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domenica 29 maggio 2016

Lettera d'amore in scrittura cuneiforme, Tomás Zmeskal

Sono un vecchio pazzo, quando si tratta di capire i sentimenti non arrivo nemmeno alla costellazione di lentiggini sulla tua caviglia destra.



Ho avuto la fortuna di leggere e recensire questo romanzo in occasione del Blogtour organizzato da Safarà Editore.  

Ambientato a Praga e in altre località della Repubblica Ceca, Lettera d'amore in scrittura cuneiforme racconta la storia di Josef e Květa, due amanti che le circostanze storiche e una beffarda asincronia portano a più di una separazione. In una vivida polifonia, le loro vicende si mescolano a quelle di parenti, amici o semplici conoscenti, che entrano nella storia con la prepotenza e l’originalità delle loro voci. Ne risulta una narrazione che abbonda di inciampi, divagazioni e cambi di stile: sospesa ma incredibilmente ricca...

Potete leggere la recensione completa qui.
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domenica 24 aprile 2016

L'urlo e il furore, William Faulkner

«Allora Ben riprese a lamentarsi. Un suono lungo e disperato. Non era nulla. Puro suono. Avrebbe potuto essere tutto il tempo e l'ingiustizia e il dolore resi per un attimo vocali da una congiunzione di pianeti».



Il modernismo è una brutta roba. Prendi un libro immenso come questo, un universo ricreato in carta: lo leggi, assapori le parole una a una, succhiando il midollo, e quel che ti resta alla fine è solo l’unto delle parole sulle dita. Impressioni, pennellate, frammenti, non un messaggio completo da poter mettere in tasca e tirar fuori a piacimento. Quello che resta di questo romanzo sono colori, odori, dolori, sensazioni pungenti.
Mi è capitato più di una volta di uscire da un romanzo con sensazioni come questa. Non a caso, si trattava di altri capolavori indiscussi del modernismo, come Viaggio al termine della notte e Mrs. Dalloway: è la sensazione che, in fondo, non ci sia niente da dire, nessuna parola di commento da aggiungere, perché non si riesce a riprodurre per iscritto quello che l’esperienza di lettura è stata. Durante la lettura si avevano delle percezioni molto intense, ma tempo qualche ora o giorno e tutto è diventato fumoso: la definizione è svanita per lasciare il posto all’impressione. E l’impressione non ha un vocabolario preciso.

La prima volta che ho sentito parlare di questo romanzo ero in quarta superiore. Studiavamo Macbeth e la prof di inglese ci parlò dell’Urlo e il furore. Disse che iniziava con a tale told by an idiot, il racconto di Ben, figlio demente dei Compson. Seguivano altri monologhi – quello dei fratelli Quentin e Jason e quello di Dilsey, la governante nera. I quattro monologhi ricostruiscono la storia di decadenza della famiglia Compson nel sud degli Stati Uniti, un’ambientazione a me familiare in quanto appassionata cultrice di Via col vento – e per tutto il libro non ho smesso di figurarmi Dilsey esattamente come Mami, pure la zdessa doppiatrice, badroncina. A parte gli scherzi, tra l’accenno della mia prof di inglese e la lettura di questo libro sono passati tantissimi anni, e questo per un motivo ben preciso: ero rimasta molto colpita dalla trama a cui la professoressa aveva accennato, ma avevo completamente scordato che libro fosse. A ricordarmelo hanno contribuito diversi fattori: il corso sul modernismo seguito all’università, per il quale ho letto Mentre morivo, e un fidanzato fissato con L’urlo e il furore (ciao, Marco!). Così, dopo tanti anni sono riuscita a colmare questo gap. So che a voi questi aneddoti non possono proprio interessare, ma a me piace ricostruire il sottile intrico di coincidenze che mi porta a certe letture piuttosto che ad altre.

La parte del romanzo che ho preferito è quella dedicata a Quentin. È un personaggio che ho sentito nelle mie corde, nonostante l’estrema pesantezza dello stile, e che mi ha ricordato il protagonista di Viaggio al termine della notte, lo stesso amalgama di lirismo e grottesco. Ho apprezzato molto anche le parti di Ben e Dilsey: la prima con qualche difficoltà, avendo impegnato molte delle mie risorse per ricostruire un ordine logico che, col senno di poi, non avevo alcun diritto di pretendere («full of sound and fury. Signifying nothing»)la seconda l’ho apprezzata in modo più intimo e disteso, le parole di Dilsey sono state un po’ un balsamo materno dopo l’impennata di odio di Jason. Ecco, il monologo di Jason l’ho detestato, letteralmente: non vedevo l’ora di arrivare in fondo, ero come un cavallo che sta per sgroppare, e questo dimostra l’estrema perizia ed efficacia della scrittura di odio, livore e grettezza mentale di cui Faulker è riuscito a dotare il suo personaggio.

Ma Faulkner dov’è in tutto questo? Ah, lui non c’è, non è in casa. Lo scrittore si è fatto piccolissimo, inconsistente, mere voce e penna a servizio della storia e dei personaggi. Sono pochi gli scrittori che riescono a lavorare con questa umiltà. Sono i grandi. 


mercoledì 11 novembre 2015

Una donna, Sibilla Aleramo

«Alfine mi riconquistavo, alfine accettavo nella mia anima il rude impegno di camminar sola, di lottare sola, di trarre alla luce tutte quanto in me giaceva di forte, d’incontaminato, di bello, alfine arrossivo dei miei inutili rimorsi, della mia lunga sofferenza sterile, dell’abbandono in cui avevo lasciata la mia anima, quasi odiandola. Alfine risentivo il sapore della vita, come a quindici anni». 


Ho raccolto questo libro dallo scaffale un po’ per caso, in cerca di una lettura breve, ma che potessi lasciarmi qualcosa. È stata una buona decisione, per quanto inconscia. Di Sibilla Aleramo conoscevo soltanto il nome e, a dire il vero, nemmeno quello, trattandosi di uno pseudonimo. Avevo vaghe cognizioni della sua vita e della sua opera e anche ora posso dire di conoscerne soltanto una parte, quella che si affaccia in questo romanzo autobiografico, che racconta i primi anni della sua vita. Esso racconta, in effetti, di un’altra vita, quella di Marta detta Rina, di una gemma di donna pronta a schiudersi e a sbocciare solo nelle ultime righe del testo, staccandosi dalla pagina per librarsi e – liberarsi – verso un’esistenza femminile più consapevole e dignitosa.

