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sabato 13 giugno 2015

Under, Giulia Gubellini

«Aveva aperto il gas, il fischio del vento, la pressione dell’aria contro il corpo e la moto che si spingeva oltre ogni barriera. Alice si era stretta a lei, aveva staccato una mano, spalancato le braccia. Sara nello specchietto l’aveva vista ridere fino alle lacrime, e si era sentita felice. Aveva mostrato ad Alice cosa si prova a essere liberi».


Questo romanzo è stato per me una piacevole scoperta. Tanto più piacevole, se si pensa che per trovare una buona lettura YA, che coniuga l’elemento distopico col paranormale, non bisogna neanche uscire dai confini nazionali. Almeno per questa volta.
La vicenda è ambientata in Italia, nel 2025. Il paese immaginato dall’autrice sembra aver fatto un passo indietro di circa un secolo: di nuovo, per uscire da una crisi ha preferito affidarsi alle seducenti promesse di un’Autorità Provvisoria, che ha lasciato credere di saper risolvere tutti i problemi, ed è diventata essa stessa il problema. Uno scenario non così incredibile, quando si pensa al nostro carattere nazionale, in cui velleità di sottomissione al più forte e memoria corta hanno sempre scritto la storia.
In questa Italia è cresciuta la giovane Alice, che conosce la libertà solo attraverso le parole della sorella Sara, ribelle e anticonformista. Il suo esempio le ha insegnato a ragionare con la propria testa e a vedere nell’Autorità Provvisoria non una presenza inevitabile e quasi fatale, ma un’intrusione tirannica. Talmente tirannica che un giorno, per caso o forse no, Alice viene prelevata con la forza – fatta scomparire –  e reclusa in un bunker sulle Alpi, insieme al ragazzo per cui ha una cotta e altri undici adolescenti. Non si tratta, però, di adolescenti comuni: la maggior parte di loro sono assassini, provenienti da Centri Rieducativi del paese; altri sono Ribelli, colpevoli di aver sfidato l’Autorità Provvisoria. Sono stati selezionati per partecipare alla prima edizione di Under, reality show ed esperimento sociale, congegnato per impartire al pubblico una sana dose di paura dell’Autorità, ma soprattutto il rispetto per il suo impegno contro la criminalità minorile. I concorrenti devono convivere in condizioni di privazione assoluta e scontrarsi quotidianamente su un ring per la propria sopravvivenza, in un crescendo di tensione, soprusi, strategie e assassinii a sangue freddo.
La bravura dell’autrice consiste nel non risparmiare sulla componente di violenza, sia essa verbale o fisica. In alcune scene il lettore è stretto in una morsa di tortura e disgusto, molto appropriata per lo scenario che si vuole dipingere, felicemente non edulcorato. Interessante è anche la scelta delle tre storie parallele: Alice nel bunker, il tentativo di salvataggio da parte della sorella e di un ribelle-veggente e il punto di vista dei due supervisori e registi di Under. Le diverse focalizzazioni consentono di entrare in confidenza con lo scenario politico descritto dall’autrice: per esempio, per chi vive a Bologna, come me, è una delizia ritrovarla descritta sotto le spoglie di Città 051 e seguirne la geografia e l’evoluzione. Unica pecca: forse la sovrabbondanza e la frammentazione dei punti di vista (anche all’interno di una stessa pagina) rendono difficile per il lettore stabilire un rapporto più stretto ed empatico con i personaggi. Per il resto, Under presenta una scrittura fresca e pulita, certamente un esordio da non sottovalutare, premessa di sviluppi necessariamente positivi. Il finale lascia aperta la possibilità di un seguito, in cui spero (qualora si realizzi) possa essere approfondito ancora di più lo scenario politico e sociale.
A Giulia, i migliori auguri.

venerdì 27 marzo 2015

La chimera, Sebastiano Vassalli

« Continuarono tutti a vivere nella gran confusione e nel frastuono di quel loro presente che a noi oggi appare così silenzioso, così morto, e che rispetto al nostro presente fu soltanto un po’ meno attrezzato per produrre rumore, e un po’ più esplicito in spietatezza… Infine, uno dopo l’altro, morirono: il tempo si chiuse su di loro, il nulla li riprese; e questa, sfrondata d’ogni romanzo, ed in gran sintesi, è la storia del mondo ».


Se La Chimera fosse il romanzo di Antonia, la giovanissima strega bruciata a Zardino nel 1610, sarebbe davvero un fallimento. Ma dal momento che non lo è – e forse ci ho messo 8 anni per capirlo – è bene che ne scriva per chiarirmi le idee.
Quando ero in seconda superiore la professoressa di italiano ci consigliò di leggere questo romanzo. Promise efferatezza, torbidità, sofferenza garantita. La stessa che provai, qualche anno dopo, a una mostra di strumenti di tortura, di fronte a un “semplice” palo da impalatura. La sofferenza che ti si attacca alle ossa in risposta a tutta la sofferenza del mondo, alla crudeltà inflitta, senza scopo e senza pentimento, su donne il cui nome si è perso nel passato. Ma, nella Chimera, io non trovai questa sofferenza. O, almeno, non la trovai nella forma urlata in cui speravo, la forma cui ogni lettore segretamente anela per raggiungere quel tanto di catarsi che la letteratura consente.
Sulla sofferenza di Antonia, Vassalli è straordinariamente parco di parole, quando non lo si voglia tacciare di reticenza. Un po’ come quel « la sventurata rispose », dietro il quale ogni liceale ha desiderato spiare almeno una volta, per rendersi più accattivante la narrazione manzoniana. Ma no: c’è poco di accattivante in Vassalli come in Manzoni. Poco sentimento, pochissimo eros, poco sangue, poca empatia. In entrambi, il romance sparisce sotto le gride, il latinorum e la volontà documentaristica, come se non fosse altro che un pretesto per parlare del passato che fu e far intendere il presente che è.
Per questo l’opera di Vassalli somiglia più a un testo di storia sociale che a un romanzo. Non che questo sia un male. La storia di Antonia, degli abitanti di Zardino – il paese in cui visse nei primi anni del Seicento – e di svariati altri, vescovi, prelati, boia, camminanti, risaroli, bravi, signorotti, è troppo affascinante per non essere portata alla luce. È la storia che ognuno di noi vorrebbe aver scoperto negli archivi del proprio paese, non per vantarsi del male che fu, ma per puntare il dito anche contro se stessi, contro il genere umano che sempre – in qualsiasi luogo, con qualsiasi mezzo – fu vizioso e al tempo stesso ingenuo, ottimo e delirante, furbo e dolcissimo.
« C’era forse un senso, una ragione in tutto questo? E se non c’era, perché accadeva? Ecco, pensava: io sto qui, e non so perché sto qui; loro gridano, e non sanno perché gridano. Le sembrava di capire, finalmente!, qualcosa della vita: un’energia insensata, una mostruosa malattia che scuote il mondo e la sostanza stessa di cui sono fatte le cose […]. Anche la tanto celebrata intelligenza dell’uomo non era altro che un vedere e un non vedere, un raccontarsi storie più fragili d’un sogno: la giustizia, la legge, Dio, l’Inferno… »

Più di ogni altra cosa, di questo romanzo mi resteranno i paesaggi: i mutamenti della bassa al mutar delle stagioni, le inondazioni del Sesia, le risaie a specchio, i prati infiammati di papaveri. Paesaggi così vivi da ammaliare il lettore e da lasciarlo con un fondo inebetito di nostalgia. Nostalgia del Seicento, degli spagnoli, dei processi per eresia? Forse, nostalgia di autenticità.