martedì 8 novembre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap.12

Marcella, Ernst Ludwig Kirchner

Tante cose, tante frasi corsero tra noi che non correvamo, così sdraiati vicini. Così tante che forse ne ricordo la metà. Così tante che forse una metà le ho inventate. Quello che posso fare è raccontarle così come ricordo, per quanto imperfette o forse abbellite nella memoria. Chissà, forse sono persino tutte vere.
« E la tua famiglia? »
« Che c’entra la famiglia? »
« Quanto sanno di quello che stai facendo? »
« Niente, te l’ho detto. Loro pensano che sono in Islanda. »
« Sei tu che vuoi che lo pensino. Che razza di genitori pensano che la figlia è in Islanda e non si danno la pena di controllare? »
« Sono grande. »
« Ah, anch’io. Ma c’è sempre mia madre che mi rompe i coglioni.»
Irene mandò un risolino forzato, di quelli che tiri fuori soltanto per cortesia. Non potevo vedere la sua faccia, perché entrambi fissavamo il soffitto come se fosse interessantissimo, ma immaginai una ruga raggrinzirle la fronte spaziosa, la mascella contrarsi in uno spasimo breve.
« Saranno preoccupati a morte » rispose finalmente.
« Saranno pure morti. »
« Non scherzare. »
« Non sto scherzando. Di dov’è che sei tu? Nessuno ti cerca? »
Irene bisbigliò qualcosa. Appena un fruscio, niente affatto distinguibile. Le chiesi di ripetere.
« Hanno denunciato la scomparsa. Mi stanno cercando. E sanno che non sono in Islanda. »
« E tu? »
« Che potevo fare? Li ho chiamati. Ho detto loro che sto bene, che non posso tornare. »
« E loro hanno capito? »
« Certo che no. Ma mi cercano a Pisa. Era lì che stavo l’anno scorso. Non lo sa nessuno che sono qui. »
« E non vuoi rivederli? »
« No. »
« Perché? Sono così… ? » incespicai, cercando le parole. Ma non vennero. Quanto male poteva aver fatto una famiglia per spingere una ragazza a… ? Neanche nei pensieri mi venivano le parole.
« Perché mi farebbero cambiare idea. Loro sono sempre stati così semplici. Sono sempre stati così buoni. Mi hanno sempre voluto bene. E io neanche un po’. »
« Non ci credo. »
« Fai pure. Ma è l’evidenza dei fatti. Io sono qui e loro mi cercano di là. Io voglio morire e loro vogliono che viva. È così. Non ci sono vie di mezzo. Amare loro significa amare la vita. E io non amo la vita. Quindi non amo neanche loro. »
« Sei troppo radicale. Non è perché ti vuoi… non è perché cerchi di… »
« Perché non riesci a dire ammazzarti? »
« È tanto pesante. »
« Io sono pesante. »
« Il fatto che ti vuoi… ammazzare… non significa che non gli vuoi bene. »
« È quello che direbbero loro. Perché loro sono così semplici. »
« Tutti i genitori sono semplici. Anche i miei. Le famiglie sono così. Esistono per questo. Perché così tutti i problemi sembrano semplici e stupidi. No? »
« È per questo che sono andata via. Non voglio essere semplice, non voglio essere stupida. Voglio essere pesante e… radicale. »
« Parli come una bambina. »
« Senti chi parla. »
Mi girai su un fianco, dandole le spalle. Con la coda dell’occhio spiavo la bacheca. La sentivo respirare piano, tranquilla, come una lenta melodia di pianoforte. Era una canzone malinconica ma tenace, che crescendo e crescendo si affermava, affermava su tutto e tutti il suo messaggio, riverberando da una parete all’altra della stanza, facendo cadere i ventagli delle signore, tremare gli sgabelli degli spettatori col cilindro. Ed io mi sentivo tutto scosso, come liquefatto, impotente. C’era solo da togliersi il cappello ed uscire.
« Ma perché? » domandai, e fu un atto di ribellione istintiva.
« Perché lo faccio? »
« Sì » risposi a voce bassissima.
« Perché non c’è niente per cui valga la pena di. »
« Di cosa? »
« Di tutto. Non c’è niente per cui vale la pena di. »
Mi voltai di scatto. Sentivo che mi tremava il mento. Tremavano i denti negli alveoli. Tremava il sopracciglio. Tremavano le nocche bianche delle dita.
« Ma non ha senso! »
Lei era calma come melodia di pianoforte, calma come acqua stagnante.
« Ecco. Non ha senso. Proprio questo. »
Sorrideva ancora di quel sorriso sottile, un po’ ironico, un po’ altezzoso, come se non potesse essere capita da nessuno. Come se avesse il diritto, la pretesa di comprendersi lei sola. Nessuno poteva dirle cosa fare. Nessuno poteva correggere una cosa quando lei l’aveva detta. Era come una sacerdotessa delirante e le sue parole erano profezia e foglie e un refolo di vento spazzava il pavimento del tempio, e io ero lo stupido venuto a chiedere all’oracolo.
« Ma ci sarà qualcosa che vuoi! Qualcosa che volevi! Qualsiasi cosa! Qualcosa che è successo! »
« Qualcosa che non è successo. Vent’anni, sette mesi, ventisette giorni. »
« Piantala di fare la scema! »
« È come parlare col muro. »
« È come parlare con una deficiente. »
« Se stai qui per insultarmi te ne puoi anche andare. »
« E se io devo stare qui a deprimermi vado a casa e ci penso da me. »
« La porta è quella. »
Ma non mi alzai. E non andai verso la porta. Tanto sarebbe stato meglio se l’avessi fatto.