Marta detta Rina è ragazza intelligente, caparbia, coraggiosa, intrappolata in un’esistenza troppo stretta, costretta ad assistere al disfacimento della propria famiglia e alla follia della madre. Vittima di una violenza carnale in giovane età, è spinta a un matrimonio riparatore con un uomo ottuso e prepotente. Le uniche gioie della sua vita coniugale vengono dall’amore per il figlio Walter e dal fatto di poter in qualche modo esercitare una propria indipendenza, attraverso la collaborazione con riviste femminili e gli studi.
E, proprio attraverso lo studio, attraverso il contatto con un ambiente diverso da quello famigliare, Marta detta Rina matura la lenta ma progressiva consapevolezza di star conducendo un’esistenza ignominiosa, accanto a un marito che non ama e che non la ama e che, per di più, la sottopone a continue violenze fisiche e psicologiche. Marta detta Rina aspira a rivendicare la propria dignità di donna, a rivendicare tale dignità per tutte le donne, a vivere senza rimorsi e vergogna il suo bisogno d’amore. Questo la porta, in ultima analisi, al sacrificio che considera supremo: l’allontanamento dalla casa coniugale e la perdita dei diritti su suo figlio, unico legame che per tanti anni l’aveva tenuta in vita. Il punto di arrivo della sua maturazione è estremamente doloroso, ma ancora oggi illuminante:

«Perché nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna? Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. È una mostruosa catena. Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento. Se una buona volta la fatale catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?»


Marta detta Rina è un’Anna Karenina in carne ed ossa, che però non finisce i suoi giorni sulle rotaie, ma nei salotti mondani, dove allaccia avventure e storie d’amore, con uomini e donne, e dove scrive, esprime se stessa, vive a tutto tondo. Ma ormai non è più Marta né Rina: è Sibilla, rinata dalle ceneri della ragazza, e questa donna io non la conosco ancora bene.

Questo romanzo, uscito in Italia nel 1906, non è privo di difetti. Al lettore contemporaneo potrà risultare un po’ troppo enfatico e, al tempo stesso, un po’ troppo reticente: dettagli sui nomi, sui luoghi, persino sulle violenze sono sistematicamente abrasi e appaiono soltanto fra le righe. È un libro, ancora, che racconta molto, ma mostra molto poco, e oggi forse non sarebbe neanche pubblicato. Eppure, per fortuna, fu pubblicato in un’epoca ancora oscura per la donna com’era l’inizio del secolo scorso ed esercitò la sua influenza: forse salvò da un’esistenza buia qualche decina di Marte e di Rine, forse aprì gli occhi di molte altre. Certamente spalancò la strada a un tipo di scrittura femminile schietta, intrisa di verità e di miseria, che non era fino ad allora praticata.

«Un libro, il libro… Ah, non vagheggiavo di scriverlo, no! Ma mi struggevo, certe volte, contemplando nel mio spirito la visione di quel libro che sentivo necessario, di un libro d’amore e di dolore, che fosse straziante e insieme fecondo, inesorabile e pietoso, che mostrasse al mondo intero l’anima femminile moderna, per la prima volta».

Ieri sera, dopo aver terminato la lettura, ho voluto fare una ricerca. Mi domandavo se Sibilla fosse riuscita a riallacciare un rapporto con suo figlio. Ho scoperto, purtroppo, che si rividero soltanto tre volte e che lui non le perdonò il suo abbandono. E questa, sono sincera, è la cosa che mi ha riempito di tristezza più di tutte.

mercoledì 21 ottobre 2015

Il caso Jane Eyre, Jasper Fforde

«Ci sono cose più importanti delle leggi e dei regolamenti. Le mode e i governi vanno e vengono, ma Jane Eyre è per sempre. Darei qualunque cosa pur di portare in salvo quel romanzo».


Corteggiavo questo romanzo – Jane Eyre fa già parte del mio corredo cromosomico – da molto tempo, ma non avevo il coraggio di acquistarlo, per paura di una delusione. Così, dove non arriva il portafoglio, arriva la biblioteca. E, dove c’è biblioteca, c’è gioia. Una gioia vieppiù accresciuta dalla lettura di questa delizia, un vero gioiellino per bibliofili, amanti dei paradossi temporali, appassionati di gialli, malati di Doctor Who. Un libro che, se attribuissi a Fforde capacità di preveggenza, direi: è stato scritto per me.
La vicenda è ambientata nel 1985, ma non in quello che conosciamo. Nel 1985 immaginato da Fforde l’Inghilterra è in guerra con la Crimea da più di cento anni, il Galles è una repubblica indipendente, si può viaggiare nel tempo ed esistono i DLett, agenti che si occupano di crimini “letterari” (falsificazioni di manoscritti, furti di prime edizioni, ecc.). Thursday Next è una di loro, ma anche molto di più: veterana della campagna di Crimea, figlia di un ricercato della CronoGuardia, nipote di un geniale scienziato… Come se non bastasse, nella sua vita irrompono un famoso manoscritto (il Martin Chuzzlewit di Dickens) e il super-cattivo Acheron Hades. E Jane Eyre, vi chiederete, dov’è? Questo vi lascio il piacere di scoprirlo.

Ho adorato l’ironia di cui è intessuto il romanzo, l’esuberanza citazionistica, le baruffe sull’identità di Shakespeare, le goffe sparatorie, i cattivi teatrali e poco credibili. Tutte queste cose, che a occhi di altri potrebbero costituire un difetto, sono per me motivo per disegnare cuoricini nell’aria: è il gusto rotondo del trash letterario ben fatto, auto-consapevole e auto-ironico. Per mia fortuna, Fforde non si è fermato a questo primo romanzo e neanche ai 76 rifiuti ricevuti: esiste, invece, un’intera serie dedicata alle avventure della DLett Thursday, di cui la Marcos y Marcos ha pubblicato alcuni volumi. Con immensa gioia della sottoscritta e di tutti i lettori del mio stampo. 

sabato 19 settembre 2015

L'innocenza, Tracy Chevalier

«La tensione fra due forze contrarie fa di noi ciò che siamo. Noi le abbiamo entrambe, mescolate nel cuore, dove si danno battaglia e mandano scintille. Non siamo solo luce, ma anche tenebra, non abbiamo solo la pace ma anche la guerra. Siamo innocenti eppure smaliziati […] E c’è una lezione che faremmo bene a imparare: il mondo si rispecchia intero in ogni fiore».


