«We are no longer alone, waiting for the night, waiting
for Godot, waiting for… waiting».
Il signor Samuel Beckett sapeva un paio di
cose circa l’aspettare. Per esempio, dovette aspettare 41 anni prima di capire
che il teatro (non la poesia, non il racconto, non il romanzo) era il
contenitore ideale della sua scrittura. Se ogni romanzo imprigionava il suo
spirito come un barattolo di vetro, il teatro era il martelletto con cui
battere il vetro per mandarlo in frantumi, liberando così la potenza
imbrigliata. Che Godot sia un testo
potente lo dimostra l’accanimento con cui ogni lettura critica si lancia a
scarnificarlo. La lettura più nota – quasi una vulgata – è quella che vuole Godot come Dio (God) e l’attesa di
Vladimir ed Estragon come attesa della salvazione. E non che nel testo manchino
rimandi piuttosto espliciti, vedi la storia dei due ladroni (un solo ladrone è
stato salvato, e soltanto in uno dei Vangeli: è l’idea che tormenta Vladimir),
i riferimenti alla vigna e al padrone, l’albero, i campi semantici della
salvezza e della dannazione… e molto, molto altro. A dispetto di questo evidente sottotesto, il buon
Samuel ebbe a dire: «If by Godot I had meant God, I would [have] said God, and
not Godot». Ci sarà da credergli?
Eppure, l’attesa è una condizione così
connaturata all’esperienza terrena da non necessitare, forse, alcuna
metafisica. Aspettiamo che le nostre ambizioni diventino realtà. Aspettiamo l’amore.
Aspettiamo che qualcuno o qualcosa – un essere finito, infinito o un’infinità
di cose – riempiano il vuoto dei nostri giorni e dei nostri anni, attribuendo
un senso superiore alle nostre azioni, inceppando il meccanismo mortifero
dell’abitudine. È l’abitudine che ammazza Vladimir ed Estragon, privandoli
della memoria dei giorni passati, perché i giorni passati sono uguali all’oggi,
e il domani sarà uguale all’oggi e ai giorni passati: niente, se non il nuovo,
vale la pena di essere atteso e vissuto. Alla luce di questo, l’unica cosa che
conta è ingannare l’attesa, «trovare
qualcosa per darsi l’impressione di esistere». Qualsiasi cosa pur di tenere
lontana la rassegnazione, che è morte.
Il ragazzo lo dice loro ogni sera, lo ha
detto loro ogni sera della loro vita: Godot non verrà. Non oggi, almeno. To-morrow,
and to-morrow, and to-morrow. Nondimeno, Vladimir ed
Estragon lo aspettano, e questo (forse una maledizione) li tiene – ci tiene – in vita.
Ora siamo qui a aspettare una
risposta. Ci sarà bene in qualche istituto magistrale qualcuno che ci scriverà:
« Cari ragazzi,
non tutti i professori sono come
quella signora. Non siate razzisti anche voi.
Anche se non sono d’accordo su tutto
quello che dite, so che la nostra scuola non va. Solo una scuola perfetta può
permettersi di rifiutare la gente nuova e le culture diverse. E la scuola
perfetta non esiste. Non lo è né la nostra né la vostra.
Comunque quelli di voi che vogliono
essere maestri venite a dar gli esami quaggiù. Ho un gruppo di colleghi pronti
a chiudere due occhi per voi.
A pedagogia vi chiederemo solo di
Gianni. A italiano di raccontarci come avete fatto a scrivere questa bella
lettera. A latino qualche parola antica che dice il vostro nonno. A geografia
la vita dei contadini inglesi. A storia i motivi per cui i montanari scendono
al piano. A scienze ci parlerete dei sormenti e ci direte il nome dell’albero
che fa le ciliegie ».
Aspettiamo questa lettera. Abbiamo fiducia
che arriverà.
Il nostro indirizzo è: Scuola di
Barbiana Vicchio Mugello (Firenze).
Nel 1954, prima
che vi arrivasse Don Lorenzo Milani, Barbiana non era che un villaggio di poche case, sperduto
sulle colline del Mugello. Non ci si arrivava per caso: non c’era neanche la
strada. Don Milani, in effetti, ci arrivò “per punizione”: le sue simpatie
operaie e le idee non proprio ortodosse non andavano a genio al cardinale di
Firenze. Nei 13 anni che seguirono, Don Milani mise in piedi l’esperienza didattica
più significativa che la storia dell’educazione italiana ricordi.