Per un po’ restai così, senza sapere che dire né che fare. Era così testarda. A qualsiasi mia domanda avrebbe sempre risposto così, con la pretesa di avere ragione. Non si poteva farle cambiare idea. Allora forse si poteva provare a… A capirla? Ma come si poteva capirla? Era così lontana, così lontana da tutto quello che io ero e da quello che pensavo di essere. Irene era oltre. Allora perché volevo trapanare quel muro, il muro che ci divideva e che sempre ci avrebbe diviso? Per stringerle le dita quando il buco fosse stato abbastanza grande? E che senso avrebbe avuto? Era solo un piccolo foro, erano solo piccole dita, era poco più che niente. Perché volevo quel niente? Non si poteva scavalcare il muro, non lo si poteva abbattere, non si poteva scavare un sottopassaggio. Solo stringere quelle dita lievemente contratte con la punta delle proprie dita lievemente contratte. E forse era questo che io volevo. Un contatto, pure brevissimo, una scintilla, sapere che c’era effettivamente qualcosa dall’altra parte del muro. Far sapere a lei che c’ero anch’io. Farle sapere che c’era un muro, di cui senza di me non si sarebbe mai accorta. Ero folle? Ero un idiota senza speranza?
« Cos’è che non è successo? » mi sforzai.
« Niente. »
« Smettila di fare così, per favore, smettila. »
« Così come? »
« Così vaga. Finta. Artificiale. Parla con me. Per favore. »
« Niente. Non è successo niente. Tutta la vita è stata sempre uguale. E io ho sempre avuto un’ansia di fare qualcosa, di avere un senso, capisci? Ma non ho fatto mai niente e un senso non c’è. »
« Cosa volevi fare? »
« Qualcosa di bello. »
« Cristo, Irene! »
« Volevo che qualcuno mi volesse bene e volere bene a qualcuno. »
« Ma hai… »
« Non dire quelle stronzate. Non dire gli amici. Non dire i parenti. Tu lo sai che cosa vuol dire. Lo sai anche tu. Non fare il moralista del cazzo. »
« Sei tu che non devi dire stronzate. Non fare l’angelo del Paradiso. Un ragazzo? È di questo che stiamo parlando? Stiamo davvero parlando di sesso? »
« Tu lo dici. »
Era molto pallida e adesso un po’ chiazzata di rosso. Ed era tanto più rossa quanto più era pallida. E io stavo quasi per picchiarla. Era buffo guardarla in viso, buffo perché era così imbarazzata, e anche così arrabbiata. Aveva gli occhi liquidi e neri neri, spalancati come gli occhi di un cerbiatto. Si mordeva coi denti il labbro inferiore. E non sapevo se stesse per piangere o per mettersi a ridere. Ma non avrebbe risposto, questo lo sapevo. Perché non ero stato gentile a domandare.
Ma poi… non era tutto lì? Quell’ansia metafisica che diceva lei, quell’ansia per niente. Cosa? Questione di sentirsi vivo per qualche mezz’ora ed avere caldo senza avere le coperte. E quando ci si svegliava al mattino un paio di mutande sulle piastrelle e il bagno occupato. Tanto rumore per nulla.
Oppure ero io, io che non avevo mai capito cosa ci fosse di bello in un bagno occupato, io che alla frase “quando?” rispondevo sempre “non lo so”, io che volevo essere felice per mezz’ora e non mi importava affatto di tutta la vita. Chi voleva il bagno occupato? Chi voleva un bagno occupato per tutta la vita? Si poteva avere qualche mezz’ora ogni tanto e il bagno sempre sgombro. No, non ero così cinico, non ero così freddo, ma loro mi raffreddavano, loro coi loro artigli di mogli e fidanzate e tutto il resto. Si installavano in casa tua, dormivano nel tuo letto, occupavano il tuo bagno, dicevano “mi presenti ai tuoi?”. Perché dovrei? Loro mi spaventavano, perché volevano qualcosa da me. Ma alla fine capivano, lo capivano tutte. E Maria e Nadia e Rebecca, sfilate via come ballerine di carillon, coi loro mariti in qualche parte del mondo, adesso, e un bello stuolo di marmocchi. “Non è questo che vuoi anche tu?”, no, non è questo che voglio. “Allora hai paura”, paura di cosa? Paura di cosa? Di essere libero, di avere la mia indipendenza? Era bellissimo e niente affatto pauroso.
Così non potevo capire Irene. Non potevo capire Irene come nessun uomo poteva capire nessuna donna. Ma forse io ero tanto più speciale da non poterla capire neanche un po’.
« Non è questo » disse lei, dopo un po’ che stavamo zitti.
« Sapevo che l’avresti detto. »
« Non è questo perché non è solo questo. Perché quello che dici tu si può sempre avere. Se uno si accontenta. Se uno abbassa gli standard. Ma quello che voglio io non è una cosa che si può avere sempre. »
Leggevo la bugia che barcollava nei suoi occhi.
« Hai mai avuto l’occasione di accontentarti? »
« Che vuoi dire? »
« Voglio dire… ti è mai stato proposto di accontentarti e tu hai rifiutato? »
« No. »
« E allora come fai a sapere che non è solo questo? »
« Se fosse così avrei un altro motivo per ammazzarmi. Perché non c’è davvero niente, davvero niente che…  »
Lasciò cadere la frase, e quella cominciò a fluttuare tra noi come se fosse una piuma. Non c’era bisogno che io la raccogliessi, perché sapevo cosa portava scritto. Così quella ci sorvolò e restò ad alleggiare sospesa, senza che nessuno sentisse davvero il bisogno di completarla.
« E se fosse solo così? Se tu volessi ammazzarti solo perché nessuno si è mai voltato a guardarti per strada? »
« Non è così. »
Abbassò gli occhi e fissò il lenzuolo e le sue piccole unghie si artigliavano come tante conchiglie con la bocca spalancata.
« Perché se è così stai sbagliando tutto, Irene. Perché io mi sono voltato. »

