sabato 13 aprile 2013

Il giardino



Il più caro tra i luoghi del mondo
(tra quelli che ho visto, pochi
ma tra i non visti saresti lo stesso il cantone
dorato), giardino di questa casa
che non possiedo, che lascerò forse
un giorno chissà se lontano.
Tra tutti i luoghi più dolce è tornare
a te nell’aprile dolcissimo,
al profumo macero delle margherite,
al giallo balzo dei denti di leone,
affondare il viso nei cespi di trifoglio
e seguire di corolla in corolla
la traiettoria delle vespe.

Il ciliegio è curvo sotto il peso dei boccioli
superbi e bianchi, gonfi come cotone.
Ne viene un odore spesso di zucchero,
quasi uno stordimento che vorresti imbottigliare
per mandarlo in un pacco a chi ami
lontano. Ma non c’è recipiente
che riesca a contenerlo
tranne questo, misero, della memoria
(o uno più falso, che fa di memoria
verso).

Grazie a te rinasce la poesia nel mio cuore
ogni anno come se sbocciasse
insieme al prato, al ciliegio, al cicaleccio
chiassoso degli insetti.
In te, in seno alle margherite,
ho viaggiato di rigo in rigo senza muovermi,
solo un libro in grembo, chiuso
su petali essiccati, custoditi per sempre
nel segreto tra due pagine
(Ivan Karamazov e Natasha Rostova
comunicano per il portale nascosto
di un fiore).

Lasciarti sarà un dolore non diverso
che tastare il vuoto di una persona scomparsa
e capire che si sarà anche noi quel vuoto,
si morirà e allora a che è valso
soffrire. Lasciarti sarà salutare
la persona che avrei voluto essere,
orgogliosa e fulgida quanto te,
mettere una pietra sopra il fallimento
di un ideale mai raggiunto.
Lasciarti sarà accettare che altri
ti calpestino, accettare le peste
distratte, gli steli spezzati, l’incuria
di chi non ti amerà come ti ho amato io.
Lasciarti sarà permettere
che si falcino i tuoi fiori senza un pianto,
che nessuno soffra lo scempio del decespugliatore,
che non ci si vergogni di reclamare
il possesso impossibile della primavera.

Con che cuore partire da te, separarmi?
Che consolazione in altri luoghi?
Nei miei occhi che ti guardano c’è più bellezza
di quanta se ne possa ricreare.
E ti voglio così bene che desidero per te
un destino di libertà non imbrigliata.
Cadrà la mano che ti falcia,
cadrà la pretesa, il dono di nominare
che fu dato in quel Giardino per errore
(dono tremendo, come carezza a una bestia feroce).
Cadrà l’umana supremazia non meritata.
E tu, non regolamentato, non misurato
neanche da versi come questi, avrai il dominio,
tu solo, degli steli, che toccheranno il cielo
se vorrai, basta volerlo, è una Babele
cui millenni di schiavitù ti danno accesso.
E corolle grandi come ombrelli e farfalle-ventagli,
rami che uniscono l’alba al tramonto,
tu solo deciderai di quanta bellezza fregiarti
e io ti giuro, non sarà mai abbastanza.

Di Chiara Pagliochini 

lunedì 1 aprile 2013

I sintomi


Ricardo Fernandez Ortega, Agua

Alimentando il fuoco esteriore,
ravvivando la brace come
non si può con l’anima spenta
(non la rassicurano
quieti gesti rassicuranti);

auscultando i lamenti del corpo
che lamenta il nulla, il non lamentabile,
un cavo di ghiandole, di pensieri felici;

assistendo con sconcerto al decadimento
di un orizzonte esterno di ferme convenzioni
non più così ferme;

e venute a cadere certezze e convenzioni
e moltiplicandosi le convulsioni corporee,
interrogo i miei sensi sciocchi come una pizia
non chiedendo altro che una pausa
da me, dal mondo, dalla paura
di me e del mondo

perché sono come morta e non lo sono
e mangio e parlo
come una bambola quasi vera,
meno vera di una vera bambola.

Dalle palpebre monta un’effervescenza
di lacrime che cascando scavano
un’acquasantiera nel bacino.
Nei fianchi stanno fitte le croci
di cui mi faccio il segno.
I reni si bagnano nel desiderio
del tuo corpo, delle costole magre,
della voglia franca e potente
della tua passione fra le dita.
Pulsa un secondo cuore nel mio sacrario.

Ma il catalogo delle cause, degli sfoghi cutanei
mi allontana dalla ricerca di una cura
che foglie sparse al vento suggeriscono
di inseguire in questi versi o nel tuo abbraccio.
Nei foglietti illustrativi non ci leggo
alcuna controindicazione.  

Di Chiara Pagliochini

domenica 13 gennaio 2013

Jules e Nadine

László Moholy-Nagy, 7 A.M. (New Year’s Morning). 

