogni tanto si fermava – e Anna che sulla soglia già lo chiamava, ho pensato che sarebbe stato bello raccontare questa storia. Ho pensato che presto Vittorio non ce la farà più, troppi anni a sforzare quella gamba maledetta, e che Anna camminerà da sola, alla sua velocità, coi suoi tempi, fino a che il tempo vorrà. Ma non sono sicura che non si volterà per vedere perché lui non viene. Non sono sicura che sarà felice di poter tornare a camminare veloce.

 
Chiara Pagliochini

mercoledì 6 giugno 2012

???


Stamattina mi sono reso conto che, se invece di traversar la strada sulle strisce, io la tagliassi di traverso alla rinfusa, allora farei come quel corvo o quel merlo le cui penne scoppiarono nello specchietto retrovisore. Mi immagino di camminare sul marciapiede, bello tranquillo, dritto verso casa, e d’un tratto mi prende lo sghiribizzo e mi volto e precipito in mezzo alla carreggiata. Una macchina inchioda, due macchine inchiodano, la terza macchina alza il muso e non fa in tempo ad arrestarsi, e io sono come quel corvo o quel merlo, con la differenza che non ho penne da scoppiare e al limite rantolo un tantino, giusto per far scena, coi tessuti che mi cascano di dosso in poltiglia. Un occhio pende dal bulbo cavo, così, un po’ per scherzo, ancora attaccato a un nervo geloso. La gamba è rovesciata in una posa buffa da marionetta. L’automobilista spalanca lo sportello, mi guarda e va ripetendo con le dita fra i capelli:
« Non ho potuto fare niente per salvarlo. »
Ecco cosa pensavo stamattina, quando tornavo con le buste della spesa.
Quando sono rientrato, Greta mi ha detto dove dovevo poggiarle e io sono stato contento, perché non avrei saputo scegliere un posto migliore. Ha detto « Il pranzo è pronto fra cinque minuti » e sono stato ancora più contento, contento che mi venisse detto e di non doverlo chiedere, contento che lei sapesse a che ora era il pranzo e che si doveva pranzare, perché Greta sa sempre tutto, mentre io non so più niente e, se fosse per me, in questa casa non mangeremmo e nemmeno faremmo la spesa. Greta sa le cose che si devono fare e quelle che non vanno fatte e io mi fido di lei, perché fa le veci anche di me. Greta fa tutto lei, il marito e la moglie, e di questo le sono molto riconoscente.
Mentre aspettavo che il pranzo fosse pronto, mi sono seduto sul divano e ho impugnato il telecomando, che non è l’unica arma che ho per farmi del male, però una delle più efficaci. Ho messo sul telegiornale e ho contato le vittime del sabato sera, quanti anni avevano, ho fatto le somme, le sottrazioni, ho moltiplicato per i feriti e i contusi e, alla fine del telegiornale, il bilancio era di trentatre decessi o forse trecentotrentatre, tra gli assassinati, i morti per caso e le vittime del genocidio in Uganda. Mi dispiaceva per tutti quanti loro, mi dispiaceva sinceramente, e in particolare per l’inondazione a Sumatra, coi corpi che dovevano ancora ripescare. Volevo piangere un poco sul divano, ritto contro la fodera a quadretti, ma Ryanair è venuto e mi si è strusciato alle caviglie, così ho perso tempo a fargli i grattini. Dalla cucina, Greta ha detto che erano pronti gli spaghetti. E, se lei diceva che erano pronti, erano pronti davvero.
Dopo pranzo ho ritrovato il filo dei miei pensieri, l’ho sbrogliato dagli spaghetti e mi sono messo ad inseguirlo per tutta casa. Greta mi guardava e non diceva niente. Ho scoperchiato la scatola dove tengo la sua roba, la cartelletta con l’elastico, e ho riletto un mezzo verso. Frantumate sulla bocca, le parole litigavano l’una con l’altra e ne venivano fuori bocconi di sillabe che non avevano senso alcuno, ma a cui mi sforzavo di trovare un senso. Mi sono seduto alla scrivania, ho provato di nuovo a cominciare e ho scritto la prima riga, che è già qualcosa. Ho scritto la seconda, la terza e poi giù via la quarta e la quinta, che dopo le prime tre venivano quasi da sole. Allora ho pensato che magari stavolta c’ero riuscito e ho continuato per tutto il pomeriggio.
Quando sono rientrato in salotto, Greta era seduta sul divano e Ryanair acciambellato in grembo. Mi sono seduto anch’io e ho preso possesso del telecomando. Greta mi ha fermato il polso con la mano e la sua stretta mi ha riportato quaggiù, proprio accanto a lei. Allora l’ho guardata negli occhi cercando di essere il più sincero possibile.
« Stai di nuovo pensando a lei » ha detto, e la frase le è tremata sulle labbra prima di staccarsi.
« No » ho risposto, però mi sentivo uno schifo.
« Stai di nuovo pensando a lei » ha insistito.
Certo che ci stavo pensando. Certo che ci penso. Se non ci pensassi, non penserei affatto, perché lei è la forma attraverso la quale penso le cose e ogni cosa pensata è pensata in rapporto a lei. È la pietra di paragone e la sorgente, il tramite e il punto a cui tutto tende, l’inizio, il mezzo, la fine, il motivo del viaggio. Se queste parole le scrivo, le scrivo per lei e insieme a lei, pensando a come vorrebbe che fossero scritte e a dove sbaglio. Non sono sicuro che le parole aiutino, non so se siano pillole o picconi e comunque non mi interessa, ora che ho cominciato. Il sollievo mi viene dallo sbrogliare i pensieri, dal disporli in linea retta verso una direzione precisa, che poi è lei. Queste parole vengono da lei e a lei ritornano, e che cosa sono io… non ho mai saputo che cosa sono e meno che mai lo so adesso. Forse sono solo uno strumento meccanico, uno strumento utile ma umile, o forse nemmeno questo è necessario. Ma che importa, che importa, che importa. Niente più importa, la vita come la morte, niente è più sacro, perché tutto faceva sacro lei.
 