Di Chiara Pagliochini

lunedì 7 novembre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap.11


« Vent’anni, sette mesi, ventisette giorni. »
Aveva questo modo un po’ teatrale di dire le cose, come se volesse impressionare qualcuno o recitare una parte, come se le rimuginasse tra sé e sé per giorni, prima di pronunciarne una sola. Ma io non sapevo cosa rispondere. Ero lì, sdraiato sul suo letto, faccia al soffitto, e non sapevo cosa rispondere.
Come fossi finito sul suo letto è una storia che merita di essere raccontata più distesamente. Dev’essere stato quel giorno, sì, ne sono quasi sicuro, il giorno in cui mi trovò che vomitavo nel bagno. Non avevo avuto l’accortezza di chiudere la porta ed ero lì sul pavimento, in ginocchio, piegato in due sulla tavoletta. Dovevo essere un ben misero spettacolo, grande e grosso come sono. La sua mano gentile mi si era posata sulla testa e l’avevo vista piangere, piangere da una parte sola.
« È andata » aveva detto. E poi « Puoi venire qualche ora da me, se ti va. »
Era un’offerta molto generosa da parte sua.
Aveva strappato due strisce di carta igienica e mi aveva pulito gli angoli della bocca. Dovevo essere un ben misero spettacolo.
« Va bene » avevo risposto, alzandomi in piedi. Avevo tirato lo sciacquone.
E così eravamo usciti nell’aria fredda della sera, stringendoci contro il bavero del cappotto. Il bimbo di ottone intirizziva sotto il faro sterile del lampione. Non c’era nessun altro e il silenzio rimbombava da un capo all’altro di Via Santa Chiara, rimbalzando tra le pareti di mattone. Avevamo attraversato la piazza, superato il Duomo e allora Irene s’era voltata un attimo per prendermi per mano. Non capivo perché l’avesse fatto.
« Andiamo, dai » aveva detto.
Solo allora m’ero accorto di essermi fermato, fermato così senza un motivo, fissando un punto a caso della scalinata del Duomo, e un gruppo di ragazzi mi aveva fatto ala attorno. Mi guardavano tutti. Non ci si doveva fermare così per strada.
Avevo ripreso a camminare, gettando appena un’occhiata a una ragazza con il rimmel azzurro e una birra in mano. Irene mi strattonava come se fosse mia madre. E poi non credo di ricordare più niente. Dovevo aver camminato, camminato e basta, senza dire una parola.
All’improvviso quella frase di Irene:
« Vent’anni, sette mesi, ventisette giorni. »
Io sul suo letto. Questo me lo ricordo.
Era sdraiata accanto a me, con il viso rivolto verso la parete, e mi dava le spalle.
« Cos’è? » chiesi ai suoi capelli.
« Il tempo che sono viva. E il tempo che sono sola. »
« L’hai contato? »
Era una domanda piuttosto stupida.
« No, no » la vidi stringersi nelle spalle, le scapole che si contraevano leggermente « Solo immaginato. »
« È tanto tempo. »
« Lo so. »
« È per questo che… ? »
Si voltò lentamente, rotolando su un fianco, e mi guardò cogli occhi sgranati attraverso la frangetta. Erano umidi.
« Per favore, non ora » rispose. Mi si stringeva il cuore a vederla così, e non potevo fare niente, niente per aiutarla. Non potevo chiedere. Non potevo muovermi. E non potevo neanche stringerle la mano. Qualsiasi cosa sarebbe stata troppo, troppo da fare, troppo da accettare. Allora rimasi semplicemente così, immobile, con le mani lungo i fianchi strette a pugno.
« Vuoi che vada giù a farti un… tè? »
« No, no » disse, scuotendo la testa pian piano sul cuscino.
« Allora… ? »
« Niente, non fare niente. »
Ed io feci niente per un minuto, due minuti, tre minuti. Ma quattro mi sembravano troppi. Non potevo restare così, congestionato sul suo letto come se fosse un sarcofago. E poi non c’era abbastanza spazio per entrambi. Mi alzai a sedere, le gambe che penzolavano giù, i piedi nei calzini. Non ricordavo di essermi tolto le scarpe. Mossi il pollice, così, tanto per vedere se funzionava, e non feci niente per un altro, per altri due minuti. Irene non si muoveva, il lenzuolo non frusciava, la sua gola non singhiozzava. Niente.
I grossi ritratti dagli sguardi persi e concentrati erano ancora là, paurosi come li avevo lasciati l’ultima volta. E c’era anche la ragazza distesa sull’acqua. Vederli da quella distanza, dalla sponda del letto, faceva un’altra impressione. Era come se fossero una sinfonia, come se si legassero l’uno all’altro in modo spontaneo ed immediato. Ma io non sapevo fare il collegamento.
Mi voltai verso Irene. La trovai con la testa appoggiata su un gomito, che guardava me, guardava la parete dietro di me. Non piangeva più.
Indicai i ritratti, solo questo. Lei alzò le spalle, come a dire, “pazienza” o “che vuoi farci”, anche se non c’entrava assolutamente nulla. Si distese in un sorriso piccolissimo.
« Sono i miei… spiriti guida? »
C’era un che di interrogativo nel tono in cui lo disse, come se non ne fosse certa neanche lei. E non potevo certo esserlo io.
« Le due donne sono Virginia Woolf e Sylvia Plath. Quello che sembra un marinaio è Hemingway, il signore con gli occhialetti è Cesare Pavese. E quello coi baffetti è… »
« Salgari » completai per lei.
« Come… ? » sembrava sorpresa.
« Ti ricordi quella volta, alla lezione di harakiri? »
« Ah, certo. »
« E sono tutti… ? »
« Già. Tutti colleghi nostri. »
« Morti. »
« Sì. »
« Non è allegro. »
« Neanche un po’. Ma poi… perché dovrebbe esserlo? »
Sorrideva più distesa adesso, come una mamma che racconta una storia. E io che potevo essere suo padre… Ma mi sentivo così annientato, così annientato quando c’era lei, così soverchiato da tutto quello che lei era che mai, mai riuscivo a comportarmi come avrei dovuto. Ero indietro di dieci, vent’anni, vent’anni sette mesi ventisette giorni. Ero un bambino curioso che chiede. Ero un bambino curioso che ascolta.
« Come? » domandai, indicando col capo la parete. Il bello è che bastavano così poche parole.
« Lei » rispose, indicando col dito la signora dal lungo collo, ed io mi mossi lungo la traiettoria del suo polpastrello « Lei è Virginia. Era un poco… non stava molto bene, ecco. Ed era infelice e tanto tanto intelligente. E scriveva come se avesse un pennello in mano. È affogata in un torrente. »
La guardavo boccheggiare, cercare le parole più adeguate, le più lievi e le più adatte per spiegarsi, proprio come se fossi un bambino da istruire. Un bambino di quelli che non devono essere feriti.
« L’altra, Sylvia, era un poeta. E non era così felice neanche lei. E aveva tanto odio e tanto amore dentro. Imburrò due fette di pane e riempì due tazze di latte da lasciare sul comodino nella camera dei bambini. Poi chiuse tutti gli spifferi della casa. Come nelle fiabe, hai presente? Quando arriva la strega cattiva e allora gli eroi si sigillano nei castelli. Lo fece anche lei. E infilò la testa nel forno. »
Rividi l’espressione ammirata di Iris, la sua sorpresa quando avevo detto che… detto che… io la testa il forno a gas. Non era andata così. Ma c’era gente che l’aveva fatto. L’avevano fatto davvero.
Gli occhi di Irene erano fissi, vitrei. Sembrava determinata ad arrivare fino in fondo.
« Cesare è il mio preferito. Non lo pensava nessuno che l’avrebbe fatto. Non lo pensava neanche lui. Perché era da tutta la vita che ci pensava, capisci? Ci pensava così tanto che era quasi sicuro che non l’avrebbe mai fatto. Ma poi… beh, l’ha fatto. Ha scritto, “non scriverò più” e “non fate troppi pettegolezzi”. E non gli piacerebbe neanche un po’ che stiamo ancora qui a parlare di lui, ma tant’è… sonnifero, comunque. Sembra quasi una morte da donna. Hemingway si è sparato alla tempia con un fucile e Salgari… »
« Ha fatto harakiri. »
« Con un rasoio in un bosco. »
Io non sapevo propriamente cosa fare. Era tutto così tragico e così comico al tempo stesso che non ti veniva voglia di far nulla. Non ridevi, non piangevi. Era solo grottesco. Grottesco che potessi stare lì a parlare di cose come queste quando potevi prenderla e schiacciarla contro il materasso e baciarla, no? Baciarla fino a farle passare la voglia di ammazzarsi. Non era forse la cosa giusta da fare?
No, non era giusto neanche un po’. Perché questo era ciò che volevo io, non quello che voleva Irene. Irene aveva la sua bacheca e il suo conto dei giorni, il suo piccolo calendario di solitudine e di morte. I suoi occhi erano proprio come i loro. Tutti quegli stupidi scrittori morti. Tutta quella banda di idioti che io odiavo e le cui foto avrei strappato brano a brano. E poi c’era la ragazza, la ragazza sull’acqua, certo.
« Ofelia » disse Irene, e io seppi che lo sapevo. Ero solo troppo stupido per ricordarmelo.
Sospirai e sentii la cassa toracica che si rilassava, si dilatava, come se un peso fosse stato appena spinto via. In realtà c’era appena caduto. Era caduto un grosso peso, come cadevano le parole di Irene, e io ero lì a ricevere entrambi.
Aveva il capo reclinato e quel sorriso impercettibile e un po’ storto, felice di una felicità malsana e irraggiungibile. Era certamente un sorriso crudele.
Restava una domanda sola. Fatta quella, non ce ne sarebbero state altre. Non ci sarebbe stato altro da dire, da chiedere, da fare. Nessuna mano da tendere oltre l’abisso. La feci. Lei rispose.
« E tu? »
« Io questo non posso dirtelo. »
« Perché no? »
« Cosa cambia? »
« Cambia. »
« Non adesso. »
« Aspetterò. »
« Va bene. »
« E adesso? »
« Vieni qui. »
Mi sdraiai di nuovo al suo fianco e restammo lì fermi, un po’ zitti e un po’ parlando, a guardare il soffitto, senza toccarci, proprio come due morti in un sarcofago vicino. Ma eravamo insieme. Ed era così strano.