Per i banchi
della scuola di Barbiana (due stanze della canonica più due di officina)
passarono i ragazzi scacciati dalla scuola tradizionale, figli di contadini e
operai, poveri, semi-analfabeti, dunque (secondo un’analogia della pedagogia
dell’epoca) “cretini”.
La scuola era
aperta 365 giorni l’anno (366 negli anni bisestili), dalle 8 del mattino alle 7
e mezzo di sera.
Nel 1963 vi si
contavano 29 alunni e 23 maestri, perché quasi tutti gli alunni erano maestri a
loro volta.
Se anche oggi questi
dati ci appaiono singolari, figuriamoci come dovevano apparire all’epoca. L’esperienza
educativa di Barbiana suscitò sconcerto e fu all’origine di un vasto dibattito,
destinato a cambiare (purtroppo non del tutto e non per sempre) la scuola
italiana. Manifesto del cambiamento richiesto alla scuola tradizionale fu
proprio Lettera a una professoressa,
scritto dagli allievi della scuola insieme a Don Milani e pubblicato nel 1967, proprio
l’anno in cui Don Milani morì.
Il testo, nella
forma di una lettera a un’ipotetica professoressa, colpevole di aver bocciato l’alunno-autore,
è una durissima accusa alla scuola dell’epoca e, non nascondiamocelo, alla
scuola di oggi. Se le idee espresse con tanta severità, in uno stile limpido e
vigoroso, possono oggi apparirci naïf
(almeno in alcuni passaggi), non possiamo ignorare quanto invece siano ancora
profondamente e dolorosamente attuali. Nella mente del lettore, l’ideale dei
ragazzi di Barbiana appare tutt’oggi una bellissima utopia. Ci fu davvero una
scuola così? C’è ancora una scuola così? Una scuola senza voti né pagelle,
senza interrogazioni né programmi che puzzano di vecchio. Una scuola dove si
legge il giornale, si fa scrittura creativa, si impara a insegnare, si studiano
le lingue straniere per comunicare con gli altri (e non per parlare
speditamente dei castelli della Loira). È possibile imparare a far scuola così,
portare questa scuola nella scuola che conosciamo?
Non so rispondere
a queste domande. Non so immaginare la scuola di domani. Ma so che saremo noi a
farla, noi come maestri, noi come allievi. E so che questo testo ci fa toccare
con mano cosa siano l’amore per lo studio e l’amore per l’insegnamento. Per questo
non possiamo non leggerlo e poi lamentarci se le cose non vanno.
«Essere un autore indipendente non
significa essere estroversi, ma significa avere la curiosità per provare,
l’umiltà per imparare e la volontà di condividere. E, cosa più importante di
tutte, divertirsi».
Voltata l’ultima pagina di questo eBook,
viene voglia di mettersi le mani nei capelli e gridare (con qualche
reminiscenza di catechismo): «Perché mi hai abbandonato?». Perché mi abbandoni
a me stessa nell’oceanomare del Web, infimo gamberetto nell’infinito krill
degli autori indipendenti sul mercato? Resta con me ancora un poco, perché
possa capire uno per uno gli errori commessi, raddrizzare la rotta e saltare
finalmente sulla cresta dell’onda lunga del self-publishing.
«Ma no» dici tu. «Il mio lavoro è concluso. In stiva hai tutto ciò che ti occorre
per una felice navigazione. E, se le scorte non bastassero, ti ho dato gli
indirizzi necessari per procurartene di nuove. Adesso getta l’ancora e salpa».
Già, la barca è responsabilità mia. Eppure, come mi sentivo più sicura in tua
compagnia.
Quello della Carabini è un manuale molto
prezioso per chi, come me, si sia confrontato almeno una volta con le sfide del
self-publishing: autori emergenti, fiaccati
dai rifiuti dell’editoria tradizionale, o anche scrittori navigati, che
vogliano ora acquisire il completo controllo del proprio lavoro. In poche
parole, self-made-writersche vedono
nell’auto-pubblicazione un canale efficace per raggiungere la nicchia di
pubblico a cui mirano e non sono spaventati dalle responsabilità che questo
comporta.