La nebbia saliva dai campi arati come un respiro. Nadine si figurava i semi rabbrividire gentilmente nella terra nera. Il finestrino del treno si apriva sul paesaggio in un alone circolare, pulito con la manica della giacchetta. Nadine guardava fuori dentro quel cerchio, aspettando il fischio.
Il treno doveva entrare a Shrewsbury alle dodici e trenta. Jules l’avrebbe aspettata sulla banchina. Era una bella giornata per fare l’amore.
Pensò a come giocavano con le parole, a come avevano sempre giocato con le parole. “Prendere una stanza” invece di “fare l’amore”, “l’affetto che ti porto” invece di “la voglia che ho di fare l’amore con te”… era una forma di pudore ancora, un modo per non smettere di cullare la propria infanzia, ma aveva anche qualcosa di morboso e di disonesto, che la faceva sentire sporca, impacciata. Usare le parole sbagliate era come un’ammissione di colpevolezza, la prova che c’era qualcosa di cui vergognarsi in una conclusione che avrebbe dovuto essere così naturale. E non era perché credesse in Dio, non era perché ricordasse le imbeccate di sua madre – gli dei e le madri sono fatti per quando sei bambina – ma perché non era una donna ancora e non si sentiva donna e sapeva che diventarlo significava perdere qualcosa. Non sapeva che cosa si dovesse perdere, non era qualcosa che si potesse circoscrivere. Forse quel pudore stesso, forse il sentimento di quella vergogna.
Venne il fischio. Erano le dodici e venticinque. Il piccolo orologio da polso lo annunciava senza alcun timore. Nadine si alzò e prese la valigia dalla rastrelliera, poi attese sulla porta dello scompartimento finché il treno non si fu fermato. Salutò con un cenno del capo una signora che rimaneva seduta. La valigia le sbatteva contro la coscia mentre camminava fino all’uscita più vicina. Un uomo in berretto grigio le sorrise e l’aiutò a scendere dal treno. Pensò che avrebbe voluto che fosse Jules.
Per qualche motivo, Jules non si trovava mai nel punto giusto. Ogni volta doveva strizzare gli occhi per cercarlo e non era mai sicura di averlo individuato finché non erano a pochi passi di distanza. E quasi non alzava gli occhi e non parlava finché non era sicura che fosse lui. La vista le si era stancata per gli anni nella sartoria e il cuore anche le si era stancato e spaurito, non nella sartoria, ma dappertutto.
Stava lì, con la valigia per terra sulla banchina, guardandosi intorno. Lui venne da destra, camminando piano, e vide le sue suole strisciare mentre si toglieva il cappello, un cappello di panno verde, dalla foggia miliare. Alzò la testa.
« Ciao. »
Nadine si sporse sulla punta dei piedi e si appoggiò contro di lui per baciarlo sulle labbra. Jules le restituì un bacio frettoloso, come faceva sempre quando non si vedevano da tanto tempo. Ogni volta quella distanza restava tra loro per qualche minuto, tenendoli più lontani l’uno dall’altra di quanto non fossero stati finora. Poi un gesto, una parola, allora l’isolamento si rompeva ed erano di nuovo insieme e ricordavano chi fossero e che si amavano. Ma quei momenti sulla banchina, i primi momenti, allora era sempre come se ancora non si conoscessero, l’imbarazzo di due che si vedono per la prima volta.
« Ciao. »
« Fatto buon viaggio? »
« Sì. »
« Andiamo? »
« Sì. »
Nadine sollevò la valigia. Jules la prese per la mano libera. Allora si guardarono negli occhi, si sorrisero e ancora l’isolamento fu vinto.

Non si vedevano da quasi tre mesi. Settantadue giorni, per essere precisi, appuntati in un’ordinata serie di crocette sul calendario, un cimitero dell’attesa. Da quando era arrivata la lettera, di giorni ne erano passati duecentoventitre. Nessuno sapeva se ce ne sarebbero stati degli altri. Una settimana, due settimane poteva darsi, ma nessuno sapeva cosa sarebbe accaduto dopo. Se sarebbe tornato. Se Jules sarebbe tornato. Nadine l’avrebbe aspettato e questo era fuor di discussione – non fuori dalle loro discussioni, che sempre e sempre, al telefono e per lettera, ritornavano su quel punto, ma fuori discussione dal suo pensiero, che non ammetteva una vita senza di lui. Non l’avrebbe ammessa, forse, neanche se vi si fosse trovata costretta.
Era una romantica, una sciocchina romantica. Questo il padre di Nadine ci teneva a ribadirlo ogni volta che si mettevano a tavola, quando si aggiustava il tovagliolo dentro la camicia, e le mani di Nadine si intrecciavano con forza sopra la tovaglia per non urlare.
« E se anche va tutto bene in Belgio o dove cavolo lo mandano, che noi ci dobbiamo sorbire questo muso lungo? Ci viene tanta gente alla sartoria e un giorno ci capita magari uno che non è così poveraccio e ci fa un piacere se ti toglie da lì e ti si piglia. Magari arriva uno che ti piace e te lo scordi. C’è la festa di primavera. Sono ragazzate. Non ti pensare che lui in Olanda… Belgio dove cavolo sta, ci resti come un pero a pensare a te. Che va bene che sei una ragazza carina, ma gli uomini sono uomini e insomma,… »
Qui faceva una tossitina, per sottolineare le vaste possibilità di quella reticenza, e tuffava la forchetta nella coscia di pollo.
Sembrava, da come ne parlava il babbo, che in Belgio Jules ci andasse a cercare moglie, invece che a combattere per la « nazione ». La « nazione » era una parola che piaceva tanto a papà, da quando era rimasto zoppo a un piede per averci preso una pallottola nel ’17, per caso, per incidente, chissà perché. Ma Jules pallottole non aveva nelle mani e non le aveva nei piedi e aveva il cuore molto buono, le spalle larghe, lui sì che andava bene per la « nazione ».
E adesso, in quest’ultimo giorno di licenza prima di partire, la « nazione » lo aveva gentilmente prestato a Nadine in un giorno nebbioso nelle strade di Shrewsbury.