Di Chiara Pagliochini

martedì 1 novembre 2011

L'incontro

Nocturne No. 1 by *litka


Tu sei venuto a trovarmi.
Non so come, non so da dove, non so perché. So soltanto che d’un tratto hai smesso di essere così lontano. So soltanto che ti vado cercando per le strade, perché sei a pochi passi da me, sei venuto a trovarmi, sei qui da qualche parte. Nelle facce che incontro io misuro la tua faccia, la tua faccia pulita di bambino. Misuro col palmo l’incavo delle tue guance. Sento già ruvido sotto i polpastrelli.
Compongo il tuo numero dal cellulare, sperando di incrociarti all’angolo della via. Compongo il tuo numero e lo lascio squillare. Questi tum-tum cupi sono l’unico spazio tra la mia bocca e la tua. La mia bocca coi labbri che tremano. La tua bocca con le labbra tutte viola. Tu mi rispondi, ed è la prima volta che ci parliamo. Ho sempre pensato che sarebbe stato così, io coi labbri tutti in foglia e tu con la bocca viola e la voce ubriaca. Sei qui, ubriaco, da qualche parte, e io vado cercandoti per le strade, misurando il tuo volto su volti di sogno.
Tu fai il nome di un locale, il nome di un locale che conosco. Io parlo in modo impeccabile, con tutti gli infiniti ai posti giusti. Forse non sai neanche chi sono. Forse non sai che questa è la mia voce. Ma ci stiamo parlando, ci stiamo cercando, perché tu sei là fuori e hai bisogno di me.
C’è un rumore indistinto all’altro capo, e la tua voce si perde dentro le spire di una conchiglia. Qualcuno ti strappa di mano il telefono ed è una voce di donna, una voce frignante di femmina. Le urlo che se ne vada, che mi separa dalla tua bocca, le urlo che ti ridia il telefono perché la odio.
Ma tu mi hai già detto il nome del locale. Tu l’hai già detto ed io sto arrivando. E ogni passo sono più vicina alla tua faccia, alle tue labbra, alle tue guance. Hai smesso di essere così lontano.
Quando arrivo è già notte e le luci della città sfumano in un blu crepuscolare, lattiginoso e pulsante. Ti vedo là seduto sul ciglio della strada, sulla costa folta d’erba, con la testa fra i palmi. La tua faccia è grigia come la faccia di un cadavere, cinerina nella notte verdeblu. I tuoi occhi sono limpidi come fondi di bicchieri. La tua fronte trasuda madreperla sotto la luna.
Io mi avvicino e misuro la mano sulla tua guancia, che s’incastra così bene. Tu sprofondi nell’erba coi ginocchi e la tua ombra si stampa sulla riva. Ti siede accanto una ragazza senza faccia, quella che ti strappava il telefono di mano. Io le grido che se ne vada e lei ride come se avesse fatto chissà che. Ti sei ubriacato con lei, sono sicura. Ti sei ubriacato per lei e mentre tu vomitavi lei non era lì a reggerti la testa. Non è una di quelle che reggono la testa. È una di quelle che restano al tavolo a ridere con bocche di pasta sfoglia. Ma tu hai il capo fra i palmi e non la vedi. Tu non ricordi neanche che è con te. Io le grido che se ne vada e il mio grido è una cascata di scatole di cartone.
La guardo allontanarsi lungo la strada, sottile contro i dorsi neri delle colline. So che non esiste più, e tiro un sospiro di sollievo.
E la tua guancia si appoggia nel palmo della mia mano come marmellata nel cavo di un cucchiaio. Alzi la testa e mi sorridi. Mi sorridi, mi riconosci. È la prima volta che ci vediamo, ma è come se non avessimo mai smesso di guardarci, siamo come nelle foto, fissi in quest’immobile penombra come figurine stampate. Tu mi sorridi e io ti bacio la guancia, ed è una grande luce in un grande buio, un grande calore in un gran freddo. Mi siedo nell’erba accanto a te e ti cingo la schiena con un braccio, stringendo il mio fianco contro il tuo, come se fossimo sposati da cinquant’anni. Tu ti riposi contro di me ed io ti faccio da scudo contro il mondo.
Non so perché tu sia venuto. Non so perché io sono qui. Non so dove ci siamo incontrati né chi siamo. So soltanto che volevo questo fianco contro il mio, volevo reggerti la testa quando sboccavi, volevo detergerti la fronte e asciugare l’angolo molle della bocca. So solo che non vorrei essere in altro luogo che questo, e forse anche tu, e forse anche tu.
Non parliamo. Non parliamo perché i nostri fianchi e le nostre guance si parlano pelle a pelle. Niente più stupide parole, stupide carole, stupide carte, niente più.
Rialzi la testa e premi il tuo mento contro il mio e mi baci una due tre quattro volte, uno due tre quattro baci a stampo come i bambini alle scuole elementari. Ma non importa, non importa, perché noi sappiamo che cosa voglia dire. Noi sappiamo che cosa voglia dire sedere fianco a fianco in questo mondo di incubo.