Quando un romanzo della Chevalier finisce, qualcuno nel mondo si ritrova con la testa ciondoloni da un lato, una guancia appoggiata al pugno chiuso, il gomito puntellato sul tavolo, a chiedersi perché abbia intrapreso quella lettura e cosa sperava di trovarvi che invece non c’è.
Dopo aver letto due libri di questa autrice statunitense (il primo fu Strane creature), ho infatti l’impressione che la sua scrittura continuerà sistematicamente a mancare l’obiettivo che io pretendo da essa, lasciandomi perplessa e spazientita. E, se sono un po’ dura, è perché mi rattrista pensare che un romanzo di così belle promesse come L’innocenza, che scomoda persino il signor William Blake, finisca per non mantenerne alcuna.
Londra, fine Settecento. La famiglia Kellaway si trasferisce dal bucolico Dorsetshire alla caotica capitale inglese inseguendo un circo. Di essa fanno parte Thomas, intagliatore di sedie, sua moglie e due figli adolescenti, Jem e Maisie. Maisie si innamora di John, acrobata a cavallo, donnaiolo e figlio del proprietario del circo. Jem si innamora (ma non lo sa) di Maggie, monella londinese che nasconde un segreto. Vicini di casa dei Kellaway sono niente di meno che William Blake, poeta e incisore dalle scomode idee politiche, e la sua consorte. Il tutto è condito da una buona dose di pericolosa nebbia, pub, tagliagole, sfruttamento e prostituzione minorili, innocenza rubata, poesia…

Sembrerebbe un romanzo fantastico, neh? Ecco perché mi arrabbio: poteva essere un romanzo storico davvero ben riuscito, se la Chevalier non si fosse limitata ad accennare a ognuno di questi elementi senza approfondirne alcuno (sulla questione dell’approfondimento si veda alla voce: caratterizzazione psicologica mancata dei personaggi). Non basta la varietà degli ingredienti per fare una buona insalata: bisogna condirla. E, a mio avviso, qui c’è poco sale.
Persino il Blake tratteggiato dall’autrice risulta appena abbozzato, non più che una figura trasognata, estremamente gentile e con i Canti dell’Innocenza sempre sulle labbra. E qui lasciate che esprima tutto il mio risentimento verso le scelte editoriali: sono d’accordo sul fatto che i versi di Blake di cui la Chevalier infarcisce la narrazione andassero tradotti, ma non si poteva scegliere una traduzione graziosa, che almeno non tradisse l’irrinunciabile musicalità dell’originale? Incontrare i Canti dell’Innocenza e i Canti dell’Esperienza in questa veste mi suscita un moto di spontanea repulsione. Vi sfido a confrontare (rigorosamente con lettura ad alta voce):

Io mi aggiro per ogni strada urbana,
dell’urbano Tamigi lungo il corso,
e impressi in ogni volto segni incontro,
segni di sofferenza e abbattimento.
In ogni grido di qualunque Uomo,
nel pianto di paura d’ogni Bimbo,
in ogni voce e proibizione avverto
le manette forgiate dalla mente. 

Con:
I wander thro’ each charter’d street,
Near where the charter’d Thames does flow.
And mark in every face I meet
Marks of weakness, marks of woe.
In every cry of every Man,
In every Infants cry of fear,
In every voice: in every ban,
The mind-forg’d manacles I hear…

Tutta questa filippica e alla fine hai dato ben 3 stelline?, vi starete chiedendo. Certo, perché L’innocenza non è un brutto romanzo. Solo, secondo me non è abbastanza bello. È in queste sfumature che si annida il risentimento del lettore. 


sabato 5 settembre 2015

Mia cugina Rachele, Daphne Du Maurier

«Eravamo insofferenti nei confronti dei nostri simili, ma comunque bramosi d’affetto; la timidezza aveva tenuto sotto chiave qualunque impulso, ma poi il cuore era stato toccato. E quando il cuore fu toccato, per noi sembrò spalancarsi il paradiso e ci parve di possedere – sì, a entrambi – tutta la ricchezza dell’universo. Se fossimo stati diversi, saremmo sopravvissuti».


Il mio amore per Daphne Du Maurier è nato molti anni fa, quando, essendomi imbattuta per la prima volta in Rebecca la prima moglie, cominciai a inseguire la stessa storia in film, fiction e nel romanzo, fino a farla un po’ mia e quasi a volerla riscrivere in prima persona. Di questa autrice inglese dal nome francese amo le atmosfere torbide e inquiete, la sensazione di scoprire un segreto a ogni curva della narrazione (anche in assenza di veri segreti) e l’idea dell’amore come forza logorante a cui non ci si può opporre. Nei suoi romanzi leggiamo di amori avvelenati e distruttivi, indissolubilmente legati al crimine e alla morte: è questo a renderli così peculiari, a tenere il lettore col fiato sospeso in un estenuante volta-pagina, nell’attesa che la tensione che finora l’ha attanagliato si plachi o culmini una buona volta.
Mia cugina Rachele è un ottimo esempio di tutto ciò e, nonostante riservi meno colpi di scena del più noto Rebecca, sa far dono di ore molto piacevoli. A renderlo speciale è l’ambiguità mai sciolta della figura di Rachele, un’avvenente nobile italo-inglese in cui si combinano tutte le sfumature del femminino. A narrarci di lei è il giovane Philip, ventiquattrenne di belle speranze, cresciuto nella tenuta di famiglia dal cugino Ambrose, per cui nutre una sfrenata venerazione. Per problemi di salute, Ambrose è costretto a trascorrere qualche tempo in Italia, dove conosce Rachele e se ne innamora. I due si sposano e vivono insieme per un anno a Firenze, finché Ambrose è stroncato da una malattia improvvisa. Philip è distrutto dal dolore, dall’odio e dalla gelosia per la donna che gli ha portato via colui che considerava un padre: la stessa donna che poi si presenta alla porta della sua casa e che sembra così diversa dall’idea che si era fatto di lei… Ma perché Rachele è venuta in Inghilterra? Per visitare i luoghi amati da Ambrose o perché ha qualche mira sul suo testamento, da cui è stata esclusa? Mi fermo qui: tutto questo avviene entro le prime 50 pagine del romanzo e ho intenzione di lasciarvi intatto il piacere del resto.