Il passo di Jules era diverso da come lo ricordava, più sicuro, reso quasi marziale dall’addestramento pure in quella passeggiata mano nella mano. Ma la sua mano era sempre la stessa, calda contro la sua mano fredda. Era la mano di Jules che li ricomponeva, la sua mano che disperdeva i pensieri cattivi del treno, assiepandoli ai lati delle tempie come due tende. La sua mano chiedeva scusa per il tempo che non avevano passato insieme, le prometteva spudoratamente che sarebbe restata, oliava quegli ingranaggi dell’amore che devono essere puliti tutti i giorni. Tutti i giorni, con lettere e parole di carta e parole bisbigliate dentro le cornette del telefono, ingranaggi dell’amore smontati, sistemati sui tavoli, puliti delicatamente con un fazzoletto, in attesa di essere rimessi insieme e oliati e di nuovo spinti a funzionare dalla mano di Jules, che era quella che faceva tutto il lavoro. Un amore lontano ha bisogno di più manutenzione di uno vicino, va accudito e spolverato tutti i giorni, con profusione di piccole attenzioni bugiarde e frasi che non si ripeterebbero mai ad alta voce. Bisogna dire più di quel che si pensa, pensare più di quel che si dice, bisogna amare più forte e meglio, per fare il lavoro di due anche quando si è soli. Nelle notti tristi, un amore lontano richiede un grande sforzo di immaginazione. Un amore lontano ha sempre il fianco vuoto. Fino a che la mano di Jules non è gettata come un ponte tra un fianco e l’altro e non si sente più l’attrito.

L’albergo era un edificio a due piani, con cinque camere al piano superiore, le finestre rettangolari affacciate su una modesta piazza di pietra chiara, schermate da tende arancioni. L’esterno era affrescato di bianco, c’era una veranda di legno, e l’insegna oscillava sulla sua asta in un misterioso rollio. Nadine si sentì stringere più forte la mano, guardò in su. Il sorriso di Jules era teso, un po’ balordo.
« Su, dai » disse lei.                                                                  
Quando entrarono, un pendaglio di campanelle scintillò sopra le loro teste, sparpagliando nell’atrio un suono frivolo. Una donna vecchia e grossa, coi seni ingombranti come colline e i fianchi larghi di tanti figli, prese il registro da sotto il bancone. Jules bisbigliò il suo nome. La signora gli chiese di ripeterlo. Lo ripeté, appena più distinto, e appose una firma illeggibile in una casella bianca. Nadine non staccava gli occhi dalla donna, chiedendosi se avrebbe ricambiato il suo sguardo. Quando lo fece, fu come avere uno scandaglio giù nella pancia. Quella donna, un giorno, si era sentita come si sentiva lei, e non un giorno solo, ma tanti. Sapeva cosa c’era da perdere, cosa andava smarrito, cosa si guadagnava in quel cambio tanto straordinario. In quello sguardo a Nadine pareva di vedere tutto, il ricordo, la paura, la solidarietà, il rimpianto, la pietà, la condanna, tutta una storia di donna che non avrebbe mai conosciuto, ma che le veniva tacitamente offerta e raccontata. Si sentiva meno sola, più sola.
Una chiave poggiò sul palmo aperto di Jules, che la guardò.
« Andiamo? » disse.
Dietro il bancone si avvitava una scalinata di legno. Il primo gradino scricchiolava. Nadine si sentiva sulla schiena gli occhi della donna. Sentiva che la spingeva avanti e intanto la riportava indietro.