 
Chiara Pagliochini

venerdì 20 aprile 2012

L'innesto


« Perché questa ragazza è così triste? »
La domanda la riscosse, si svegliò, sentì che le montava la collera. Perché questa ragazza è così triste era affar suo, il motivo di un’indagine tutta privata. Sentirselo chiedere ad alta voce la colpì come un’offesa e un’intrusione. Si chiese se dovesse voltarsi, per rispondere, difendersi, « Io non sono triste affatto », oppure fare un gesto con la mano, quel gesto che si aspettavano da lei. Le mancò la forza. Continuò a camminare.
Non aveva pensato di essere triste fino a quando qualcuno non glielo aveva ricordato. Splendeva il sole, la luce scivolava sulle cose, le colline verdi e lontane parlavano di posti dove non era stata ancora. Tutto era così grande, così magnifico da schiacciarla, e si sentiva piccola, di scarso valore, un’intrusa che non sapeva bene come portarsi. Ma non aveva pensato di essere triste. Quando aveva superato quei ragazzi, è vero, aveva pensato con che faccia affrontarli. Formarsi una faccia non veniva spontaneo, doveva chiedersi, « Potrò far finta di non averli visti? ». Come funziona, quando si incrocia per strada qualcuno che non si conosce? Si scontreranno gli occhi, ci si metterà d’accordo di essersi visti e ci si sorriderà? Oppure si chinerà il capo, si volterà la guancia dall’altra parte, ci si distrarrà con la rubrica del cellulare e si passerà come se non si fosse visto niente? Niente, una falla nel tessuto dell’universo che risucchia la luce tutto intorno.
Eppure quei ragazzi li aveva visti. Aveva visto, ma non li aveva guardati. Tra il notare qualcuno e l’osservarlo corre tutta la differenza d’una forza o d’una debolezza di carattere. Serve coraggio per guardare qualcuno senza abbassare gli occhi: le palpebre corrono a chiudersi per vecchia abitudine, le pupille squadrano corrucciate il marciapiede. Così, quand’era sfilata tra i tre ragazzi in mezzo alla via… Ecco, non era triste – o almeno non triste in un modo così vile e palese – non era triste, stava solo decidendo come guardarli. Uno era biondo, un altro reggeva un sacchetto della spazzatura, un terzo sapeva che c’era, ma l’occhio non l’aveva registrato. Registrare qualcuno è impegnativo: significa esser disposti ad accollarselo, a portarlo con sé nella memoria, a riconoscerlo un’altra volta che si passerà. E così guardare qualcuno – guardare quando lo si guarda con occhi sfacciati – è proprio un’operazione di grande impegno, non esente dai pericoli del contatto umano, un atto che non lascia mai indifferenti. Guardare qualcuno è accarezzarlo, e una carezza non è gesto che si dispensi con facilità. L’occhio sceglie la sua guancia e vi si posa, la riscalda con la promessa di un affetto pronto e così… è proprio così difficile alzare lo sguardo.
La ragazza improvvisamente fu triste. Fu triste per più motivi tutti insieme: triste perché non aveva ricambiato l’occhiata, triste perché non avrebbe ricordato quei ragazzi, triste perch’era sembrata triste, perché aveva mancato un’occasione di essere bella.