 Mi sveglio in questo lato del letto. Lo so che i tuoi baci erano un conto alla rovescia. Lo so che se allungo le mani non ci trovo niente. Lo so che questo palmo è solo il cavo di un cucchiaio vuoto e questo fianco è buono per appendere i cappotti. Tu non siedi sulla riva e non vieni mai. E io non ti trovo. E noi non ci troviamo. E sono mille, mille le voci frignanti di donna che separano la tua bocca dalla mia bocca, il tuo orecchio dal mio orecchio. Divide il nostro incontro uno strato di materassi di gommapiuma. Mai ci incontreremo e mai ci guarderemo negli occhi e non c’è niente non una sola cosa che si possa fare per scambiare il sogno con la realtà. Per rovesciare la clessidra. La clessidra è incollata al tavolo. Mi sveglio in questo lato del letto, e ho qualche lacrima da versare che poi nessuno asciugherà.

Di Chiara Pagliochini

domenica 30 ottobre 2011

Lord Jim, Joseph Conrad


“Se n’era andato. La notte lo aveva inghiottito. Mi rimase negli occhi l’immagine di lui, di un uomo impacciato, sconfitto, finito. Era terribile. Udii il sordo cricchiare della ghiaia sotto le sue scarpe. Stava correndo. Stava correndo, vi dico, e non sapeva nemmeno lui dove era diretto. E non aveva ancora compiuto ventiquattro anni.”

Ho iniziato a leggere Lord Jim il giorno stesso in cui ho terminato Moby Dick e debbo dire che la linea di continuità tra i due romanzi continua ad apparirmi sorprendente. Entrambi romanzi di mare,  entrambi universi maschili il cui valore fondante è la solidarietà tra uomini che esercitano la stessa professione, entrambi grandiose tragedie umane mascherate da libri d’avventura.
Il signor Joseph Conrad scrisse questo romanzo tra il settembre del 1899 e il luglio del 1900. Sulla stessa scrivania, sotto il cerchio opaco dalla lampada, giaceva un altro suo libretto, forse il più famoso, forse uno tra i più grandi della modernità. Lord Jim e Cuore di tenebra sono fratelli di sangue, nati sulla stessa scrivania e nelle stesse ore dalla mente di quello strano uomo approdato alla scrittura dopo una lunga vita piena d’avventure. Il mare, le lussureggianti foreste vergini, i corpi seminudi degli indigeni sono una parte così originale della sua produzione che quasi quasi viene l’istinto di accostarlo ai romanzieri americani, piuttosto che alla pacata narrativa europea. Ma Conrad americano non era e non era neanche inglese, sebbene sia l’inglese la lingua in cui scrive. Conrad era polacco e l’inglese era la sua terza lingua dopo polacco e francese. Il che è esattamente la stessa cosa che pretendere che io scriva un libro in russo.
Il nodo centrale di Lord Jim è molto semplice e sintetizzabile in 3 domande:
- Chi è Jim?
- Perché si comporta così?
- E' possibile capire chi Jim sia e perché si comporti così?

Chi è Jim?

- Come si chiama? Jim! Jim! È un nome che, così da solo, non significa proprio nulla.
- Qui lo chiamano Tuan Jim, - disse Cornelius con disprezzo. – Sarebbe come a dire: Lord Jim.

Jim è un ragazzo che non ha ancora compiuto ventiquattro anni. Figlio di un rispettabile pastore inglese, ha scelto di condurre una vita di mare, per inseguire i propri sogni di grandezza. Il suo animo è intriso di ogni valore positivo che voi vogliate concedergli: è coraggioso, è generoso, vorrebbe diventare capitano e guidare la propria nave in oneste imprese, essere un modello, essere rispettato e amato dal proprio equipaggio. Disprezza ogni individuo ignobile che il Fato mette sul suo cammino, ama con altrettanto fervore le anime grandi. È ingenuo, è avventato, di facili innamoramenti e facili timori, ma cerca di mantenersi saldo, perché sa che solo con l’esercizio della costanza e del dovere potrà raggiungere i propri obiettivi. È gentile d’aspetto, è vigoroso, è intelligente. È la persona migliore cui possiate pensare e, contrariamente alle nostre aspettative di lettore, la sua perfezione non lo rende antipatico neanche un po’. Jim è semplicemente la cosa migliore che si possa essere alla sua età, gode del rispetto e dell’ammirazione di ogni persona che venga a contatto con lui, è la giovinezza alla massima potenza.
Ma poi Jim cade. Nella sua corazza di invulnerabilità si apre una piccola crepa, e Jim commette qualcosa che non riuscirà mai a perdonarsi. Nel momento del pericolo, sopraffatto dalla forza della propria immaginazione, che lo spinge a concepire indicibili orrori, Jim abbandona al loro destino la propria nave e gli uomini posti sotto la sua protezione. Jim salta dalla nave. È perduto per sempre.

Perché Jim si comporta così?

“C’era della solennità, nelle sue parole, ma anche una sfumatura di ridicolo; poiché sempre appaiono solenni e ad un tempo ridicole le lotte intime di un individuo che cerchi di salvare dal fuoco l’idea che egli si è fatto della propria identità morale.”

