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mercoledì 11 marzo 2015

XI.


Trafitti al cielo smaltato d’azzurro
in cima al colle spazzato dal vento
sediamo sotto la bella cupola
del santuario di San Luca, a cui cieli
come questo hanno portato stormi
di pellegrini. Per la stessa strada
loro siamo ascesi a questo prato,
con la stessa devozione, ammirati
(anche se loro credono al creatore
del cielo; noi – che si sia creato da sé).
Ma per noialtri la grazia ha un prezzo,
un pensiero cadente dalla volta
del cielo, il pensiero che siamo sotto
il cielo una volta e una volta sola.
Il nostro amore non avrà sette vite
da spendere in corpi simili a questi
sotto cieli immensi simili a questo.
Non c’è reincarnazione per chi crede
né per noi: non siamo meno effimeri
di una candela. Non abbiamo visto
arsa la biblioteca di Alessandria
e non faremo i viaggi interstellari
benché l’idea ci piaccia, e ne ridiamo
e ne piangiamo, passami un fazzoletto,
festeggiamo il nostro amore mortale. 

Di Chiara Pagliochini

giovedì 5 marzo 2015

X.


Se potessi anche stasera sentire
le cicale entrare dalla finestra
come quand’ero bambina e nelle sere
d’estate tu raccontavi le storie
della tua vita spesa tutta a crescer
figli, i tuoi, due, quelli degli altri, noi
(e ognuno aggiunge un fregio alle tue storie)…
Se potessi, io non vivrei oltre quei giorni
gli unici veri che il mio cuore visse.
L’età mi ha strappato le cicale
dal cuore, ma non c’è riuscita con te.

Di Chiara Pagliochini 

mercoledì 4 marzo 2015

IX.


Questa mattina neanche il sole
mostra il suo inganno
contorno giallo
fluorescenza su fatiscenza:
non ha truccato gli zigomi
dei casermoni.

Città sgraziata, disgraziata
fedele al degrado, infedele
alla legge (così sta scritto
su un muro dei tuoi):
io non ti amo
io piango tutte le mie colline.

Non amo i cani che cagano
ovunque, gli strilli alle cinque,
le offerte di rose, calzini,
di bici, l’olezzo dei cibi,
quelle tue torri oscenamente
storte – furono il primo segno
di stortura morale? Molti
dolcemente ti cantarono
io invece scoperchio l’incanto
e ti dis-canto una canzone
triste.

Florida forse una volta, ora
falsa come una donna vecchia
ti crogioli in sfondati miti
di fondazione, belle fole
se credi alla rivoluzione
(che in cuor loro credono tutti
non accadrà). Grassa Bologna
ingrassi del dolore di molti. 