Tutto il giorno fu triste e continuò a pensare a quei ragazzi e quando venne la sera sentì di aver commesso un grande sbaglio. Avesse almeno provato a scusarsi, si fosse voltata e avesse detto, « Non sono triste », si fosse fermata per spiegare la differenza tra l’esser tristi e l’esser perduti, e che importa se non avrebbero capito, che conta se le avrebbero riso in faccia. L’avrebbero ricordata, la spazzatura sarebbe sfuggita di mano, e avrebbe donato loro lo stesso imbarazzo che per un attimo aveva provato lei. Ammesso che l’imbarazzo sia un dono, e non la condanna di una lettera scarlatta, non una pistola, un boia, uno sfregio, una cicatrice, un danno. Ammesso che colpire qualcuno col proprio imbarazzo non sia il più mortale dei colpi.
Si immaginava nell’atto di guardare quei ragazzi, di sbatter le ciglia. Loro notavano che era graziosa, che si vestiva bene, e una pioggia di particelle di attrazione inzuppava loro i capelli. Si immaginava che potevano chiederle di salire e la sdraiavano sul letto, e uno le baciava la tempia dalla parte destra, e un brivido le correva giù tutto lungo il fianco.
E più immaginava, più diventava triste, più il capo le si chinava sul collo, più le spalle crollavano invertebrate. Meno vedeva, meno guardava, e intanto intorno pioveva.
Fu solo molto più tardi – molto, molto più tardi, ma fu – che le innestarono un anello d’acciaio, proprio qui, alla base dello sterno, e un corrispondente gancetto sul mento. Così, quand’era troppo fiaccata per guardare, poteva chiudersi il mento col busto, e se ne andava in giro ripiegata come una valigia, premuta come un bottone dentro l’asola.
Questo le risparmiava molti fastidi, ché la gente aveva troppa paura di guardarla e nessuno ebbe mai a dire ch'era una ragazza così deforme - come una volta avevano detto ch'era triste - perché una ragazza non era neanche più.

Di Chiara Pagliochini

venerdì 13 aprile 2012

Libera Terra d’Antartide, o Racconto fantastico d’una ennesima utopia coloniale

Andrew Wyeth


Libera Terra d’Antartide,
giorno 52

Chi pensava, quella sera, che si sarebbe arrivati fin qui. Si parlava tanto per parlare, come spesso si fa tra amici, un parlare senza pretese e senza conseguenze. Chi ci pensava. Eppure eccoci, e quanto avanti siamo.
La vita scorre monotona ma incantevole, come ci si aspetterebbe che scorresse. Quando non è possibile distinguere il giorno dalla notte ci corichiamo a un’ora qualunque, ma solo se il sonno ci preme le palpebre fino a deformarle. Il pensiero che il domani sarà lo stesso che l’oggi, che niente e nessuno ci aspettano, ci priva d’ogni ansia, e quindi d’ogni sogno. Dormiamo notti senza sogni da cui ci svegliamo riposati come bambini e ci stropicciamo gli occhi con lo stesso entusiasmo loro, il semplice entusiasmo di essere vivi. Non ci sono speranze e non ci sono illusioni, perché il piacere ci acquieta. Non manchiamo di nulla. La vita adamitica non dev’essere stata molto diversa dalla nostra.
Oggi, per la prima volta, si sono visti gli aerei: piccoli velivoli da ricognizione, spie nere, dispettose, sospettose, che riempivano l’aria di un grande rumore di civiltà. Abbiamo mandato avanti la nostra contraerea, e quelli si sono ritirati. Ma torneranno, com’è vero che non possono lasciarci alla nostra illegittimità. Legittimo, illegittimo, la nostra terra è senza leggi, la nostra terra non conosce orpelli, non è insozzata dai passi della convenzione. Al rumore di quelle eliche, essa trema e si scuote e vorrebbe scrollarsi di dosso quella intrusione violenta. Torneranno, e noi li scacceremo. Siamo fiduciose che questo non sia uno stato di cose transitorio.
Ringraziamo un Dio in cui non crediamo per le Cose che non ci ha dato.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 54