Quando furono soli, nella camera, Nadine si accoccolò in un angolo accanto alla finestra. Con due dita scostò un lembo della tenda e guardò giù, verso la piazza. Un uomo dietro un carretto vendeva mele caramellate, appollaiate su bastoncini di legno come cocorite. Un’infermiera con una gonna blu camminava tenendo per mano una bambina. Un cane pisciava contro l’angolo di una casa.
Quando si voltò, Jules si toglieva la cintura dai pantaloni color cachi, di un tessuto un po’ liso. Lo guardò negli occhi, quasi lucidi nella luce lattiginosa che veniva dalla finestra. Jules ricambiò lo sguardo, imbarazzato, e smise di trafficare con la cintura. Si avvicinò lentamente e tenne sollevata la tenda per lei.
« Tuo padre sa che sei qui? » chiese, come dal nulla.
« Era fuori per certe commissioni. »
« E i soldi per il biglietto? »
« Sono miei. »
« A che ora devi ripartire? »
« Alle tre. »
Jules si cercò al polso l’orologio. Non ne aveva.
« È l’una e dieci » disse Nadine.
« Non abbiamo tanto tempo. »
« Abbastanza. »
Jules lasciò cadere la tendina. « Devi usare il bagno? »
« Vai prima tu. »
La carta da parati, con un motivo di roselline, era scollata da una parte, dietro il comodino accanto al letto, e si arricciava sporgendo verso l’esterno. Il letto era grande, con una trapunta gialla di stoffa ruvida, sormontato da un crocefisso nero, sottile ma minaccioso. Il pavimento era di assi di legno. In un punto la testa di un chiodo stava leggermente sollevata. Dietro la porta del bagno, Jules tirò l’acqua. Quando uscì non si guardarono negli occhi.
Nello specchio del bagno, dietro il lavabo di ceramica, Nadine cercò nel proprio viso un indizio. Doveva esserci un segno, anche uno piccolo, che annunciasse la portata del cambiamento che la aspettava. Non era un segno fisico, quanto un segno spirituale che cercava, una certa espressione negli occhi, il modo in cui si incurvava il suo sorriso. Non è questa l’espressione, diceva, che una donna ha prima di fare l’amore. Si guardò e non si piacque e pensò che non sarebbe piaciuta. Ma forse non era adesso che doveva cercare, forse non era adesso che qualcosa avrebbe dovuto manifestarsi. Forse più tardi, dopo, guardandosi allo specchio non si sarebbe riconosciuta. Fece scorrere l’acqua, si sciacquò il viso dalla foschia del viaggio e strofinò l’asciugamano contro le guance, che subito si arrossarono. Al riflesso nello specchio mormorò un silenzioso arrivederci.
Jules era nel letto con le coperte fino al mento e fissava il soffitto. A Nadine si strinse il cuore a vederlo così. Stare nel letto a quell’ora le parve buffo, non riusciva a spiegarlo altrimenti. La camera che non conosceva, il letto così grande e quella piazza fuori in cui non c’era niente che le corrispondesse… solo Jules, il suo Jules, così rannicchiato zitto sotto le coperte. Si sentiva felice e vagamente ammalata.
Camminò verso il letto e toccò la trapunta con una mano, tastandone la consistenza come faceva al negozio. Tutto fu un po’ più pauroso, più vero. Si sedette sul bordo del letto, voltata verso la parete, e in fretta sbottonò la giacchetta, la gonna. Fece una pallina coi collant. Si chiese se Jules la guardava e, se la guardava, che cosa pensava di lei che faceva una pallina coi collant e lasciava i suoi vestiti così, tutti spiegazzati per terra, accanto al letto. Ma doveva capire, Jules, che non poteva muoversi, non poteva muoversi perché avrebbe attirato la sua attenzione, perché così facendo si sarebbe esposta di più al suo sguardo, che insieme desiderava e che scansava, che sentiva come un complimento e come offesa. E un secondo stare con lui in quella stanza le sembrava bellissimo, il secondo dopo si sentiva morire. Si lisciò la canottiera e la sottoveste e, in un’unica mossa fluida, senza guardarlo, si infilò sotto la coperta. Con gli occhi chiusi, per un istante, sentì come se fosse suo padre, quando le parlava a tavola col bavaglino al collo – gli uomini sono uomini. Lo sentì che si muoveva al suo fianco, dall’altra parte del letto. Si chiese che movimenti faceva.

Più tardi, carezzandole la schiena, lui disse che non era importante. Nadine alzò la testa dai suoi singhiozzi e pianse più forte contro la sua spalla, affondandoci dentro col naso. Le sue gambe, i suoi seni, il suo corpo chiedeva scusa a contatto col corpo di lui. Jules ripeteva che non era importante, le carezzava dolcemente la testa, oliava e risistemava per lei gli ingranaggi del loro amore.
Non era importante, certo, che non avessero saputo fare l’amore. Chissà quanti altri avevano dormito in quella camera, tra quelle lenzuola, e non avevano saputo fare l’amore, quanti altri a cui il tempo aveva insegnato, riflessi che rispondevano giusto all’interrogatorio dello specchio. Ma Jules e Nadine - quella era l’ultima volta che si vedevano. 

Di Chiara Pagliochini

domenica 18 novembre 2012

Esploratori


Free me,

free me,
free me from this world. 
We don't belong here:
it was a mistake imprisoning our souls.
Can you free me,

free me from this world?