Di Chiara Pagliochini

domenica 22 febbraio 2015

Acqua cheta


Qualche anno dopo avrebbero detto, « Da bambina la mettevamo nella culla. Faceva dimenticare di essere lì. Fino a due anni non sapeva piangere ». Quando iniziò? Forse cadendo si sbucciò un ginocchio. Forse qualche antico dolore le sbucciò il cuore per sempre. Al cinema non la potevi frenare: nel buio si scuoteva di lacrime quiete, ricacciandosi in gola i singhiozzi. Io le stringevo la mano. Allora alzava il mento e mi fissava gli occhi negli occhi, ma nei suoi occhi invasi di pianto vedevo riflesso un dolore destinato a non guarire mai. Più tardi, nel letto, coprivo di cerotti i suoi malanni immaginari. Poi, se c’era ancora tempo, le coprivo il volto di baci. Non sapeva ricambiare, non dava mai qualcosa. E qualsiasi cosa sembrava di dovergliela strappare dal petto aprendo nuove ferite.
« La lasciavamo nel box e stava lì a giocare con le sue cose. Faceva dimenticare di essere lì. Passavano ore. Dopo un paio di ore ci veniva spavento. La vedevamo ammazzata sul fondo del box, la cordicina di un gioco intorno al piccolo collo. Ma no, non ci diede il dolore di morire. Semplicemente si addormentava. Faceva dimenticare di essere lì ».
Chi ci visse insieme la ricorda così. Un’acqua cheta, il viso color carta. All’ora dei pasti usciva dalla stanza per cucinarsi qualcosa. Non si univa ai discorsi degli altri. Mangiava in un cantone del tavolo e sparecchiava subito. Faceva dimenticare di essere lì. Alcuni dimenticarono e a tutt’oggi non ne saprebbero descrivere il viso, l’espressione afflitta e melanconica. Alcuni dimenticavano mentr’era lì con loro e parlavano di lei in terza persona, come fosse una mongoloide.
Era intelligente, acuta persino. Una prima occhiata le bastava a comprendere il prossimo, ma comprenderlo non le interessava. Il suo cuore soltanto le interessava, spiarne sempre le orrende ferite, auscultando i singulti e gli spasmi del corpo. Aveva un corpo spasimante dolore.
« Da bambina stava spesso in camera con me. Io studiavo Diritto Commerciale. Sulla cassapanca di fronte alla specchiera avevo una collezione di bottigliette di profumo. Le chiedevo di non toccarle. Aveva due anni. Non le toccò mai ».
Stava al suo posto, seguiva alla lettera le istruzioni. Di tutti i medicinali leggeva le controindicazioni. Lasciata a se stessa, spendeva il suo tempo su forum di malattie. Era convinta di avere la sla e pure un cancro del cavo orale. Non fumava. Non reggeva l’alcol. Mangiava poca carne. Non ebbe mai voglia di drogarsi. Non le piaceva fare l’amore. Era sana come un pesce. Mi morì un giorno fra le braccia, di crepacuore. 


Di Chiara Pagliochini

sabato 13 dicembre 2014

Antologia di Spoon River, Edgar Lee Masters

« Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme. »


Lasciate che vi racconti una storia. Siamo in Italia, negli anni del fascismo. Una “ragazzina” chiede a un importante scrittore di spiegarle la differenza tra letteratura inglese e letteratura americana. Lavorano insieme, per la stessa casa editrice. Una casa editrice il cui direttore editoriale sarà torturato e ucciso dai nazisti nel 1944, dopo essere stato scoperto a pubblicare clandestinamente il giornale di Giustizia e libertà. È questo il clima in cui la ragazza pone la sua buffa domanda, la cui risposta oggi ci appare così scontata.
Il grande scrittore si passa la pipa dall’altra parte della bocca per nascondere un sorriso e non risponde. Una mattina, porta alla ragazza un libro. Si intitola Spoon River Anthology. Lei lo apre, “proprio alla metà”, e resta folgorata da due versi: « mentre la baciavo con l’anima sulle labbra, l’anima d’improvviso mi fuggì ». Colta da un impulso irrefrenabile, comincia a tradurlo in italiano. Per parecchi anni traduce e traduce gli stessi ritratti, finché sono ormai parte di lei. Un giorno, lo scrittore le trova il manoscritto con le traduzioni in un cassetto. Lei si vergogna, aspetta “con un gran batticuore” che lui dica qualcosa. Ma lui dice solo: 
« Allora ha capito che differenza c’è tra la letteratura americana e quella inglese », e si porta via il manoscritto.
Nel 1943, quello scrittore, Cesare Pavese, e quella ragazzina, Fernanda Pivano, curano la prima edizione italiana del capolavoro di Masters, che esce con il titolo di Antologia di S. River, ammiccamento a un improbabile Santo, al quale la censura concede il lasciapassare. Salvo poi rimangiarselo qualche giorno dopo e sequestrare il libro per “immoralità della copertina” – una copertina bianca orlata di verde.
Se oggi la differenza tra letteratura inglese e letteratura americana ci appare così scontata, pensiamo a quei due truffatori, Pavese e la Pivano, che per primi portarono in Italia non soltanto Edgar Lee Masters, ma Melville, Whitman, Hemingway, Fitzgerald, Kerouac… Portarono il mondo da noi, portarono noi nel mondo.