È giornata di manutenzione. Di buon mattino – o forse, di buona sera – Gemma ha imbracciato la cartelletta dei conti e s’è data a ispezionare il perimetro dell’edificio centrale. L’edificio centrale l’ha costruito in forma di igloo, perché aveva quest’idea, se volete un po’ demodé, che la forma dovesse essere “classica al contempo e innovativa nei materiali”. Il diametro dell’igloo è di trenta metri, la volta sopra la nostra testa sfiora i diciannove, e all’interno trovano posto due spaziose camere da letto, una cucina, il salotto dei divani, un bureau e la “sala del trono” (come scherzosamente Gioia chiama il bagno). L’ispezione è durata fino a mattina inoltrata – o forse, fino a notte inoltrata. Gemma faceva i conti, Gioia prendeva le misure col righello e io correvo impaziente dall’una all’altra, spiando le rughe che s’appianavano e si aggrinzivano sulle loro fronti, come l’apri-chiudi delle bacchette di un ventaglio. Tutto il pomeriggio, seppellita nelle scartoffie del bureau, Gemma ha calcolato e tracciato schemi, confrontandoli con le grosse mappe dei progetti, poi ha elaborato i dati al computer. Quando è venuta da noi, con un foglio stropicciato in mano, le sopracciglia aggrottate, abbiamo pensato al peggio.
« Tutto bene » ha detto invece « I materiali non mostrano alterazioni di rilievo. Si è aperta una piccola crepa dal lato est, proprio nella parete della doccia, ma niente che non si possa aggiustare. La struttura è solida, reggerà. »
Da quando siamo arrivate, il problema della struttura è quello che la assilla maggiormente. I materiali sono buoni, il progetto impeccabile, gli operai addetti alla costruzione hanno lavorato instancabilmente, tuttavia il fattore freddo continua ad agitarla. Il pericolo di deformazioni e alterazioni molecolari, a queste temperature, è molto alto e Gemma prende le sue mansioni di ingegnere piuttosto seriamente. Per questo si è sentito il bisogno di ispezioni periodiche: non vogliamo che la calotta ci caschi in testa da un momento all’altro, non possiamo rischiare che il gelo penetri all’interno senza che ce ne accorgiamo. Più d’un nemico aspettiamo alla porta, ma di tutti il gelo è il più temuto.
Sempre ringraziamo un Dio in cui non crediamo per le Cose che non ci ha dato.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 57