Explorers, Muse


Aveva uno sguardo negli occhi, uno sguardo certe volte che ti veniva da piangere solo a guardarlo, un po’ per la pena che ti faceva, un po’ per la pena che ti facevi tu per non saper che farci. Era lo sguardo dei disperati, dei dispersi, quello sguardo che qualsiasi clandestino ebbe su qualsiasi molo che non fosse il suo, quello sguardo che ciascun abitante del vasto cielo avrebbe su un pianeta non suo. Era lontano ed era solo, perduto chissà se in un passato remoto o in un futuro pauroso, ovunque ma non lì, ovunque ma non lì con te, trasportato altrove, rapito e irrimediabilmente distante. Il tuo sguardo, nel ricambiare il suo, era una fune, una mano che gli lanciavi oltre l’abisso, un’offerta di salvazione che lui non raccoglieva mai. Avevamo diciassette anni.
Avevamo diciassette anni e ci piacevano le stesse cose. Ci piacevano le sere fredde e secche, quelle in cui le stelle sono tante ferite pulsanti su un corpo livido. Ci piaceva la terra e le sue morbidezze, il verde multiforme e rotondo delle colline, i fiori che spuntavano ai bordi delle strade. Ci piaceva il papavero, rosso da far spavento, e il vino bianco. Ci piaceva tenerci per mano e andare, andare senza saper dove andare, solo per il gusto di sentire le nostre mani l’una nell’altra, strette e sudaticce ma unite. Avevamo diciassette anni e, forse, nei miei occhi, lui vedeva lo stesso sguardo che gli trovavo io, uno sguardo che era sofferenza e spaesamento e prigione e desiderio di affrancarsi. Uno sguardo che metteva le piume per spiccare il volo.
Avevamo diciassette anni. E una sera che eravamo fuori, come sempre, ad andare-andare, io lo guardai nel buio alzando il mento e dissi:
« Facciamo l’amore. »
Lui disse:
« Non so come si fa. »
Io dissi:
« Facciamolo lo stesso. »
Il suo sguardo tremolò un poco, spaventato e comico. Io gli carezzai la guancia e sussurrai che non doveva avere paura. Lui disse:
« Paura non ne ho. Ma non voglio farti male. »
Io dissi:
« Mi fai male sempre. »
Lui disse:
« Mi dispiace. »
Io dissi:
« È bene anche il male che mi fai. »
Lui mi strattonò la mano e camminò verso il ciglio della strada, mi aiutò a saltare il rigagnolo e fu là fermo, sotto la luna grande e bianca, nel campo di fave. Lo abbracciai, le mie braccia troppo corte per tenerlo tutto, troppo deboli per trattenerlo tutto. Mi sentivo come dita che stessero imprigionando una rondine. Chinò il mento e mi baciò. Piano, dapprima, come se avesse paura che potessi andare in pezzi, poi solide le sue mani si intrecciarono dietro la mia schiena e mi strinse a sé e mi sollevò un poco e la bambola di pezza che c’era in me tremò tutta di gioia contro il suo corpo. La grande luna mandò un grande bagliore frastagliato.
Un braccio che ancora sosteneva la mia schiena, mi distese tra le piante, sentii gli arbusti teneri che crocchiavano, sentii la vita fluire via dalla terra per confluire nelle mie spalle, sentii il verde premuto sotto le natiche e il profumo intorno dell’erba calpestata. Il suo viso, gli occhi innamorati e socchiusi, disse:
« Sei sicura? »
Io lo baciai ancora, ancora.
Avevamo diciassette anni, dita confuse, rantolii alieni. Ogni bottone aperto era una meraviglia. Avevamo diciassette anni, ogni porzione di pelle una consistenza da esplorare. Riccioli e boccoli e spunzoni e la stoffa che si spostava con suoni indecisi. Avevamo diciassette anni, faceva freddo e affogavamo di rugiada e lui affogò dentro di me rompendo oggetti e scoperchiando scatole, vento che spazzava stanze vaste e vuote. Fu un dolore lancinante e cieco come di fitta al petto. Ma non era dal petto che veniva. Era un dolore di regioni inesplorate, di foreste vergini falciate via.
Lo guardai e i suoi occhi erano lontani quanto non erano mai stati, così lontani che non si sapeva nemmeno se sarebbero tornati indietro, se il mondo che li aveva assorbiti li avrebbe risputati intatti.
E così, fu per salvarmi che andai anch’io. Andai, solcai verso la zona profonda in cui lui era, per aprire gli occhi su un pianeta diverso.
Quando aprii gli occhi, lui era lì. Era lì, incerto, fermo a metà del campo con la mano tesa verso di me. Intorno, prati viola e frutti maturi che pendevano dai rami, così pesanti che i rami quasi si spezzavano. Il cielo sopra di noi era bianco e liquido come latte, agitato da maree. Afferrai la sua mano e andammo insieme attraverso il campo, parlandoci e guardandoci e fermandoci ogni tanto per baciarci. E dicevamo che questa era la libertà, questo l’unico posto in cui dovevamo stare, questo il posto per noi, dove ci saremmo sentiti a casa e completi, la terra a misura nostra, dove un solo nostro cenno avrebbe trasformato il panorama in una cascata di luce. Qui noi eravamo re e regina l’uno dell’altra. Qui non c’erano leggi, non si doveva diventare grandi. Non c’era paura, non c’erano regole. Non c’era nessun altro a parte noi. Quell’errore che ci imprigionava, l’errore di esser nati a un mondo che non ci corrispondeva, quel mondo che i nostri occhi lontani e perduti piangevano, ecco, di quell’errore non c’era più traccia. Questa era la nostra vera dimensione. Questo il nostro Paradiso Perduto.
Ma poi lui mi strinse più forte la mano e disse:
« Dobbiamo tornare. »
Io scrollai la testa, non volevo.
Lui disse:
« Non voglio che resti qui da sola. »
Io dissi:
« Rimani anche tu. »
Lui disse:
« Non possiamo. »
Io dissi:
« Qui siamo salvi. »
Lui disse che non si poteva fare nulla, che bisognava raggiungere un certo compromesso. Lui disse che si doveva vivere dove ci avevano posto a vivere, anche se non volevamo, anche se non faceva per noi. Lui disse che il suo mondo ero io, il mio mondo lui, e così potevamo tornare ogni volta che volessimo. Che il Paradiso era sempre, perché eravamo il Paradiso l’uno per l’altra.
Io dissi:
« Ti amo. »
Lui disse:
« Ti amo. »
Quando ci svegliammo nel campo di fave, lo presi per il mento e guardai nei suoi occhi e nel fondo ci vidi riflessa dentro me. 