La storia, che sembrerebbe vincolata a una trama un po’ scontata, è resa accattivante e quasi sadicamente divertente dal personaggio di Rachele, che risulta la stratificazione di diverse personalità e luoghi comuni sul femminile. Rachele è tutto e il contrario di tutto: è la femme fatale che ruba il cuore degli uomini, conducendoli alla perdizione; è la strega che conosce le antiche arti delle erbe, che usa per curare e far ammalare; è la fanciulla che ha bisogno di essere salvata, anche da se stessa; è la donna del focolare, che sa amministrare una casa e tenere brillante la conversazione; è l’amazzone indipendente e impulsiva, che non si lascia comandare dagli uomini. Rachele sa calarsi in ognuna di queste parti e indossarle per il proprio piacere o per il piacere della manipolazione, l’arte in cui riesce meglio di tutte. Ma la cosa più interessare è avvertire che Rachele non è una donna più speciale delle altre, ma che anche noi, in quanto donne, siamo Rachele e nel corso della nostra vita ricopriamo un numero incredibilmente alto di ruoli, indossando maschere che il più delle volte sono state dipinte per noi dal sesso maschile. Per questo, in fin dei conti, l’anima nera (ma è davvero così?) di Rachele non suscita odio o sgomento nelle lettrici, ma un’inaspettata simpatia. Osservarla attraverso gli occhi ingenui di Philip conferisce alla narrazione un tono di nascosta ironia, che forse solo le lettrici coglieranno. Su tutto aleggia un pensiero frivolo e sbarazzino, ma che dà grande piacere: gli uomini… sono così semplici.

lunedì 24 agosto 2015

Abbiamo sempre vissuto nel castello, Shirley Jackson

«Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. Fossi matta, sorellina, se ci vengo m’avveleni».


Ho iniziato e terminato questo libro durante un viaggio in treno e devo dire che si è rivelato un’ottima compagnia. Sapevo che la Jackson è una delle fonti di ispirazione di Stephen King e che, quindi, mi sarei trovata a leggere una storia in bilico tra horror e giallo. In realtà (come nel caso di King) ho trovato molto di più.
Abbiamo sempre vissuto nel castello è la storia dell’amore tra due sorelle, Mary Katherine e Constance Blackwood, rimaste orfane in seguito a un tragico e misterioso evento. A eccezione di uno zio, Julian, tutti i membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati durante una cena, sei anni prima. All’epoca del fatto Constance era stata accusata dell’omicidio, ma presto scagionata: questo, tuttavia, non impedisce agli abitanti del villaggio limitrofo di continuare a sospettare, schernire, odiare e segretamente temere le sorelle Blackwood, che sono state costrette a tagliare ogni rapporto con la società. Ma Merricat e Connie sono felici nel loro isolamento: la loro vita è tutta intessuta di piccole gioie e ritmi indistruttibili, parole magiche, oggetti-talismani e manicaretti. Tutto procede per il meglio, finché un estraneo, quasi uno spirito maligno dal passato, non manda in frantumi la corazza che si sono faticosamente costruite, pretendendo che rientrino a forza nel mondo e abbandonino la loro vita sulla luna.
La vicenda è narrata in prima persona da Mary Katherine, diciottenne il cui sviluppo sembra irrimediabilmente bloccato a uno stadio di selvaggia infanzia. Nella sua voce sono forti i toni dell’odio e della paura, ma anche quelli dell’amore per la sorella, lo zio, la casa e il gatto Jonas. La sua narrazione lascia nel lettore un amalgama di sentimenti contrastanti: empatia, pietà, disagio, irritazione… A tratti si avverte la necessità di posare il libro per qualche minuto, sottraendosi al suo incantesimo verbale, a quella strisciante sensazione di fastidio mista a morbosa curiosità. Poi lo si riapre ed ecco che la scrittura della Jackson, pulita e ammaliante, trascina di nuovo il lettore con sé.
Il finale non è un muro o una sorpresa, ma piuttosto una ripresa circolare. Ci si rende conto che la storia letta imita la superficie notturna del mare, punteggiato d’onde dalla crestina bianca: una massa d’acqua buia e minacciosa, che proprio quell’oscurità rende così seducente. 

venerdì 29 maggio 2015

Niels Lyhne, Jens Peter Jacobsen


«Era stanco di se stesso, dei suoi freddi pensieri e dei suoi sogni. La vita un poema! Non quando si passa il tempo a poetare sulla vita invece di viverla. Com’era priva di contenuto, vuota, vuota, vuota! Ah, quel continuo andare a caccia di se stesso, spiando scaltramente le proprie impronte, in un eterno girare in tondo; quell’apparente tuffarsi nel fiume della vita, e intanto starsene seduto a gettar l’amo, aspettando di pescare se stesso sotto chissà quale travestimento! Ah, se solo si fosse decisa a venire finalmente – la vita, l’amore, la passione – così che smettesse di farvi sopra della poesia, per lasciare che fosse la vita stessa a farsi poesia con lui». 



È una di quelle rare occasioni in cui credo di aver poco da aggiungere alla citazione iniziale, se non questo: mai come leggendo Niels Lyhne mi sono resa conto che in un romanzo dell’800 si può trovare tutto quel che cerchiamo, risposte a domande che non abbiamo mai osato formulare, sfumature di sentimento per le quali non siamo riusciti a trovare una corrispondenza verbale. Jacobsen, come molti colleghi del secolo, sembra possedere quella conoscenza della natura umana che ce lo rende estremamente caro e che, allo stesso tempo, lo allontana inesorabilmente da noi, figli di due secoli di dubbio e di rifiuto della conoscenza.
Niels, protagonista del romanzo, ha la grazia di un personaggio di Čechov: animato da una grandissima fame di vita, non riesce tuttavia a compiere il passo di vivere. La sua esistenza si svolge in un interminabile sogno: sogna l’amore – e non lo raggiunge che per istanti fugaci; sogna di essere poeta – ma non sente mai arrivato il momento di offrire al mondo la propria poesia. Così nell’attesa vediamo svolgersi la sua vita, vuota, sempre più vuota, coerentemente con la fede atea e nichilista che lo muove. Una rosa di delicatissimi personaggi gli fa da contorno: Bartholine, madre di Niels («In mezzo a tutta quella bellezza lei rimaneva con il suo inappagato desiderio di bellezza in cuore»); Erik, l’artista che nel rumore del mondo perde la sua musa; la signora Boye; Fennimore. Nel tratteggiare i personaggi femminili Jacobsen dà il meglio di sé, dimostrando una rara e stupefacente capacità di penetrazione, che apre nell’animo grandi squarci di chiaroveggenza. 
Se volessimo trovare un tema, dovremmo dire che Niels Lyhne è il romanzo della «nostalgia della vita: non di una sua forma particolare e determinata di cui si lamenti la mancanza, ma della vita in sé, come se essa stessa fosse assente» (Claudio Magris). Per questo non può che trattarsi di un libro doloroso, amaro, impietosamente pessimista, ove non è prevista alcuna forma di catarsi. Conoscersi non salva. 