L’Antologia di Spoon River ha un doppio cuore: un cuore pulsante di poesia e un cuore pulsante di narrativa. In versi, infatti, vengono narrate le sorti degli abitanti di Spoon River, immaginario paese americano traversato dal fiume Spoon. Sono gli abitanti stessi, dal cimitero sulla collina, a narrare la propria vita o soltanto un momento di essa, a raccontare la storia di qualcun altro, a offrire un giudizio definitivo ma incompleto sulla propria esperienza terrena. Gli abitanti di Spoon River si compongono epitaffi, ognuno secondo le proprie capacità. Ci sono epitaffi sublimi ed epitaffi scialbi, quelli che strappano un sorriso e quelli che strappano una lacrima, quelli che avvincono e quelli che lasciano completamente indifferenti. La genialità di Masters consiste in questo: nell’umiltà di aver messo in bocca le parole giuste per ciascuno. Il poeta non cerca di impressionare con la propria tecnica, non compone una raccolta di soli pezzi magnifici, non sceglie soltanto i frutti migliori. No, egli lascia che la vita entri nella poesia in tutte le sue sfaccettature, da quelle più lustre a quelle più opache. Così la sua poesia e i suoi personaggi sono davvero vivi.
Credo che Edgar Lee Masters mi abbia insegnato che anche la poesia è racconto. Credo che, senza di lui, avrei impiegato molto più tempo per capirlo. La poesia è un modo per parlare della vita e del mondo, non soltanto ed egoisticamente della nostra vita e del nostro mondo interiore. Solo in questo modo la poesia può diventare davvero generosa e umana.


Sono tanti, troppi, i componimenti che mi hanno lasciato qualcosa, i personaggi femminili specialmente. La traduzione della Pivano è bella, davvero, ma è il testo originale a fronte a rendere straordinaria l’esperienza di lettura, permettendo al lettore di assaporare il ritmo e la grana del verso.
È un libro che regalerei a quelli che dicono – sì, esistono – « Io non leggo poesia, non mi piace ». Esiste tanta altra poesia rispetto all’oscura – e tuttavia magnifica – Ginestra leopardiana, tanta poesia che aspetta di aprire i nostri occhi alla bellezza. 

Trovate altre poesie, recitate, in questa stupenda serie di video su Youtube: Gilmore Acting Studio





lunedì 3 novembre 2014

VIII.


La ragazza che ha fatto la torta
non è stata invitata alla festa:
oggi lavora.
Per seicento euro
spazza le stanze del santuario
scrosta le pentole
serve da mangiare ai pellegrini.
La sua vita non c’è poesia
che possa de-prosaicizzarla
e anche il verso s’incaglia
legnoso manico di scopa.
Spazzando scrostando e servendo
le sue mani non creano nulla
eppure hanno fatto la torta
per la festa degli altri
cinque dischi di pan di spagna
bagnati di uno spirito dolce
con una farcia di crema.

La ragazza che ha fatto la torta
vorrebbe fare un corso di cucina:
costano troppo.
Da piccola sua madre la batteva
perché prendeva brutti voti a scuola.
Ora tutta la vita la batte.
Nella casa grave di rumori
sommersa da una torma di utensìli
sorveglia la riuscita del biscotto:
ha segreto un sorriso.
Nella torta non affonderanno
i suoi denti sporgenti davanti
pure si farà il suo nome
si dirà che brava è stata
che brava ragazza è
la ragazza che ha fatto la torta
e non è stata invitata alla festa
della sua vita.


Di Chiara Pagliochini 

domenica 26 ottobre 2014

VII.


Questo mattino
non risorgerà dalle sue ceneri
ora che il treno sfila via
come un nastro riavvolto.
Tanti bassi mattini
maligni mi hanno fissata
da finestrini come questo.
Il nostro amore pendolare
è sempre ospite di sedili scomodi.
Lasciarti la mano
quasi sul predellino
oltre la linea gialla
occhi elemosinanti
un ultimo abbraccio –
nessuna guerra
come la vita
divide due che si amano.
Abbiamo cuori vecchi
affamati di stanziamento
pure solo nel movimento
siamo.
È la nostra condanna
per aver voluto
                          troppa felicità. 


Di Chiara Pagliochini

venerdì 8 agosto 2014

VI.


Questa sera i grilli
sono un telefono che squilla a vuoto
dentro le stanze del mio cuore cavo.
Una nota s’accende da destra
per finire in un trillo alla fine d’un campo;
spiove dagli alberi la gazzarra delle cicale.
Un fil di fumo
lontani falò
sfoca lo sguardo come una lente appannata
e il mio paese è un presepe
con tre lumini accesi.
I girasoli piegano il collo
alla sudditanza del tramonto
e le gote rosarancio del cielo
avvizziscono in un languore cianotico.
Quest’ora è sempre l’ultima ora
dell’ultimo giorno

io
sono il crepuscolo. 