È notte fonda, giorno pieno. Le altre si sono già coricate. Per un motivo o per l’altro, non mi riesce di prendere sonno. Pensavo. Ero lì, nella stanza dei divani, il telecomando molle nella mia presa, quando in mente m’è risovvenuto il principio, la prima frase, il minuscolo ingranaggio che, avviato, ha dato inizio al movimento.
« Entro il 2015 saranno liberi settantamila posti da dottore. »
« Peccato che non ho studiato medicina. »
« E ho letto che in Brasile incoraggiano a prendere ingegneria. Ce ne sarà tanto bisogno. »
Gioia ed io ci guardiamo con scetticismo, col nostro segreto comprenderci di tanti anni passati gomito a gomito. « Siamo proprio inutili, io e te. » È un vecchio gioco, un farsi compagnia nelle amarezze. Gioia ha studiato Scienze Politiche, così, perché le garbava l’idea della diplomazia. Io ho studiato Lettere Classiche, così, perché mi garbava l’idea della letteratura. Gemma ha studiato Ingegneria Edile, così, perché voleva un posto di lavoro. E adesso, in un certo senso, ognuna di noi ha quel che desidera. In un modo che non ci saremmo mai aspettate, ma lo abbiamo.
Quella sera di qualche anno fa, nessuno di noi sapeva ancora che avremmo ricordato e ricordato quella conversazione. Ciascuna era distratta, pacifica, si parlava tanto per parlare. Nell’aria fredda, piovosa d’aprile, si contemplavano possibilità infinite. Non contemplavamo grandi possibilità, non nutrivamo grandi speranze, perché il nostro è un mondo, un tempo per speranze piccole, per passi non più lunghi della gamba. Il nostro è un mondo abituato alle mezze misure, al mezzo litro, un mondo in cui non s’osa, perché non s’ha fiducia che osando si otterrà quel che si desidera.
Ma in mezzo a quei frammenti di speranza noi abbiamo imbastito il nostro delirio. Ci siamo svincolate dalle leggi del possibile, del dovuto, del razionale e abbiamo fantasticato. È stato solo per una sera, ma che sera.
« E noi, invece, rimarremo disoccupate » ho osservato, facendo scattare per gioco un accendino. Gioia ha spento sul tavolo un mozzicone di sigaretta. « Io no. Io voglio fare l’ambasciatore. »
Gemma ha appoggiato la testa sul gomito e ha osservato per un po’ la lampadina sopra le nostre teste. « Ma c’è un ambasciatore italiano in tutti i paesi? »
« Penso di sì. »
« Ma tutti tutti i paesi? Anche… la Tanzania, anche San Marino? »
« Bello sarebbe fare l’ambasciatore a San Marino. »
« Anche in Antartide? »
« L’Antartide non è uno stato. È spezzettato tra altri stati. »
« Facciamo uno stato in Antartide. »
« Io faccio il dittatore » ha detto Gioia, guardandomi « e Clara scrive. »
« E io? »
« Tu progetti gli edifici. »
« Ma dopo che li ho progettati? »
« Cucini e metti lo smalto. »
« Lo smalto è essenziale » ho osservato.
« Però ci vuole un esercito. Sennò che stato è? »
« Ci sono i pinguini. Però non volano. »
« Che problema! Io sono l’ingegnere, costruisco ali meccaniche. »
« E le foche fanno il corpo di spedizione subacqueo. »
« Perfetto. »
« Perfetto. »
Adesso, nessuna di noi prenderebbe quella conversazione così alla leggera. 

Libera Terra d’Antartide,
giorno 58

La terra è splendida, pacifica, glaciale. Ritti sulla soglia dell’edificio centrale, i piedi infilati nelle galosce, la pelliccia sulle spalle, lo sguardo può spaziare lungo una distesa di sempre uguale bellezza. Prima di uscire, spesso, ci muniamo di occhiali da sole, perché il riverbero della luce sul ghiaccio è così intenso che ferisce gli occhi. Il viso è sempre schermato da una protezione cinquanta. Tuttavia la pelle si arrossa e si secca, le unghie si staccano a pezzetti. È un clima impossibile, ma è possibile viverci. Dall’edificio centrale, la stradicciola segnata coi paletti scende fino a una piccola insenatura, dov’è ormeggiata l’imbarcazione di emergenza. A destra, un po’ discosto dall’igloo, sta il padiglione militare, che custodisce le imbracature del corpo d’aviazione. Il corpo d’aviazione, i pinguini, quelli non è possibile tenerli da nessuna parte. Al mangiare, al dormire provvedono da soli. A ciascuno è stato impiantato un chip, che ci permette di monitorarne la posizione e di richiamarli all’ordine se si allontanano troppo. Un pinguino ogni quindici è dotato di una piccola webcam, sempre attiva, perché possiamo studiarne le abitudini comportamentali. Dalle pareti del bureau rintronano a tutte le ore i loro versi sgraziati, lo stropiccio delle penne, il gemito dell’acqua violata. Abbiamo pensato di farne un libro, ma ancora nessuna ha cominciato a scriverlo: ci sembra di non avere sufficienti cognizioni di biologia. Nessuna aveva buoni voti, al liceo.
Le foche la loro imbracatura la tengono sempre addosso. Sono animali fatui, poco collaborativi, ma preziosissimi quando si gioca a palla.
Il panorama, giù fino all’insenatura, ruggisce di bellezza. Questo è il nostro stato, pochi metri di terra di un altro, chi sa chi, che ora è nostra non di diritto, ma di cuore. Questa è la nostra libera terra e, come se anch’essa sapesse che la abbiamo liberata, ogni giorno si veste d’incanto per noi, trasuda tutta una magnificenza di signora munifica, scintilla di pagliuzze dorate e piroetta di vispe superfici di diamante. Ora è rosa ora è argento, ora canta, ora sembra addormentata, e sempre nel cielo lampeggia tra la foschia un globo che chiamiamo sole, ma che sole non sembra, tanto indefiniti e acquosi ne appaiono i contorni. Il respiro si ghiaccia nella trachea e fuoriesce in vapori che son già quasi solidi. Le gambe slittano impacciate e pesanti e il torace si spacca nello sforzo di frenare l’allucinato tum tum dei ventricoli.
Ringraziamo un Dio in cui non crediamo per le Cose che non ci ha dato, perché le Cose che volevamo ce le siamo prese da sole.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 76