Di Chiara Pagliochini

venerdì 9 novembre 2012

Un epitalamio

Lady Godiva, John Collier 

Stamattina sono la pietra sul greto,
la pietra svelata che il fiume mette a nudo
e nuda a me stessa come un volo di corvi.
Amore, tu ieri mi hai fatto l’amore
la prima volta. Non l’ho detto a nessuno,
a nessuno voglio dirlo.

Ti sei alzato via e non hai detto niente
ma io avevo tante cose da dire.
È stato bene così. Io taccio.
Di queste cose si può solo tacere.
Non taccio. O parlo o impazzisco.
Non m’ascoltare.

Amore, non hai detto che m’ami.
E, se non lo dici, sono le mani
che devo interpellare, chiedere soddisfazione
alle tue dita, agli umori del tuo corpo
e non sentire dalla tua voce
che mugugni che ti piace?

Il mio corpo di donna non funziona così.
Nel mio corpo di donna c’è tanto dolore
da sciogliere piano con rispettosa dolcezza.
Il tuo piacere ti piace, non macchia.
Il mio piacere è che il dolore
mi viene da te.

Ho sentito il potere scivolarmi tra i polpastrelli,
il potere di contrarre la tua faccia in un ghigno,
quel potere così nuovo per me, donna brutta.
Nessuno ti parla del potere alle scuole.
Non dicono che far male e farti male
è potere, non dicono che bellezza è riempire,
amore, tutta una stanza di dolore.

Queste rime, così semplici e piane,
te le ho date in vece del mio corpo:
stamattina mi sono alzata prima io.
C’è un angolo, amore, che pur dolcissimo
non riusciresti a penetrare,
il mio angolo di donna, di vergine antica
dal quale insieme ti amo e ti odio
per l’esazione del mio potere in cambio del tuo.