Di Chiara Pagliochini

martedì 12 maggio 2015

Un'altra Penelope. Capitolo 2



L’altro giorno ho fatto leggere alla psicologa queste mie pagine. Scorreva le righe dietro le lenti degli occhiali quadrati: un sorriso tenue, vagamente ironico, le macchiava le labbra. Le ho chiesto che cosa ne pensasse. Ha sollevato lo sguardo e ha risposto:
« Penso che ci sia molta verità, ma anche molta bugia ».
« Come in un qualsiasi libro », ho osservato.
« Non le avevo chiesto di scrivere un libro. Volevo che scrivesse per conoscersi, per ricostruirsi ».
Per un paio di minuti siamo rimaste in silenzio. Indubbiamente ha ragione. Come posso sperare di rimettere in ordine i tasselli della mia vita, se mi ostino a sottrarre le tessere?
« Tuttavia, trovo in queste pagine un certo atteggiamento costruttivo », ha aggiunto poco dopo, restituendomi le carte, « Nella descrizione di questi luoghi e di sua nonna emerge un sentimento come di autenticità, una vera partecipazione emotiva, che mi sembrano molto diversi dagli stati d’animo emersi finora. Quanti anni sono trascorsi dalla morte di sua nonna? »
« È stato circa vent’anni fa ».
« Ed è da vent’anni che non torna laggiù? »
« No, fino ai quattordici andavo una volta al mese, poi è morto anche mio nonno e sono rimasti soltanto gli zii. Una zia. Sono quattro anni che non la vedo ».
« Non vorrebbe andare a trovarla? »
« Non siamo mai state molto legate ».
La psicologa si è tolta gli occhiali e li ha puliti con l’orlo della camicetta.
« Credo che le farebbe bene un weekend fuori, da quelle parti », ha ripreso, come seguendo una sua linea di pensiero, per niente scalfita dalle mie risposte, « Potrebbe riportare alla luce certi altri ricordi di questo genere, certe emozioni… Un’altra Penelope, da tempo dimenticata».
« Non penso che i miei mi lascerebbero andare ».
« Non credo che possano trattenerla, alla sua età. A meno che non sia lei a volerlo ».
Ho visto una corda, una cordicina sottile avvitarmisi su per la caviglia come un pampino. Nessuno la vedeva, a parte me. Nessuno sentiva il suono dello sfregamento.
« Ha fatto l’esercizio che le ho chiesto? »
« Quale? », ho domandato, non priva di una certa ironia. Infatti, non passa incontro senza che mi assegni uno o due paia di esercizi, tra i quali questa trascrizione dei miei ricordi.
 « Quello di immedesimazione: provare a guardarsi come pensa che la guardino i suoi genitori ».
« No, non ancora ».
« Sarebbe il caso che provasse », ha detto, maestra esigente, « Questo e il suo weekend fuori ».
Devo preparare bene il terreno. Dopo cena – come quando, al cinema, un ragazzo ti fa cadere la mano sul ginocchio o come si attinge a un cioccolatino da un vassoio – devo affrontare l’argomento, infilare nella conversazione quel piccolo indizio, l’idea di un weekend fuori, da sola, dalla zia. La zia Nadia che non vedo da tanto tempo.
Le facce dei miei genitori sono un film già visto. Mia madre, le labbra semi-aperte su un rifiuto gentile, ragionevole. Mio padre, fronte e sopracciglia aggrottate. Mia sorella che sbatte la porta: sta uscendo. Esercizio di immedesimazione.