Dalla Nuova Zelanda, ancora nessuna notizia. Quelle che arrivano, non buone. Ogni giorno l’espressione di Gioia si fa più accigliata. Sa che contiamo su di lei per farci accettare dalla comunità internazionale, ma l’obiettivo sembra sempre meno vicino. I comunicati, le intimazioni, gli ultimatum, il fax che vomita notte e giorno i nostri fallimenti diplomatici. Su tutto grava una cappa di sfiducia che pensavamo di esserci lasciate alle spalle.
Se non ci sarà accordato di metter piede su territorio neozelandese senza pericolo, senza un processo e una condanna sicura, allora avremo poche speranze di sopravvivenza. Sono già tre mesi che beneficiamo del Grande Giorno. Quando la Grande Notte arriverà, i nostri strumenti saranno inefficaci, i pannelli solari smetteranno di alimentarli. Brancoleremo in una tenebra che non sapremo in alcun modo rischiarare. Moriremo congelate nel giro di poche ore. Se la Nuova Zelanda non ci accorda di trascorrere sul suo suolo, nella sicurezza di un’ambasciata, i futuri sei mesi di buio, allora non resteranno che due alternative: la resa, la morte. Che poi sono entrambe morte, quindi un’alternativa sola.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 80

Ci chiamano usurpatori, loro, che hanno usurpato ogni speranza per ciascuna generazione a venire, loro che tutto prendono senza nulla chiedere. Noi che abbiamo avuto l’ardire di strappar loro un pezzetto di terra per viverci in pace, loro che la terra la vogliono tutta per farci la guerra. Ci chiamano usurpatori, senza ricordare che i primi usurpatori sono loro, loro che hanno commesso il peccato maggiore, quel peccato che noi cerchiamo di accomodare. Loro hanno strappato la terra alla terra, l’hanno imbrigliata nelle cartine geografiche, stampata sugli stivali e sulle borse, hanno ucciso per mangiare e mangiato per uccidere, senza rispettare nulla che non fosse la loro fame di cibo e di morte. Noi non chiediamo niente, se non di vivere la vita che vogliamo, la vita che lassù non ci permettevano, perché non c’era abbastanza spazio per tutti. Entro il 2015 servivano settantamila dottori, tutti gli altri non servivano a niente. Un tempo, signori, non si era liberi, e si faceva quello che ti dicevano di fare. Adesso si è liberi, così dicono, ma quello che ti dicono lo devi fare lo stesso. Perché se non fai il dottore, allora fai la fame. Se non sei ingegnere, non lavori. Se non t’iscrivi nel ramo dell’industria, uno stipendio poi chi te lo dà. E sbranarsi e sventolare bandiere e strillare come scimmie per un boccone di pensione, quando sei troppo vecchio per gustartela, perché gli anni migliori della tua vita li hai passati a lavorare per loro. Vuoi fare l’insegnante – perché non prendi Farmacia? Vuoi essere archeologo – ma cercati un lavoretto buono. Vuoi scrivere – tanto, se non sei famoso, non ti pubblicano. E soffocare soffocare soffocare le ambizioni perché l’ambizione è peccato e non porta pane, l’ambizione è tempo perso, braccia sottratte alla produzione. E sempre un livore un livore nel petto a fare quel che è giusto fare, ma non quello che si vuol fare. Siamo morti in partenza perché volare basso ci uccide.
Abbiamo dato le ali ai pinguini. Non le strapperete di nuovo né a loro né a noi.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 102