Di Chiara Pagliochini 

mercoledì 26 settembre 2012

L’invenzione


a mia nonna Gensina

Ricordo ancora com’era a casa quando arrivava una lettera da Pasqualino. Il postino veniva sulla bici sbilenca, con un moccioso arrampicato sulla canna, e i freni fischiavano giù per la discesa di Cecanibbi. Si fermava sull’aia in un gran polverone, tra lo stridio dei freni, e mi chiamava a gran voce dalla finestra:
« Gensina, scenda, scenda! »
A casa c’ero sempre io, che ero la più piccola. Mi toccava fare il pranzo per quando il babbo e la mamma tornavano dai campi. Così, quando arrivava una lettera da Pasqualino, ero io la prima a metterci le mani sopra e me la stringevo al petto e la baciavo e la ribaciavo, tutta sudicia e sgualcita com’era. Il postino, che si chiamava Gianni, mi faceva un sorriso grosso, il suo marmocchio uno sberleffo, e mi pregava di salutargli i miei. Io gli dicevo, « Presenterò! », e lui si ricacciava in testa il berretto rotondo. Poi dava una spinta ai pedali e sfilava via sollevando un nugolo di pagliuzze. Passava tra le galline che si scansavano con un chioccio indispettito e s’arrampicava su per la salita. Ogni settimana era la stessa cosa.
Le lettere di Pasqualino, però, non arrivavano tutte le settimane. Anzi, se ne arrivava una al mese era già tanto. Questo non m’impediva, però, di sperarci sempre e di pensare che quel « Gensina, scenda! » m’avrebbe portato altre notizie di mio fratello, e chissà che storie strampalate stavolta. Io non sapevo ancora leggere bene, così la lettera la appoggiavo sulla panca vicino alla porta, in attesa che ritornasse la Marina. Me la spiavo mentre rimestavo i fagioli nel callaretto e canticchiavo intanto per passare il tempo. Poi dalla finestra veniva la voce del babbo, il suono d’uno scaracchio, e mamma che saliva le scale in un fruscio della vestaglia, le gambe secche e scorticate.
« Gensina, è pronto, è pronto? » mi chiedeva ancora prima di salutarmi e poi mi faceva scansare e s’appropriava del mestolo, come se i fagioli fossero roba sua e non voleva che potessi accamparci qualche pretesa. Papà si sedeva a tavola con le dita unte di grasso stampate sulla tovaglia e mi guardava da sotto le sopracciglia sudate, poi mi chiedeva di andare a dargli un bacio. Io ero la sua piccola, « la sua bestiaccia », e per me aveva sempre una parola di riguardo. Aveva anche le cinturate di riguardo, ma solo quando lo mandavo fuori dei gangheri.
La Marina arrivava in cucina tutta vestita come una signorina. Passava sempre dalla camera a pettinarsi quando tornava dai campi, come se in cucina ci avesse il moroso. Al paese il moroso ce lo aveva, ma il babbo non lo sapeva ancora. Io li avevo visti baciarsi dietro il fico e alla fontana, ma mi diceva sempre « tu fa’ la spia e io ti struppio ». Così me lo tenevo per me.
I giorni che arrivava una lettera da Pasqualino la Marina però non passava dalla camera. Era sempre la prima a vederla, perché la mamma e il babbo non sapevano leggere e quindi non si curavano della posta. Dalla cucina io aspettavo impaziente il suo strillo – strillava sempre – e nel cuore mi cresceva tanta ansia e una voglia di star bene.
« Mamma, mamma, è di Pasqualino! »
Solo a quel punto la mamma strillava e si metteva a piangere ancora prima che la lettera fosse aperta. Poi soffiava il naso nel sinale e si sedeva vicino a papà, una mano sulla sua. Il babbo non piangeva: solo alla fine gli trovavi sempre gli occhi lucidi. Allora Marina entrava in cucina tenendo alta la lettera sopra la testa, mi faceva segno di sedermi « zitta e buona » e si schiariva la voce. Piano piano sollevava i lembi della busta, un po’ per fare scena, un po’ per non sciuparla di più. Le dita con le unghie nere spiegavano il foglio. Schiariva la voce un’altra volta.
Le lettere di mio fratello Pasqualino cominciavano sempre così, « Cara mammina, caro babbo, io sto bene. Come state voi? E Gensina? E la Marina? ». Ogni tanto l’ordine cambiava e metteva la Marina prima di me, ma io non ci restavo male. Questa era l’unica parte uguale. Il resto era diverso ogni volta, perché diverse erano le cose che gli capitavano ed erano sempre buffe e divertenti e sembrava che, invece di essere prigioniero, fosse partito per una scampagnata. Così i pianti che ci facevamo erano sempre di gioia e mai eravamo tristi perché stava male.
Pasqualino lo avevano preso a Lubiana nell’ottobre del 1944. Adesso so che era un posto lontano, così lontano che non mi capacito di come fosse finito laggiù. Che ci aveva a spartire con quelle terre e quella guerra e quel modo di parlare? Certo, non aveva deciso lui di andarci, lui che aveva sempre pensato di aiutare il babbo col tabacco e mettere su famiglia e venire a stare a casa con la moglie e dieci, quindici bambini. Però alla guerra ci era dovuto andare lo stesso e non aveva fatto in tempo a ingravidare la Lucrezia, che adesso era la morosa di un altro e non ci salutava più per strada. Per la Lucrezia non mi dispiace, lo dicevo che era una smorfiosa (a costo di buscarmi un boccatone).
Nell’ottobre del 1944 mio fratello lo avevano pescato che se la batteva nella macchia e, prima che potesse darsi alla fuga, s’era ritrovato la canna d’un fucile puntata alla schiena e gli avevano detto, « Marsch », e qualche altra parola brutta tedesca, sicuro. Adesso erano sei mesi che stava a Francoforte, una città ancora più lontana, tedeschissima, e faceva i lavori per una famiglia di lì. La famiglia non era malaccio, lo diceva in tutte le lettere, anzi lo trattavano bene e la domenica gli permettevano di andare al mercato, guardato a vista, s’intende, ma sempre due passi erano. Sapeva parlare anche un po’ di tedesco, ma non ci scriveva mai che parole.
Dopo i saluti poteva venire qualsiasi cosa. Tra « E la Marina? » e il resto, la Marina faceva una pausa e ci guardava dritto in faccia, come se non sapesse come andare avanti, come se avesse disimparato a leggere. Poi mandava giù un groppo di lacrime, rifissava gli occhi alla lettera e seguitava.
Una lettera che mi ricordo diceva così:
« Cara mammina, caro babbo, io sto bene. Voi come state? E Gensina? E la Marina?
Non ci crederete, ma oggi mi hanno dato per pranzo una bistecca. Ci sono proprio rimasto. Ho alzato la testa per chiedere se la potevo mangiare tutta e la signora mi ha detto di sì. Cavolo, una bistecca, gli è saltata una rotella. E tu babbo l’hai scannato il maiale? E quanti quintali faceva quest’anno? Vorrei tanto essere lì con voi e cuocere la pizza sotto il fuoco colle salcicce. Ma voi non state in pensiero, perché qui mi danno da mangiare la bistecca e quindi va tutto da Dio, solo che mi mancate.
Un saluto alla Lucrezia se la vedete. E ditele che non importa se s’è messa con Primetto. Aveva ragione la Gensina, è una smorfiosa e basta. E tanto me la sono rifatta anch’io la morosa qui. Alla faccia sua.
Vi abbraccio, vi voglio bene. Torno presto. »
Ma presto non tornava e il mese dopo lasciavo un’altra lettera sulla panca e di nuovo Marina strillava e di nuovo i suoi occhi si perdevano nel vuoto e inghiottiva il pianto.
« Cara mammina, caro babbo, io sto bene. Voi come state? E la Marina? E Gensina?
Qui sono tanto buoni con me. Mangio tanto e sono pure ingrassato e non sgobbo come a casa. È meglio qui che stare alla guerra, dove potevo rimanerci secco. Ce la spassiamo, insomma, e vorrei che foste qui anche voi perché staremmo sempre a pancia all’aria. Qui nessuno va a cogliere il tabacco per gli altri, sono tutti puliti, le camicie stirate e lavorano nelle fabbriche e negli uffici e non vedi in giro nessuno con le scarpe bucate. È un posto strano, ma mi ci trovo bene.
Se potessi vi manderei dei soldini, ma non me li fanno mandare, però ho messo da parte un bel gruzzoletto e faremo festa quando torno. Accenderemo il fuoco sull’aia e arrostiremo il capretto e chiameremo Faustino: suona ancora la fisarmonica? Mi ricordo che era bravo parecchio e io posso sempre accompagnarlo con la chitarra. Ma poi l’avete venduta la mia chitarra?
Fatemi sapere come state. Vi voglio tanto bene, so che ci vedremo presto. »
E ancora, settimane, settimane.
« Cara mammina, caro babbo, io sto bene. Voi come state? E Gensina? E la Marina?
Oggi vi voglio parlare della mia fidanzata e se il babbo mi darà la benedizione me la riporto a casa e facciamo un sacco di bambini. È una come non se ne trovano giù da noi, bionda bionda e con la pelle come una bambola. Si chiama Hella ma io la chiamo sempre Nena, come la nonna, e lei ride scoprendo i denti grossi perché le sembra un nome divertente. È tedesca, ma è a posto. È gentile. La sua famiglia non la conosco ancora, ci vediamo solo i giorni di mercato. Sembra una poverella come noi, ma ha detto che mi presenta ai suoi. Ed è davvero tanto buona, quindi la mamma non si deve preoccupare. E poi le sto insegnando l’italiano, quindi quando viene sa già tutte le parole e non dovete preoccuparvi di niente. E non preoccupatevi, perché sono serio e casini non ne combino. E lo dico soprattutto per il babbo, che lo so che sta in pensiero.
Scrivetemi cosa ne pensate e se faccio bene a parlare col suo babbo. Ma se mi dite di no, non lo faccio, state sicuri. Soprattutto la Gensina voglio sapere cosa pensa, perché le mie morose non le stanno mai simpatiche.
Vi abbraccio forte, ci vediamo presto. »