Di Chiara Pagliochini

lunedì 4 agosto 2014

V.

Time hangs heavy, or Penelope's web by sarak hellas / © All rights reserved

Dicono che
sei partito
per andare alla guerra
con gli altri sposi
e figli e fratelli
con le armi di sterminio di oggigiorno.


Dicono che
io resto
a vegliare il focolare
la virilità dei tuoi figli
la verginità delle figlie
i vitigni borgogna
delle terre disertate dal signore.


Dicono che
siamo una cosa sola
l’uomo e me
marito e moglie
re e regina
cazzo e vagina
e io vengo sempre per seconda.


Ma io dico che da me
sei partito
dal talamo ordinato-ordinario
partito non perché la mia fronte diventava rugosa
ma perché restava sempre uguale
tonda faccia di luna
di cui volevi vedere il lato in ombra.


Dicono che
io tesso
il sudario di tuo padre
che di notte lo guasto
per guastare gli amplessi
agli aspiranti mariti
al tuo amato passo tendendo l’orecchio.


Non sanno che
tesso
il sudario della mia vita
della vita di ogni altra
sposa-bambina-faccia-di-luna
carezzando coi fili la morte
che ho avuto dentro sempre.


Dicono che
se torni
sarò stata una sposa virtuosa
e io so
che sono stata solo questo
tu invece sei stato
tutto ciò che hai avuto la presunzione di essere. 



Di Chiara Pagliochini

sabato 31 maggio 2014

IV.


Perduto
il tuo cinguettio
batte lo stipite della finestra
Dryad of the trees

Canti l’estate
l’estate anche
di questa città
balconi banconi
bar boutique
anziché il bosco
verde della mia vita
bambina
canti l’estate
di cui non ci facciamo niente
intrappolati

Trappole
il muro
la faccia del dirimpettaio
la verticalità orizzontale
l’estate lontana
quanto una finestra chiusa

Tu canti
monito cattivo
rimembranza sterile 
nostosalgós


Di Chiara Pagliochini

sabato 26 aprile 2014

III.

"Words in the toilet bowl" by flowersforcaligula, via DeviantART


All’età di 15 anni
nello specchio del bagno
nelle grinze della fronte
nelle pieghe della bocca
fatte quando sorrideva
allora
la prima poesia le preci
pitò addosso.

Le forbicine
della mente
sforbiciavano figure
con la perizia d’un punto croce.

Da allora
sempre quando sforbiciava
sentiva come un fiotto
di succhi gastrici
incanalati nel gorgo tondo
buio
della tubatura cartacea
beveva troppo
di parole

e quando si puliva la bocca
con la manica
solo l’aspro delle parole
parlava ancora dell’emicrania
dell’esistenza dell’emicrania
dell’emicrania passata
come passate le parole
sorgente e sbocco del dolore.

Dolori non irreggimentati
le davano il rigetto 
                        della vita.


Di Chiara Pagliochini

lunedì 24 febbraio 2014

II.


Le maniche della camicetta azzurra
scoprono le vene sottopelle azzurre
polsi fragili.
Un tempo succhiavano il veleno
dal sangue larve schifose
adesso è demodé il salasso
(anche se ci salassa
no il lavoro
la vita
l’amica
l’amore
ci duole
il sangue più di prima
avvelenato).

Se potessimo liberarci degli affanni
come starnutendo
se il muco sul fazzoletto
fossero le nostre paralisi
ipocondrie
odi inqualificabili
se finisse il nostro ricordo
nella pattumiera
questo sangue
questo sangue
non farebbe tanto male
da doverlo estirpare.

Le maniche della camicetta azzurra
scoprono le vene sottopelle azzurre
recidiamo
fiotti di dolori con dolore
allagano le piastrelle
il pavimento celeste
fiorisce
ta/ogliamo bene
tutte le spine.

Depurati srotoliamo
il risvolto
il polso

non c’è più. 



Di Chiara Pagliochini