Niente di nuovo sul fronte meridionale. Ci trastulliamo leggendo comunicati e guardando la tv. Pensavamo di avere dvd a sufficienza per tutti i sei mesi, invece scarseggiano già. Ogni tanto guardiamo un film che abbiamo già visto in un’altra delle venticinque lingue del menu. Non pensavo di poterlo dire, ma il macedone è una lingua decisamente affascinante.
Leggo molto e così fa Gioia. Scrivo anche tanto, non solo qui. I libri, quelli non finiscono mai. Se finiscono, anche quelli si possono rileggere, e trovarci ogni volta una persona diversa. Le ispezioni di Gemma procedono bene. Si è provveduto a rinsaldare la parete dietro la doccia e si è aggiustato il contatto difettoso di un pannello. Cibo in scatola, ancora a sufficienza. Gli smalti tendono a cristallizzare in superficie, ma l’acetone non scarseggia mai. Per far asciugare i colori, spesso mettiamo il palmo fuori d’una finestrella: l’arancio, il glicine, il verde bottiglia si seccano in un modo così brillante che non s’era mai visto lassù.
Si sono visti altri aerei da ricognizione. Era prevedibile. Aspettiamo un attacco che potrebbe anche essere imminente.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 111

Il morale incattivisce. Siamo scontrose, diffidenti. Fortunatamente, c’è abbastanza spazio perché ognuna sbollisca il nervosismo prima che degeneri in lite. Pensavamo che sarebbe stato più semplice. Siamo state ingenue, positivistiche. Abbiamo creduto di far diritto legale un nostro diritto morale, quando la legge e la morale di ciascuno mai si sono trovate in accordo. Avevo tanta fiducia in questo progetto, e ne ho ancora, solo non avevo fatto i conti con l’ostilità del mondo. Mondo, che grande parola sembrava, e che parola piccola ora, quando mondo è tutto ciò che ti impedisce di essere felice.
Dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, dopo la vendita dei diritti cinematografici, avevo abbastanza soldi da investire in un progetto qualsiasi. Gemma era capo-cantiere di un grosso centro commerciale, Gioia lavorava in una pizzeria. Avevamo una sicurezza, un posto, una missione. Ma avevamo la noia di tutto.
Gemma aveva a noia i materiali di scarto, il cemento meno armato di quanto doveva essere, le liti coi finanziatori, la speculazione, gli operai senza caschetti, gli operai in nero, lo smalto che prendeva la polvere al cantiere, quelli che dicevano che non era abbastanza brava, i passanti che scuotevano la testa perché erano indietro coi lavori, i lavori che andavano lenti, i fogli che si perdevano, i geometri per cui non si poteva fare niente, la gru che scivolava sui cardini senza far rumore, l’odore dell’asfalto.
Gioia aveva a noia i clienti, specie quelli che chiedevano pizze difficili, i poco gentili, i poco diplomatici, i vecchi che non si sapeva perché continuavano a portarli in pubblico, le forchette che doveva sempre raccogliere e sostituire, l’odore di fritto, la cuoca coi capelli che scappavano da sotto la cuffietta, sapere che l’olio per friggere si cambiava una volta a settimana, la conserva di pomodoro scaduta, la tovaglia macchiata col vino, i bambini che frignavano, i bambini che correvano tra i tavoli, l’idea di non fare quello che voleva fare, l’idea che non stava all’ONU e non s’occupava di come girava il mondo, l’idea che il mondo per lei era una pizza e che si somigliavano solo perch’erano tondi entrambi.
Io avevo noia di tutto, del genere umano nella più vasta definizione: noia dei lettori che fanno finta di capire i libri, noia dei libri che non avevo tempo di leggere, noia degli scribacchini che scrivono senza documentarsi, delle biografie delle starlet, dei nerd che fanno la rivoluzione dietro il pc, dei poco intelligenti che s’atteggiano a intellettuali, di chi sputa sentenze, di chi ha sempre ragione, di chi viene bene in foto, di chi crede nell’esistenza della Padania, della pubblicità della Redbull, delle ragazze che fanno pompini dietro i banconi dei bar, degli adulti che si credono migliori quando son soltanto di un’altra generazione, dei moralisti di destra, dei moralisti di sinistra, dei moralisti atei, dei moralisti cattolici, dei cani grossi, di chi falcia i prati.
Avevamo così noia di tutto che abbiamo lasciato quello che avevamo per andare incontro a qualcosa che non si poteva avere. Tutto il mio capitale investito in una spedizione folle di conquista e di razzia, le minacce delle autorità, gli operai aborigeni ingaggiati per una miseria. Se ci tolgono tutto questo, tornerà la noia. Sarà stato invano. Sarà stata solo una sciocchezza.
Preghiamo un Dio in cui non crediamo di preservare le Cose che non ci ha dato.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 142

È definitivo. La Nuova Zelanda ci nega asilo politico. Il fronte è compatto, non scapperemo dalle sentenze. Gioia è rotta in lacrime che non abbiamo saputo asciugare. Lo vive come un suo proprio fallimento, invece è un fallimento collettivo. Non so chi fallisce di più. Non mi sento colpevole. Solo, mi sento spacciata. 