Alla base del libro sta un interrogativo
fondamentale: cosa fa di un testo auto-pubblicato(per esempio, un eBook
distribuito su Amazon) un testo di
successo?Come spiccare nell’universo in continua espansione dei testi
auto-pubblicati e farsi trovare dai lettori a cui ci rivolgiamo? Non è facile,
la Carabini ce lo dice senza giri di parole. (Non) è per tutti. Il self-publishing,
infatti, richiede da parte dell’autore un coinvolgimento senza limiti: dalla
stesura di un testo di qualità alla creazione di una community di lettori, dalla copertina alle strategie di marketing, e molto altro. Compiti che,
nell’editoria tradizionale, sono distribuiti tra un gran numero di individui,
spettano ora tutti (ma non esclusivamente) all’autore che si auto-pubblica.
Perché non esclusivamente? Perché (e questo è uno dei punti centrali) si deve
essere abbastanza umili da chiedere aiuto: coinvolgere lettori online,
contattare persone che possano occuparsi dell’editing, dei grafici per la copertina… Ma sempre con la consapevolezza
che, di fronte al prodotto finito, l’autore è il solo responsabile. Se non
abbiamo fatto abbastanza per il libro, beh, è soltanto colpa nostra.
Il testo della Carabini rappresenta un
ottimo vademecum sia per quanti
conoscono già il self-publishing sia
per coloro che si avvicinano all’argomento per la prima volta. Per i primi,
sarà l’occasione di trovare conferme o di individuare le proprie mancanze. Per
i secondi, sarà un fondamento imprescindibile. Particolarmente interessante
l’idea di disseminare nel testo link
e rimandi di approfondimento, che trasformano un libro all’apparenza conciso in
uno continuamente espandibile.
Costituisce un valore aggiunto l’utilizzo
che la stessa autrice ha fatto del self-publishing
per condividere le proprie ricerche. Il suo metodo di lavoro e il suo esempio,
infatti, sono per il lettore un buon modello da seguire. La citazione con cui
si apre la recensione fotografa perfettamente l’entusiasmo con cui la
scrittrice ha curato questo progetto e che sa trasmettere alle proprie pagine. E
pure ai suoi lettori davanti a una tazza di caffè…ma questa è un’altra storia.
Detto ciò, vi lascio con qualche citazione
che ho trovato di particolare ispirazione e che ho piacere di condividere con
voi:
Se
non sanguina non porta da nessuna parte. La maggior parte delle persone non sa
scrivere. Se una libreria dispone di 10.000 libri, probabilmente 9990 saranno
scritti male e saranno noiosi. Come si fa allora a emergere? Sanguinando. Cosa
vuol dire? Non ho idea di cosa significhi per te. Il tuo sangue porta con sé
disagi diversi rispetto ai miei. Infetta i tuoi lettori con qualsiasi disagio
tu abbia.(James Altucher)
Devi
coltivare i tuoi lettori ogni giorno della tua vita.(Francesca Carabini)
La
vita online è esattamente la stessa che offline. Significa interagire con le
persone esattamente come lo si farebbe al di fuori. Le persone vogliono
connessioni reali, persone reali. Non avatar di se stessi in cerca di occasioni
da sfruttare. L’influenza
si costruisce distribuendo valore con onestà.(Francesca
Carabini)
Siate
voi stessi. Non perdete di vista quello che realmente siete. Non abbiate paura
di confrontarvi con la vostra inadeguatezza e con tutti gli aspetti che fanno
parte di voi.(Hugh Howey)
La
migliore promozione è scrivere un altro libro. Non c’è niente di più
importante.(Hugh Howey)
Dicono che sei partito per andare alla guerra con gli altri sposi e figli e fratelli con le armi di sterminio di
oggigiorno. Dicono che io resto a vegliare il focolare la virilità dei tuoi figli la verginità delle figlie i vitigni borgogna delle terre disertate dal
signore. Dicono che siamo una cosa sola l’uomo e me marito e moglie re e regina cazzo e vagina e io vengo sempre per
seconda. Ma io dico che da me sei partito dal talamo
ordinato-ordinario partito non perché la mia fronte diventava rugosa ma perché restava sempre
uguale tonda faccia di luna di cui volevi vedere il lato
in ombra. Dicono che io tesso il sudario di tuo padre che di notte lo guasto per guastare gli amplessi agli aspiranti mariti al tuo amato passo tendendo
l’orecchio. Non sanno che tesso il sudario della mia vita della vita di ogni altra sposa-bambina-faccia-di-luna carezzando coi fili la morte che ho avuto dentro sempre. Dicono che se torni sarò stata una sposa
virtuosa e io so che sono stata solo questo tu invece sei stato tutto ciò che hai avuto la
presunzione di essere.