È proprio a questo punto della vicenda che noi incrociamo gli occhi di Jim per la prima volta, quegli occhi blu di una profondità insondabile. Jim è posto sotto processo per l’atto di aver abbandonato la nave alla deriva. I suoi compagni di fuga si sono dileguati. La nave, che sembrava sul punto di affondare, è rimasta miracolosamente a galla ed è stata rimorchiata incolume dopo qualche giorno. Ora tutte le Indie Orientali sanno dell’atto ignobile compiuto dal nostro così caro ragazzo.
Lo sa anche Marlow, solido e navigato capitano, ed è attraverso gli occhi di Marlow che noi guardiamo Jim. Marlow, per chi non lo sapesse, è lo stesso simpatico narratore di Cuore di tenebra, che giaceva sulla stessa scrivania giusto un po’ più a destra. Al nostro Marlow non manca una certa dose di auto-ironia, tanto che si sente portato ad esclamare:

“Credo proprio, cari amici, che ognuno abbia il suo angelo custode, se mi concedete che ognuno ha pure il suo demone familiare. […] È proprio qui, vicino a me, e, poiché è maligno, non si lascia sfuggire occasione per mettermi in mezzo a quel genere di cose. Quali cose? chiederete voi. Quel genere di cose, quel cumulo di circostanze che per vie traverse, inattese, veramente diaboliche, mi fa sempre imbattere in uomini affranti, sfiniti, vinti, per Giove!, che subito, non appena mi vedono, si credono in dovere di sciogliere la lingua e farmi le loro infernali confidenze.”

Come si può non comprendere il povero Marlow, anima semplice e generosa, cui nel giro di pochi anni sono capitati a portata d’orecchio due tipetti destabilizzanti come Kurtz e Jim? A me fa tutto sommato tenerezza.
Ma c’è anche da dire che Marlow in un certo senso se le cerca, un po’ per curiosità morbosa di quel “cuore di tenebra” che muove le azioni umane, un po’ perché pensa che indagare quel cuore di tenebra sia come tenere in mano le chiavi di un forziere e che dentro quel forziere sia contenuta una preziosa verità. Marlow non guarda a Kurtz e a Jim soltanto come individui, ma soprattutto come simboli, e sta qui il suo demone personale. Marlow vuole rispondere a una domanda, la stessa che l’uomo si pone dai tempi di Sofocle, dai tempi di Shakespeare. Esiste un ordine precostituito delle cose? L’uomo organizza la sua esistenza entro una serie di regole e di istituzioni. C’è il re, c’è il codice della marina. Questi ordini sono solidi ed immutabili. Ma cosa succede quando un uomo, un singolo, li mette in crisi? Quando un uomo come Macbeth uccide il re, quando un uomo come Jim salta dalla nave? Vuole forse dire che questi sistemi non sono poi così sacri? Vuol dire che non esiste un codice morale? Vuol dire che non si deve rispondere ad altro che alle leggi della propria anima e del proprio cuore? E dove la legge morale imposta coincide con la legge morale dell’individuo?

Marlow rimane molto colpito dalla giovinezza e dalla grandezza d’animo di Jim. Ne rimane colpito al punto di volerlo studiare. Ne rimane colpito al punto di volerlo aiutare. “Io ero il solo diaframma fra lui e il cupo oceano”, ci dice.
Marlow aiuterà Jim materialmente, ma soprattutto gli offrirà infinite occasioni di riscatto, perché Jim necessita di infinite occasioni in cui esercitare la sua grandezza morale, infinite occasioni onorevoli che cancellino dalla sua coscienza quell’unica azione disonorevole. Jim non riesce a perdonarsi, non riesce ad accettare di aver rinnegato con una sola azione il sogno di una vita, non riesce a guardare negli occhi le persone sapendo che essi sanno quale è stato il suo peccato. Ogni sguardo lo intende come uno sguardo di rimprovero. Ogni parola lasciata cadere come una sferzata per la sua viltà. Ogni mano che si tende per stringere la sua la sente tentennare come se fosse disgustata. Jim è come uno che abbia un cartellino appeso in fronte, un cartellino che assomiglia alla A scarlatta del romanzo omonimo, ma non la A ricamata di Hester, bensì quella marchiata a viva carne su Arthur Dimmesdale. Marlow intuisce che c’è un solo modo per aiutarlo. Mandarlo lontano, lontano, mandare Jim lontano dove nessuno lo conosca, dove nessuno sappia che cos’è essere uomini d’onore e cosa sia la moralità per gli uomini bianchi. Ed è così che Jim finisce a Patusan, un’isoletta della Malesia, tra i selvaggi (vi ricorda qualcosa?). Jim finisce in un luogo che più in basso di così non si può cadere. Si può soltanto risalire. E tornare a brillare di quella giovinezza rapinosa che è la sua forza.

È possibile capire chi Jim sia e perché si comporti così?

Per aiutare Jim, Marlow si fa a sua volta aiutare da un amico di vecchia data, Stein, commerciante tedesco e collezionista di farfalle. Marlow si reca da Stein per avere consiglio riguardo al caso di Jim e la loro conversazione esordisce così:

- Ho appena finito di descrivere questo rarissimo esemplare… Bah! E lei, che novità mi racconta?
- A dire il vero, Stein, sono qui proprio per descriverle un esemplare almeno altrettanto raro…
- Una farfalla?
- Oh! Nulla di altrettanto perfetto. Si tratta di un uomo!
- Ach, so! – mormorò Stein, mentre il sorriso gli si spegneva lentamente sulle labbra. Poi, dopo avermi fissato in silenzio per qualche istante, disse con lentezza: - Ebbene, sono un uomo anch’io, dopotutto.

Credo che Stein sia la vera voce filosofica del romanzo, e credo anche che sia un po’ Shakespeare, un piccolo Shakespeare delle Indie Orientali che colleziona farfalle. È Stein a diagnosticare con precisione la malattia di Jim: “Comprendo perfettamente. – disse. – è un romantico.”
Ma come si cura un romantico? Sappiamo curare la febbre, sappiamo curare il morbillo. Ma chi è malato dei propri sogni, come si cura? Stein accosta Jim ad Amleto (e noi scopriremo più tardi che tra gli oggetti di Jim c’è una collezione delle opere complete di Shakespeare). Ma se il problema di Amleto era “essere o non essere?”, il problema di Jim è invece “come essere?”. Non c’è niente da fare, sostiene Stein. Non ci si cura dai propri sogni, tutto ciò che si può fare è cedere all’elemento distruggitore. “Un uomo che si lascia afferrare dai vortici di un sogno è come un uomo che cada in mare. Se cerca di risalire alla superficie lottando contro l’elemento che lo tiene prigioniero, come fa la gente inesperta, affoga, nicht wahr! No, no! Non così si deve fare! Ci si può salvare soltanto sottomettendoci all’elemento stesso, accettandone la legge…” “Bisogna affidarsi all’elemento distruggitore. Questa è l’unica via… Seguire il sogno… abbandonarsi al sogno… e ancora seguirlo… ewig… usque ad finem”.
Insieme Marlow e Stein converranno di spedire Jim a Patusan, il più lontano avamposto della civiltà, in qualità di agente commerciale. E qui comincia la seconda parte della sua storia.