Questa è mia figlia Penelope a cinque anni. Indossa lo scamiciato che le ha cucito zia Nadia, a quadrettini bianchi e neri. Non è molto diversa da adesso: sempre magrolina è stata e il petto non le è cresciuto più di tanto, perché ha sviluppato presto. I capelli hanno lo stesso taglio, lunghi alle spalle, con la frangia sugli occhi. Era biondina, poi con gli anni ha cominciato a tingersi; adesso, da un paio di mesi, ha un rosso bordò che fa a pugni col suo incarnato: sotto la frangia, nell’alone delle occhiaie, gli occhi sembrano due perle che stanno per rotolare fuori. Stringe fra le braccia il suo giocattolo preferito, un cavallino di legno a rotelle con una cordicina per trascinarlo.
Spesso, quando aveva dieci mesi, la lasciavamo da sola nel box. Era una bambina molto tranquilla, non piangeva mai e non faceva capricci. Sapeva come distrarsi da sola, coi giocattoli che coprivano il fondo del box, i suoi pupazzi e anche quel cavallino che le aveva regalato nonno Antonio. Ma un giorno era troppo quieta. La trovai con la corda del cavallino intorno al collo. Per gioco, per disgrazia o già per volontà precisa, ci si era arrotolata dentro. Non respirava quasi più. La corsa in ospedale. L’angoscia. Il darsi già vinta come madre, così tanti anni fa.
Ci sopravvisse, forse solo per lo sfizio di darci altri dolori. Come quella volta, a quindici anni, che tornava da una festa. Le avevamo dato il coprifuoco, mio marito ed io: non sarebbe dovuta rientrare più tardi dell’una. All’una e cinque sentii la chiave girare nella toppa; era la prima volta che stava fuori fino a tardi e non ero riuscita a prendere sonno. Mi infilai le ciabatte e percorsi il corridoio d’ingresso, per assicurarmi che stesse bene. Si era tolta gli stivali di camoscio e vomitava sul tappeto. Per un attimo restai immobile, sospesa nella luce soffusa del corridoio, e non dissi niente. La osservai piegata in due, coi capelli spostati da un lato, un nuovo conato che le usciva di bocca. Corsi a prendere degli stracci, della carta da cucina. Mi avvicinai, le tirai su la testa e le pulii gli angoli della bocca. Inaspettatamente, mi sorrise. Un sorriso così volgare, maligno, che sembrava compiangere la mia innocenza.
« Ti senti male? Tanto male? », le chiesi, tenendola piano per una spalla. Lei fece di sì con la testa. « Cosa hai mangiato? Hai mangiato qualcosa che ti ha fatto male? »
Ancora di sì con la testa.
« Ho mangiato… troppo », rispose con voce incerta, strascicata.
« Ti senti di vomitare ancora? »
« No, no ».
« Allora vieni a stenderti un po’ sul divano ».
Mi seguì docilmente, per mano. La aiutai a distendersi e la coprii con un plaid a quadretti.
« Vuoi qualcosa di caldo? Ti farà stare meglio ».
« No, grazie. Puoi tornare a dormire, mamma, sto bene, tanto bene », disse, guardandomi coi suoi occhi sporgenti.
Girai l’angolo che separava la sala dalla zona notte e mi appoggiai alla parete, a occhi chiusi. Qualsiasi altro genitore, mi dicevo, avrebbe fatto lo stesso: ignorato i segnali, soccorso un figlio che stava male, qualunque fosse il motivo, riservandosi altre domande per il giorno seguente e punizioni all’occorrenza. Ma era la prima volta che mi sentivo tradita da mia figlia, la prima volta che i suoi occhi e le sue labbra non mi si rivolgevano con sincerità, ma si aprivano, sincronizzati, a una bugia. Una pessima bugia, che io stessa le avevo servito perché ne facesse uso nel momento del bisogno. Non abbiamo parlato il giorno seguente, né quello dopo. La sua prima sbronza, la sua prima volta, la sua prima canna: sono cose che non ha mai voluto condividere con me. Metti al mondo un figlio ed è orribile che in certi punti le vostre strade divergano, che ci siano dei coni d’ombra.
Certi problemi mio marito non se li pone. Vuole proteggere, ma non conoscere. Ai suoi occhi, Penelope è sempre stata una cosa fragile, innocente, un soprammobile che può andare in pezzi al primo alito di vento dalla finestra aperta. Eppure, il suo compito come genitore sembra quello di renderla più forte. « Vammi a comprare le sigarette, Penelope. Sei grande abbastanza, Penelope. Puoi fare qualsiasi cosa tu voglia, Penelope ». Così, a me tocca proteggerla, da se stessa e da lui: da questa corazza impenetrabile, color arancio, che si è costruita su un’ossatura di vetro. Perché io so che mia figlia è meno forte, meno capace di quanto le abbiamo insegnato a credere. Io so che quella finestra è aperta e resterà sempre aperta e non ci sarà nessuno, fuori di me, a proteggerla da quella folata.

« Non mi sembra una buona idea », ha detto mia madre, leggendo dal suo copione. Ho infilato in bocca una forchettata d’insalata, come se le sue parole non mi colpissero troppo.
« Sarebbero solo un paio di giorni », ho risposto lentamente, scegliendo con cura le parole, « Ma se non vi fidate di me… »
« Ma certo che ci fidiamo di te », è intervenuto mio padre, a quel punto. Ho premuto il tasto giusto.
« Certo che ci fidiamo di te », mia madre, la sua voce bugiarda, il tono ridicolmente basso, quasi un fruscio, « Non si tratta di questo. È che mi fa stare in ansia il pensiero di te, in viaggio da sola, dopo quello che è successo. Spero mi capirai ».
« Ma non sarà da sola. Mia sorella baderà a lei ».
Era il momento buono: ero riuscita a metterli l’uno contro l’altra e non mi restava che attendere l’esito dello scontro, in silenzio, concentrata sull’insalata. Intanto mia sorella si è affacciata in cucina, tutta agghindata, e ha salutato.
« Dove vai? », ho chiesto, improvvisamente molto interessata a lei.
« Esco con Marco », ha risposto, mentre si chinava ad allacciarsi un sandalo.
È uscita sbattendo la porta: non avevo bisogno d’altro.
« Come mai », ho buttato lì, « mia sorella non deve mai rendere conto a nessuno, mentre io sì? »
Mia madre è diventata rossa, non ha retto più:
« Tanto per cominciare, non ha provato ad impiccarsi! »
Mi sono alzata e sono andata in camera mia.
Al mattino, la valigia era pronta. Ho messo per ultimo lo spazzolino da denti e chiuso la zip. Mamma era in cucina a fare colazione: quando mi ha vista trascinare il trolley, il cucchiaino ha tintinnato contro il bordo della tazza.
« Fai sul serio? »
« Sì, mamma ».
« Per favore, non partire ».
Nei suoi occhi ho visto il guizzo del cordone ombelicale, allacciato intorno al mio collo. Saliva spiraliforme, stringendo, mozzandomi il fiato.
« Ci vediamo lunedì », ho mormorato. Ora non ne sono più così convinta.

Questa è mia figlia Penelope a venticinque anni. Trascina la valigia per il corridoio, prende in mezzo il tappeto e non perde tempo a sistemarlo. Sbatte la porta. Questa è mia figlia Penelope mentre mi uccide. Arriva per tutte le madri il momento di essere uccise: ma una figlia, un’altra donna, uccide più lentamente e più subdolamente di un maschio. Le piace prolungare l’agonia. È un veleno che goccia nel sangue dal momento in cui la metti al mondo e che diventa letale dopo dieci-ventimila dosi, finché non si è tutto sostituito al tuo sangue, e sei solo veleno.