Libera Terra d’Antartide,
giorno 143

Sono venuti in formazione. Sono venuti in molti. Grossi spacchi si sono aperti sulla sommità della calotta. Fin dalle prime ore del mattino – sera – avevamo approntato una difesa. Sapevamo che, se la Nuova Zelanda avesse preso posizione, non avrebbero tardato ad attaccarci. Prima, ci hanno intimato la resa. Una resa gridata, srotolata su tutto questo ghiaccio attraverso i megafoni. Non abbiamo alzato le braccia, niente. Solo, abbiamo fatto alzare la contraerea. Era uno spettacolo vederli, vederli uno sopra l’altro, ammassati sulla collinetta là in fondo, i passanti delle ali meccaniche sotto le loro alucce rachitiche, tutti un qua que qui, un frullare e uno sbatter di becchi. E quando si sono alzati in volo, tutto uno stormo di uccelli destinati a rimaner per terra, ci si sono inumiditi gli occhi. Tante volte abbiamo già visto questo spettacolo, eppure non manca mai di commuoverci.
Non sono minacciosi, la nostra air force di pinguini. Non sparano o cose del genere, solo, volano. Volano a riempire tutto il cielo, volano come se non avessero mai fatto altro o non fossero nati per altro scopo, volano e il sole si scopre e si copre nel mezzo d’una scacchiera bianconera. Dentro le cabine di pilotaggio, gli uomini che ci sparano addosso si confondono, s’imbarazzano a veder tutto questo caos di grossi uccelli che fino a ieri non volavano. Si confondono tanto che non sparano.
Oggi, invece, hanno sparato. Hanno sparato a destra e a sinistra, fino all’insenatura e sulla collina e in acqua, ovunque un nero di penne, un odore, un colore di sangue. Si sono ritirati, e adesso noi portiamo via i corpi. Li trasciniamo, così dilaniati, scie diritte in tutto questo bianco, innumerevoli binari di corpi tirati per le zampe o per le ali, se le hanno ancora addosso. Restituiamo loro una sepoltura oceanica. Ma chi pulirà tutto questo?
Le foche si sono immerse. Sulle foche non si può contare. Sono scomparse negli abissi, sono riemerse altrove, non più qui. La palla ruzzola sul campo di battaglia, non respinta, non rimbalzata da nessuno.

Libera Terra d’Antartide,
ultimo giorno.

Abbiamo affondato la barca perché non ci venisse la tentazione di scappare. Domani piomba il Grande Buio. Chissà se piomba tutto insieme, come un sipario, una ghigliottina, o invece scivola pian piano, benefico sulle palpebre dopo tutta questa luce. Chissà se il buio può ferire gli occhi come solo sa ferirli la luce. Il tetto è riparato, dovrebbe reggere un altro po’. Ma i riscaldamenti non funzioneranno più. Dicono che a morire di freddo ci si sente bruciare da dentro, così se il freddo brucia pure il buio acceca. Tutto è al rovescio. Tutto è così interessante.
Libera Terra d’Antartide, t’abbiamo voluto bene e tu preserva le nostre carcasse, così, quando ci troveranno, finiremo come pezzi da museo. Ma non sarà lo stesso che cento altre mummie preservate dal gelo, mummie non si sa di chi, mummie senza nome, senza storia. Verranno a guardarci, da dietro le teche, bambini coi polpastrelli sudati. Verranno a guardarci, chiederanno e sarà loro risposto:
« Queste son le mummie di certi colonialisti che si credevano meglio di altri. Hanno fatto volare i pinguini. »
Ma il bambino, anziché prenderla per stupidaggine, per una cosa che non si deve fare, penserà che è stata una storia fantastica. Chissà che un giorno non fantastichi anche lui.

Di Chiara Pagliochini