A Patusan Jim riesce finalmente a mettere in atto tutto ciò che la sua anima era in potenza. Jim viene accolto come una sorta di divinità e di capo tra i selvaggi, salvandoli dallo strapotere del rajah e dei predoni, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Lord. A Patusan nessuno lo conosce, nessuno può rimproverargli nulla. Là la sua parola è legge, ma sempre egli agisce per il bene di quella gente, che da subito diventa la sua gente. Jim non è Kurtz, non ha l’animo del colonialista, non accetterebbe mai sacrifici umani. Jim è proprio un bravo ragazzo. “Egli è uno di noi”, non si stanca di ripetere Marlow.
A Patusan Jim troverà anche l’amore di Gioia, giovane e fragile donna di sangue misto, che egli considera come il suo gioiello, tanto che nelle terre lontane si parla di lui come di un uomo che abbia trovato un grande tesoro, forse una grossa pietra verde, che porta sempre sepolta nel petto.
La vita di gloria, di avventura, di coraggio, la vita di romanzo che Jim da sempre sognava è finalmente la sua vita. Ma non per molto.

Tre anni dura il Paradiso per Jim, tre anni durante i quali nessun uomo bianco viene a turbare la sua pace e a riportargli davanti agli occhi fantasmi che egli crede di essersi lasciato alle spalle. Ma poi l’uomo bianco torna a disturbarlo, a rinfacciargli di nuovo quel crimine di gioventù che Jim ancora non si perdona. Arriva sotto le spoglie di Brown il Gentiluomo, un pirata, un assassino, il peggiore della sua specie. I due avversari si confrontano sulle due sponde di un fiume , “separati soltanto da uno stretto rio fangoso ma ognuno al polo opposto di quella concezione della vita che abbraccia tutto il genere umano”.
Brown è approdato a Patusan per caso con la sua masnada di disperati, per depredare l’isola e mettere qualcosa sotto i denti, ma gli indigeni, ormai forti del coraggio infuso loro da Jim, hanno respinto il suo attacco, costringendolo a riparare su un’improvvisata collinetta fortificata. Brown guarda negli occhi quell’uomo bianco, quell’anima bianca che è Jim, e lo disprezza, perché non lo capisce. Non capisce cosa l’abbia spinto ad arrivare fin laggiù, ma intuisce che dentro di lui deve pur esserci una zona buia. E fa leva sulla sua percezione per avere la meglio.
Di fronte alle insinuazioni di Brown tutte le certezze conquistate da Jim capitolano. Di fronte a una frase come questa, e per giunta pronunciata da un pirata e un assassino, è facile capire come Jim si senta morire: “Non sono di quelli che si sottraggono alle proprie responsabilità, io. Io e i miei uomini siamo tutti nella stessa barca e se devo affondare… ebbene! Voglio affondare con loro! Non sono tipo io da lasciarli così nei pasticci”.
Tutto sembrava finito, e invece niente è finito. E Jim ha di fronte un’altra occasione di tentennamento. Cosa farà, stavolta? Salterà ancora? O rimarrà saldo sulla tolda della nave, fedele alla propria natura e ai propri sogni?

Lord Jim è un grande romanzo perché è un romanzo che non offre risposte. Né Marlow né Gioia né Stein né Brown sanno capire Jim, non fino in fondo, perché nessuno capisce nessuno, e “nessun uomo è un’isola” è una favoletta per balordi. Jim è un’isola in un arcipelago di isole tutte con le proprie complessità, i propri sogni, i propri rimorsi. Capirsi è impossibile. Si può solo raccontare la verità parziale che si è intuita, e Marlow,Gioia, Stein, Brown, mille altri personaggi fanno questo. Chi è Jim? Un pazzo! Un romantico! Un vile! Un egoista! Un traditore!
Jim è un uomo, è un ragazzo, è “uno di noi”.