martedì 5 maggio 2015

Un'altra Penelope. Capitolo 1


« Ti abbiamo riacciuffata per i capelli », è la seconda cosa che mi ha detto mio padre, quando mi sono svegliata nel letto dell’ospedale. La prima, « Penelope », il mio nome, pronunciato piano, più come una madre che come un padre.
Intanto, il mio corpo riprendeva coscienza di sé. Avevo un tubicino infilato nella narice destra. Papà mi ha fatto segno di non toccarlo: era fissato al naso con un cerotto. Nell’altra estremità del sondino gocciolava del liquido da una sacca sospesa a un trespolo. La stanza era bianca, quadrata: a destra e a sinistra, come due ladroni, altre persone giacevano in altri letti. Avevo vergogna di guardarle, ma avvertivo la loro presenza e quella di molteplici altri che si affaccendavano intorno a quei letti. Davanti al mio, solo mio padre, nei cui occhi scuri e fissi cercavo un appiglio. La sua mano ha trovato la mia sotto il lenzuolo di cotone; le nostre dita si sono strette. Mi è sembrato un gesto antico, a cui non ero più abituata. Mi sono sentita come il relitto di un’altra epoca, naufragata tra quelle lenzuola per uno scherzo del tempo. E forse era proprio così.
Adesso, anche l’ospedale è un ricordo, uno di quei ricordi che la psicologa mi incoraggia a trascrivere « con metodo e onestà ». Ma che onestà ci può mai essere nel racconto della propria vita? Eppure, secondo lei, ricostruire la catena di azioni e di pensieri che mi hanno portata in quel letto d’ospedale può servire. Alla comprensione, se non all’accettazione del mio stato. Alla rassegnazione, io credo. Mi devo rassegnare alla vita.
« Dovrebbe guardare alla sua vita come se fosse una storia. Ecco, lei è un personaggio di questa storia. Insieme a lei, tanti personaggi vi compaiono, personaggi il cui cammino si è incrociato e si incrocerà col suo in variabili impreviste. Se lei potesse guardare alla sua vita come a una storia, capirebbe che lì dentro ha un ruolo. In una storia non si danno personaggi inutili. Lei non è inutile, Penelope. Nessuna delle persone della sua vita lo è. E, se potesse pensare al ruolo che certe persone della sua vita hanno avuto per lei, forse capirebbe che ruolo ha avuto lei per loro. Che ruolo potrà ancora avere ».
Così, la prima storia che voglio inseguire è quella di mia nonna. L’ultimo ricordo che ho di lei è una mano grinzosa e sottile appoggiata alla carrozzina di mia sorella, nata da qualche giorno. È il 1995: la nonna sarebbe morta qualche mese più tardi. Morì con una certa grazia, una certa noncuranza. Un pomeriggio, appena tornata da scuola, mi dissero che era morta. Così, riversa sul pavimento della sua casa. Fu un dolore piccolo, com’era piccolo il mio cuore, o forse è il tempo che l’ha reso così marginale. Di lei ricordo il viso rugoso, gli occhi piccoli e infossati e un sorriso che le si apriva ai lati della bocca formando due fossette curiose. Abitava in campagna, insieme a mio nonno, nel piccolo paese umbro in cui trascorrevo le vacanze. Sono tanti anni che non ci vado – non credo tornerò – ma suppongo non sia cambiato molto. Torre Lorenzetta, si chiama: una manciata di case appollaiate su una collina. Intorno prati, campi coltivati, boschi. Tra un campo e l’altro sorgevano baracche con pochi attrezzi: una vanga, dei sacchi, una motozappa. Erano costruzioni di mattoni o di tufo, tenute insieme dalla calce viva, con una copertura di tegole o ancora di pannelli di eternìt. Ogni giorno, per tutta l’estate, un vecchio col cappello stinto accendeva un falò nella sua parte di campo, per bruciare stoppie o chissà che carcasse. Sul paesaggio si stendeva una cortina di fumo così familiare ai miei occhi da non infastidirmi più di una lente. Ed è attraverso questa lente che osservo la mia infanzia e i suoi numi tutelari: i miei nonni.
La nonna era una donna fiera, caparbia. Alla morte del padre aveva ereditato un piccolo podere, sul quale aveva edificato il suo impero: un allevamento di maiali. Una volta la settimana, mentre il nonno curava l’orto e la vigna, lei portava i maiali al mercato, per venderli. Me la vedo davanti, in coda a una processione di suini recalcitranti, che mena colpi col bastone. Al tempo della mia nascita, l’allevamento era già un capitolo chiuso della sua vita, ma fu sempre aperto per me nei suoi racconti. In passato, raccontava, i maiali si macellavano tutti lo stesso giorno, in un angolo della piazza del paese; li si sgozzava uno dopo l’altro, e il sangue defluiva giù dalla collina, usando la strada che digradava verso i campi come il letto di un fiume.
Il suo racconto più bello parlava di quando, durante la guerra, era andata a cercare mio nonno, che era partito nel ’41 lasciandola con due figli piccoli, i miei zii. Lettere ne riceveva di rado, e vaghe; alcune avevano grossi passaggi cancellati in nero dagli uomini della censura. Nell’inverno del ’43 il nonno si trovava in Grecia ed era stato preso prigioniero dagli inglesi. « Penso sempre a te in quest’isola dove si spala la nebbia », scriveva. Secondo un detto locale, « l’isola dove si spala la nebbia » è Corfù: ma questo i signori della censura non potevano saperlo, e non censurarono. Passarono i mesi e ancora nell’estate del ’45 non c’erano novità. Anzi, il nonno aveva smesso di scrivere. Angosciata, nonna decise di andare a cercarlo. Dalla fattucchiera del paese.
La fattucchiera si chiamava Atina e abitava in una catapecchia ai piedi del colle, vicino alle fontane. Era agosto inoltrato e l’aria era tutta un gracidare di rane e frenesia di cicale. Quando smettevano di frinire, sembrava che qualcuno avesse spento il giorno e ti saliva la sudarella. Atina era nell’aia, seduta su un ceppo, e intrecciava un cesto di vimini. Era una donna alta e secca, con una gran massa di capelli grigi, intricati, che la facevano sembrare un roveto. Mia nonna la salutò e scoperchiò il cestino con le vivande che aveva portato in dono. Dentro c’erano una bottiglia di vino, una di olio, cinque uova e un piatto di poltriccette, succulente frittelle di fiori di zucca. Atina approvò con un cenno del capo.