Ma non ci siamo rivisti tanto presto. Però ci siamo rivisti e forse è solo questo che conta. Pasqualino ci ha messo cinque anni per tornare a casa. E quando è tornato era da solo, nessuna Hella, nessuna Nena, ed era sciupato, con la barba, secco come un chiodo. S’è presentato sull’aia senza scriverci niente, così, dalla mattina alla sera. Io avevo già dodici anni quand’è tornato, ormai sapevo leggere e avevo scoperto l’inghippo. Marina s’era sposata col suo moroso ed era andata a stare alla Pizzichina.
Quando Pasqualino è tornato, non ha voluto raccontarci niente. E mi ricordo che la mamma e il babbo si stupivano, perché per tanti anni ci aveva raccontato tante cose belle. E le cose erano due: o era diventato cattivo o le aveva dimenticate tutte. Non abbiamo fatto nessuna festa sull’aia. Cioè, l’abbiamo fatta, ma lui non si divertiva. E gli è rimasta ancora oggi un’ombra negli occhi che non era mai scesa sulle sue parole.
Quando Pasqualino è tornato, la Marina l’ha salutato con un certo imbarazzo, dicendogli qualcosa nell’orecchio. Io penso di sapere che cosa gli ha detto, perché ormai sapevo leggere, al contrario della mamma e del babbo.
Sapevo leggere ed ero andata a riaprire quelle lettere una per una e avevo visto che dopo « Cara mammina, caro babbo, io sto bene. Voi come state? E Gensina? E la Marina? » non dicevano mai niente, erano tutte righe nere, scarabocchiate con la penna, di parole che la censura non aveva fatto passare, di storie che non ci aveva potuto raccontare. Così la Marina, che era l’unica che sapeva leggere, inventava per noi quelle parole e quelle storie, tessendo per noi un’invenzione fantastica, un’invenzione che ci scaldava il cuore.

 Di Chiara Pagliochini