sabato 29 ottobre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap. 10

hanging 1 by ~nangapanda

Se a distanza di anni qualcuno mi chiedesse ma cosa ci facevi all’agenzia?, credo che per un momento o due non saprei cosa rispondere. Sempre più spesso, lezione dopo lezione, mi sorprendevo a pensare che quello non fosse decisamente il mio posto. È vero, avevo i miei problemi, le mie frustrazioni, ma non avevo mai pensato seriamente al suicidio. Non ci pensavo neanche quella volta, quando, sprofondato nel divano, avevo alzato la cornetta. Sentivo, forse, il bisogno di parlare, di un orecchio comprensivo, ma niente come pistole o corde o cavalcavia mi era mai saltato per la testa. E allora, perché continuavo a restare? Perché non me n’ero chiamato fuori subito? Subito, non appena quelle parole strane e tentatrici erano uscite dalla bocca di Iris. Subito, non appena quel pagliaccio del Mishima ci aveva insegnato come sbudellarci. Perché, se non per lei? Perché, se non per loro?
Alle volte, quando mi fermavo a pensarci, tutto appariva limpido come una lastra di cristallo. Molto spesso vedevo la Morte ferma all’angolo della via ma, quando la vedevo, non era lì per me. La Morte era ovunque ed era qualsiasi cosa, ma non cercava mai me. Quando le passavo davanti, nemmeno si voltava. Io mi voltavo, invece, io mi voltavo e la sfidavo dritta negli occhi e la riconoscevo. Poteva assumere qualsiasi forma, truccarsi il viso sempre di un colore diverso e mettere una gonna ogni giorno più corta, ma io la riconoscevo, come sempre si riconosce la donna che ci piace. Ogni giorno la osservavo un po’ più a lungo, ogni giorno mi piaceva un po’ di più. Guardavo Irene, guardavo Cassandra, guardavo tutti loro nel punto più profondo e scuro degli iridi e lei era lì ammantata, imbellettata, allettante. La Morte mi piaceva ed io la corteggiavo: era lei che rifiutava me.
 E in tutto questo io non potevo fare altro che guardare, non potevo che assistere al disfacimento altrui, crogiolarmi nei tormenti di un altro. E raccontare. Io potevo raccontare. Ero l’unico che potesse farlo. E così nel mio racconto essi vivono. Quelli che la Morte ha fatto suoi vivono in me, ed io li tengo vivi come posso. È la grandiosa rivincita di uno spasimante respinto.
Vi racconterò di Eugenio, di quella sera in cui la signora Francesca spalancò la porta della sala relax con un viso da far paura, le braccia aperte come ali di cornacchia, di come Iris dovette tenerla e carezzarle a lungo i capelli e aprirle le dita pian piano, una ad una, per staccarle dalle unghie la carta di credito. Lunghe lacrime colavano di mascara e i bei capelli lisci come tessuto sembravano più flosci, più opachi che mai. Eugenio non la guardava. Stringeva il bavero della camicia con due mani, come se pensasse di strozzarsi lì per lì. Nessuno sapeva che fare, nessuno sapeva che dire.
« Farabutti! » buttava là Francesca, ogni tanto, divincolandosi dalla presa materna di Iris.
“Farabutti” ed “è colpa vostra!”, ma non era affatto colpa nostra. Non era neanche colpa di Eugenio. Non è mai colpa di nessuno.
Francesca era quel genere di donna, io credo, che non vede più in là di ciò che li si dice. Non era la donna insensibile, sofisticata che avevo immaginato. Era solo una donna con una grande fiducia nel futuro e nel potere d’acquisto, entrambi personificati dalla massiccia figura di Eugenio. Amava forse suo marito e forse si sentiva ingannata, da lui, da noi, dal commesso del negozio. Tutto era improvvisamente svanito dal suo orizzonte insieme alla banda magnetica della piccola carta di credito. Non più la cameretta del bambino. Non più la nuova Miuccia Prada. Non più il weekend nell’agriturismo in Toscana.
Irene era seduta a gambe incrociate, con la testa reclinata e i lunghi capelli che le coprivano il viso. Ci si poteva chiedere se ascoltasse o se dormisse. Mi sedetti accanto a lei senza dire una parola e restai a guardare Francesca, ancora stretta nella morsa di Iris, un po’ che si divincolava e un po’ piagnucolante.
« È una fortuna che l’abbia scoperto… » dissi, sovrappensiero.
Irene si scansò una ciocca di capelli dagli occhi, mi fissò e disse lentamente:
« Perché fortuna? »
« Beh, se lo porterà via e… »
« E cosa? Potranno divorziare, andare ognuno per la sua strada eccetera eccetera? »
« Possono trovare una soluzione insieme. »
« Possono essere infelici insieme. »
« Sempre meglio che un’infelice e un morto. »
« A me pare più brutta l’altra, due infelici. »
« Due morti come ti pare? »
« Come Romeo e Giulietta. »
La guardai stranito e mi accorsi che sorrideva, ed era così bizzarro, perché sorrideva come se trovasse tutto molto divertente. Ma era impossibile capire se scherzasse. Era sempre impossibile capire quando scherzava.
E in tutto questo Eugenio era solo, solo come il cerchio illuminato su un palcoscenico, con l’attore che tace. Ognuno di noi era concentrato sui suoi gesti, ognuno con la coda dell’occhio lo osservava, ma lui non faceva niente. Era lì, immobile, le dita ancora congestionate sul colletto, con l’aria di stare per commettere qualcosa di terribile o tremendamente importante, che pure sempre rimandava. Quando si mosse, i nostri occhi lo seguirono come tante formiche. Si mosse e batté con la grossa mano pelosa sulla spalla di Iris. Le batté la spalla e Iris si staccò da sua moglie e fece due passi indietro. Francesca si asciugò gli occhi rossi come ceralacca e guardò in su attraverso la frangia. Eugenio schiacciò la MasterCard con la suola di una scarpa. Si abbracciarono.
Nessuno di noi sentì cosa si dissero, perché restarono così abbracciati per qualche minuto. Tutti noi immaginammo qualcosa. Io mi immaginai che dicessero così:
« Non abbiamo più un centesimo. »
« Non andremo più da nessuna parte. »
« Dobbiamo vendere la casa. »
« Ma dopo… »
« Tu prendi l’aereo, vai da tua madre a Caracas. »
« È morta. »
« Così avrai la casa tutta per te. »
« E tu che farai? »
« Io morrò. »
« E io che farò? »
« Tu sposerai uno più ricco. »
« Ma io amo te. »
« Questo non è importante. Non si muore di roba così. »
Non sapevo niente di loro, né cosa ci fosse nel testamento di Eugenio, né quanto cospicuo fosse il loro debito, né se Francesca avesse parenti a Caracas, ma in qualche modo sentii che era questo che si dissero. Questo, o qualcosa di molto vicino, perché Eugenio si impiccò la settimana seguente e noi lo guardammo penzolare oltre il vetro smerigliato, insolitamente composto e lindo, impeccabile nel suo completo di cotone. Francesca non la vedemmo più. Non sapemmo se fosse partita, ma non venne mai, e non era al funerale. Noi invece c’eravamo tutti, e c’era la polizia, e fecero un sacco di domande, e Iris rispose che non ne sapeva niente, che era in cura da loro, certo, ma che… Non l’avevano curato, non si può curare tutti. Ma è sicura che… ? Plagio, ma vogliamo scherzare! Certo che no, confermammo tutti. E c’erano tanti testimoni a favore e nessuno contrario, nemmeno Francesca, e Iris disse, alzando le spalle:
« Finisce sempre così. »
Finisce così la storia di Eugenio, con noi che lo guardiamo oltre il vetro smerigliato, perché a questi eventi si assiste tutti assieme. Finisce con me che vomito nel wc e tirò la catena che disperde tutto il giallo. Finisce con Irene che mi stringe una spalla e una lacrima, una sola, le scende da una parte e dice:
« È andata. »
Finisce così la storia di Eugenio e nessuno ne sentirà più parlare, perché Iris brucia le carte dopo ogni trattamento, brucia perché nessuno arrivi fino a lei. Finisce così la storia di Eugenio, ma ho come il sospetto che le storie non finiscano, se resta qualcuno a raccontare.

Di Chiara Pagliochini