« Ti devo togliere il malocchio? », domandò.
« No, non vengo per questo ».
« Ma il malocchio ce l’hai? »
« Come faccio a saperlo? »
« Allora vieni dentro che ci guardiamo ».
La nonna la seguì oltre la porta sgangherata: la casetta si teneva su per miracolo. Alzando la testa, vide che mancavano delle tegole e la trave centrale era infiocchettata di ragnatele. In un angolo, proprio sotto il tetto, aveva fatto il nido una rondine: il pigolio dei rondinotti era stridulo, quasi assordante. Atina le indicò una sedia malferma, poi prese da una mensola un piatto fondo, miracolosamente illeso. Vi versò dell’acqua da una brocca, fino al bordo, e lo appoggiò sul tavolo, spingendolo fin sotto il naso della nonna.
« Marianna », disse e, allungandosi verso di lei, le fece tre segni di croce davanti agli occhi. Nonna li socchiuse, per non doverla guardare da così vicino, e la udì mormorare parole sconnesse. Poi Atina si allontanò e, toccando il bordo del piatto con la mano sinistra, ripeté con la destra i tre segni di croce, stavolta sulla sua fronte, mormorando le stesse, oscure parole. Quindi prese dal cesto dei viveri la bottiglia d’olio, la aprì e ne versò nell’acqua cinque gocce. Col fiato sospeso, nonna osservò quello stillicidio silenzioso: le gocce cadevano nell’acqua e vi restavano come imprigionate, galleggiando sulla superficie. Atina le appuntò in faccia uno sguardo insoddisfatto:
« Niente malocchio », disse.
« Non ero venuta per questo », ripeté la nonna.
« Potevi ben averlo ».
« Nessuno mi vuole male ».
« Dicono tutti così… Perché sei venuta? »
« Per Antonio. È sei mesi che non ricevo la posta. Magari tu riesci a vedere dove sta ».
« Certo che ci riesco. Per chi mi hai presa? », sbottò Atina, alzandosi. Prese il piatto e lo svuotò dell’acqua attraverso una finestrella, poi ne versò di nuova. Nonna osservava i suoi gesti, chiedendosi che cosa avrebbe architettato stavolta.
« Va’ fuori », disse quella, « E raccoglimi da terra tre pietruzze. Una rotonda, una quadrata e una triangolare ».
Nonna fece come le veniva detto e ispezionò l’aia fino a che non ebbe trovato delle forme soddisfacenti. Quindi rientrò e le depose nel palmo aperto della strega, che annuì con compiacenza.
« Puoi farmi solo tre domande », spiegò, « Ogni sasso è una domanda. Quando cadono nell’acqua, i cerchi che si formano ci daranno la risposta».
« L’hai già fatto altre volte? »
« Certo. Per chi mi hai presa? »
Mentre il sasso rotondo cadeva nel piatto, la nonna chiese:
« Antonio sta bene? »
Atina spiò le onde concentriche, poi il suo viso angustiato.
« Sta bene, benone », rispose.
Dal petto di nonna si alzò un sospiro di sollievo. Qualcosa le si levò dallo stomaco e poté tornare a respirare.
« Dove sta? », domandò alla pietra quadrata.
« Sta in campagna », rispose Atina, « Un posto come questo, ma col mare vicino. Si chiama Shendelli ».
« E dove si trova? »
« Questa è un’altra domanda. Devi farla all’altro sasso ».
« Non voglio farla all’altro sasso. Volevo che mi rispondessi tutto insieme».
« Purtroppo i cerchi mi hanno detto solo questo ».
Sbuffando, la nonna si concentrò sulla terza domanda. Cosa voleva sapere? Cosa l’avrebbe fatta stare meglio? Mentre la terza pietruzza colpiva la superficie dell’acqua, lo seppe:
« Cosa sta facendo? »
Atina osservò l’increspatura fino al suo morire. Quindi alzò gli occhi ed esitò un attimo prima di rispondere.
« Allora? »
« Mangia un pollo ».
« Un pollo », ripeté la nonna, incredula.
« Mangia un pollo su una cassetta ribaltata ».
Nonna si alzò urtando il tavolo e le onde nel piatto furono tante e turbolente che la visione di Atina si oscurò. Non avrebbe dovuto portarle tutte quelle uova.
Un anno e mezzo dopo, quando nonno tornò dalla guerra, ricordò che quel giorno, un anno e mezzo prima, aveva mangiato un pollo su una cassetta ribaltata. Gliel’aveva cucinato una contadina a cui aveva chiesto un posto dove stare. E quel pollo doveva essergli piaciuto proprio tanto, se s’era fermato in quella fattoria per un’altra annata, nonostante la guerra fosse finita e gli inglesi – dai quali era riuscito a scappare a nuoto, buttandosi a mare da una barca che lo stava riportando sul continente – non sentissero il bisogno di cercarlo. Quel che combinò mio nonno nei Balcani per un anno e mezzo nessuno lo sa e ormai non può più raccontarlo. La nonna sapeva che certe cose era meglio non saperle. Ma non per questo fu meno contenta che, anche in ritardo, fosse tornato. Tant’è che quasi subito concepirono mio padre. Ma una cosa, una cosa mitica e strana è certa: nell’agosto del 1945 mio nonno Antonio si trovava a Shëndëlli, in Albania, e mangiava un pollo su una cassetta ribaltata.

In una storia non si danno personaggi inutili, dice la mia psicologa. Ma la vita non è una storia, sebbene tendiamo a raffigurarcela come tale. Nella vita il superfluo, l’incoerente sono all’ordine del giorno e nessuno interviene mai a sfrondarli. A meno che non decidiamo di farlo noi. Io avevo deciso di farlo, nell’unico modo che conosco e che ci è dato per sottrarci alla nostra pochezza. Ma mia sorella, quella sera, aveva bisticciato col suo fidanzato, che l’aveva riportata a casa prima del previsto. Così mi ha trovata sul letto, svenuta, con accanto il flaconcino aperto dei sonniferi di mia madre. I miei genitori erano al cinema: ha chiamato loro, poi l’ambulanza.
« Prometti di non farlo più », ha detto mio padre, stringendomi la mano sotto il lenzuolo, come quando da piccola, in spiaggia, mi allontanavo dalla sua vista. Gli ho detto quello che voleva sentirsi dire, ma non sono sicura che sia la verità. Eppure lascio aperta la porta, aspetto: la storia di mia nonna insegna che la verità ti arriva per vie misteriose.