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mercoledì 11 novembre 2015

Una donna, Sibilla Aleramo

«Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutte quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello, alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni». 


Ho raccolto questo libro dallo scaffale un po’ per caso, in cerca di una lettura breve, ma che potessi lasciarmi qualcosa. È stata una buona decisione, per quanto inconscia. Di Sibilla Aleramo conoscevo soltanto il nome e, a dire il vero, nemmeno quello, trattandosi di uno pseudonimo. Avevo vaghe cognizioni della sua vita e della sua opera e anche ora posso dire di conoscerne soltanto una parte, quella che si affaccia in questo romanzo autobiografico, che racconta i primi anni della sua vita. Esso racconta, in effetti, di un’altra vita, quella di Marta detta Rina, di una gemma di donna pronta a schiudersi e a sbocciare solo nelle ultime righe del testo, staccandosi dalla pagina per librarsi e – liberarsi – verso un’esistenza femminile più consapevole e dignitosa.

Marta detta Rina è ragazza intelligente, caparbia, coraggiosa, intrappolata in un’esistenza troppo stretta, costretta ad assistere al disfacimento della propria famiglia e alla follia della madre. Vittima di una violenza carnale in giovane età, è spinta a un matrimonio riparatore con un uomo ottuso e prepotente. Le uniche gioie della sua vita coniugale vengono dall’amore per il figlio Walter e dal fatto di poter in qualche modo esercitare una propria indipendenza, attraverso la collaborazione con riviste femminili e gli studi.
E, proprio attraverso lo studio, attraverso il contatto con un ambiente diverso da quello famigliare, Marta detta Rina matura la lenta ma progressiva consapevolezza di star conducendo un’esistenza ignominiosa, accanto a un marito che non ama e che non la ama e che, per di più, la sottopone a continue violenze fisiche e psicologiche. Marta detta Rina aspira a rivendicare la propria dignità di donna, a rivendicare tale dignità per tutte le donne, a vivere senza rimorsi e vergogna il suo bisogno d’amore. Questo la porta, in ultima analisi, al sacrificio che considera supremo: l’allontanamento dalla casa coniugale e la perdita dei diritti su suo figlio, unico legame che per tanti anni l’aveva tenuta in vita. Il punto di arrivo della sua maturazione è estremamente doloroso, ma ancora oggi illuminante:

«Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?»


Marta detta Rina è un’Anna Karenina in carne ed ossa, che però non finisce i suoi giorni sulle rotaie, ma nei salotti mondani, dove allaccia avventure e storie d’amore, con uomini e donne, e dove scrive, esprime se stessa, vive a tutto tondo. Ma ormai non è più Marta né Rina: è Sibilla, rinata dalle ceneri della ragazza, e questa donna io non la conosco ancora bene.

Questo romanzo, uscito in Italia nel 1906, non è privo di difetti. Al lettore contemporaneo potrà risultare un po’ troppo enfatico e, al tempo stesso, un po’ troppo reticente: dettagli sui nomi, sui luoghi, persino sulle violenze sono sistematicamente abrasi e appaiono soltanto fra le righe. È un libro, ancora, che racconta molto, ma mostra molto poco, e oggi forse non sarebbe neanche pubblicato. Eppure, per fortuna, fu pubblicato in un’epoca ancora oscura per la donna com’era l’inizio del secolo scorso ed esercitò la sua influenza: forse salvò da un’esistenza buia qualche decina di Marte e di Rine, forse aprì gli occhi di molte altre. Certamente spalancò la strada a un tipo di scrittura femminile schietta, intrisa di verità e di miseria, che non era fino ad allora praticata.

«Un libro, il libro… Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un libro d’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta».

Ieri sera, dopo aver terminato la lettura, ho voluto fare una ricerca. Mi domandavo se Sibilla fosse riuscita a riallacciare un rapporto con suo figlio. Ho scoperto, purtroppo, che si rividero soltanto tre volte e che lui non le perdonò il suo abbandono. E questa, sono sincera, è la cosa che mi ha riempito di tristezza più di tutte.

domenica 22 febbraio 2015

Acqua cheta


Qualche anno dopo avrebbero detto, « Da bambina la mettevamo nella culla. Faceva dimenticare di essere lì. Fino a due anni non sapeva piangere ». Quando iniziò? Forse cadendo si sbucciò un ginocchio. Forse qualche antico dolore le sbucciò il cuore per sempre. Al cinema non la potevi frenare: nel buio si scuoteva di lacrime quiete, ricacciandosi in gola i singhiozzi. Io le stringevo la mano. Allora alzava il mento e mi fissava gli occhi negli occhi, ma nei suoi occhi invasi di pianto vedevo riflesso un dolore destinato a non guarire mai. Più tardi, nel letto, coprivo di cerotti i suoi malanni immaginari. Poi, se c’era ancora tempo, le coprivo il volto di baci. Non sapeva ricambiare, non dava mai qualcosa. E qualsiasi cosa sembrava di dovergliela strappare dal petto aprendo nuove ferite.
« La lasciavamo nel box e stava lì a giocare con le sue cose. Faceva dimenticare di essere lì. Passavano ore. Dopo un paio di ore ci veniva spavento. La vedevamo ammazzata sul fondo del box, la cordicina di un gioco intorno al piccolo collo. Ma no, non ci diede il dolore di morire. Semplicemente si addormentava. Faceva dimenticare di essere lì ».
Chi ci visse insieme la ricorda così. Un’acqua cheta, il viso color carta. All’ora dei pasti usciva dalla stanza per cucinarsi qualcosa. Non si univa ai discorsi degli altri. Mangiava in un cantone del tavolo e sparecchiava subito. Faceva dimenticare di essere lì. Alcuni dimenticarono e a tutt’oggi non ne saprebbero descrivere il viso, l’espressione afflitta e melanconica. Alcuni dimenticavano mentr’era lì con loro e parlavano di lei in terza persona, come fosse una mongoloide.
Era intelligente, acuta persino. Una prima occhiata le bastava a comprendere il prossimo, ma comprenderlo non le interessava. Il suo cuore soltanto le interessava, spiarne sempre le orrende ferite, auscultando i singulti e gli spasmi del corpo. Aveva un corpo spasimante dolore.
« Da bambina stava spesso in camera con me. Io studiavo Diritto Commerciale. Sulla cassapanca di fronte alla specchiera avevo una collezione di bottigliette di profumo. Le chiedevo di non toccarle. Aveva due anni. Non le toccò mai ».
Stava al suo posto, seguiva alla lettera le istruzioni. Di tutti i medicinali leggeva le controindicazioni. Lasciata a se stessa, spendeva il suo tempo su forum di malattie. Era convinta di avere la sla e pure un cancro del cavo orale. Non fumava. Non reggeva l’alcol. Mangiava poca carne. Non ebbe mai voglia di drogarsi. Non le piaceva fare l’amore. Era sana come un pesce. Mi morì un giorno fra le braccia, di crepacuore. 


Di Chiara Pagliochini