lunedì 6 agosto 2012

Per anni ho guardato attraverso il vuoto


Per anni ho guardato attraverso il vuoto
colmato da due mani che si stringono
senza capire che cosa stringevano e perché
avessero tanta paura di perdersi.
Adesso capisco che sono tutti persi
come noi oppure non si sono ancora trovati
ma tutti i vuoti vogliono essere colmati,
tutte le mani strette. Le dita scompagnate
si tendono ad afferrare il niente e ricadono.
Ma il vuoto sempre è percorso
di tentativi di trovarsi e non è mai
ostacolo ma sempre possibilità.
Così facciamo i bagagli e partiamo a cercare
la mano che si tende per noi.

Per anni ho guardato attraverso il vuoto
colmato da due mani che si stringono
e mi sembrava così goffo che si dovesse
sudare così, il palmo premuto contro il palmo.
Adesso capisco che una mano asciutta
non vale niente e che il giovane Holden
aveva ragione eccetera eccetera.

Per anni ho guardato attraverso il vuoto
colmato da due mani che si stringono
ma quando l’ho guardato insieme a te
m’è sembrato tutto diverso.
Camminavamo fianco a fianco ma avevamo
tutto quel vuoto che ci premeva in mezzo
e io mi sentivo su Venere, sentivo te su Marte.
Fossimo stati lontanissimi, non saremmo stati
così lontani. Ma non era colpa nostra.
Come potevano quei due ragazzi camminarci innanzi
con quel vuoto tutto colmato senza vergogna?
Non c’era pudore per il nostro pudore?
Non sentivano urlare il nostro cercarci?
E mi è sembrato d’un tratto così stupido
che non camminassimo mano nella mano
e ho avuto orrore di non avere orrore della dolcezza.

Per anni ho guardato attraverso il vuoto
colmato da due mani che si stringono
e lo schernivo e non faceva paura
e anzi mi sentivo intelligente ad avere ancora
la mano libera. Adesso capisco che era solo
una paura diversa che la mia mano
non fosse stretta mai. Perciò ridevo.
E quando poi hai allungato la mano
e hai allacciato le dita con le mie come una valigia
o un puzzle e per un attimo è stato strano
perché non sapevamo se era il pezzo giusto
e alla fine ho sentito lo scatto del gancetto
e ho visto il disegno completato (anche se
mi faceva male il mignolino), allora
sono caduta contro il tuo fianco
per combaciare meglio e ho pensato
di non spostarmi più. 

Di Chiara Pagliochini

sabato 21 luglio 2012

Datemi la guerra, Marco Tamborrino



« Siamo condannati ad amare. Amare la morte o amare la vita non fa differenza. Rimaniamo tutti, dal primo all’ultimo, dolorosamente umani. »

L’anno scorso, quando ho letto per la prima volta “Niente di nuovo sul fronte occidentale”, il mio primo pensiero è stato che, a vivere in tempo di pace, umanamente non ci si guadagna. Mi spiego meglio. Vivere in tempo di pace sembra privarci di qualcosa di prezioso, di altrimenti inaccessibile, di più umano dell’umano. La pace ci nega gli eccessi, gli estremi, ci pone in una condizione di colori pastello dove le sensazioni sono blande, i sentimenti comuni. La guerra, invece, fa di una sensazione comune una sensazione rara, nuova e misteriosa. I legami tra le persone – nelle famiglie, tra amici – diventano tanto più forti quanto più aumenta il rischio che siano recisi. Il rapporto tra camerati, al di fuori dell’ambito militare, diventa impensabile. L’eroismo, inconcepibile. Allo stesso tempo cresce e si acuisce l’altra fetta del sentire umano: il disprezzo, l’odio, la capacità di fare violenza, la barbarie.
Posto in una condizione estrema quale è la guerra, l’uomo si estremizza nel sentire: nel bene e nel male. Diventa più uomo e insieme più bestia e, attraversando una gamma di stadi di esistenza così vasta, si fa mito.

Ma la guerra – e qui veniamo al romanzo – non è soltanto una parentesi storica, un inciso nel tessuto della pace. La guerra è quasi la più naturale espressione della storia. È una forma dell’uomo, una sua declinazione. La guerra la portiamo nel sangue.
C’è chi accetta questa constatazione e si fa strumento e latore della guerra. Sono gli uomini per cui uccidere un individuo o ucciderne quattro milioni non fa alcuna differenza. Sono gli uomini che piegano la guerra ai loro fini privati, economici o politici che siano. Sono gli uomini che giocano alla guerra. Uomini ombra che muovono i fili del mondo come in un teatrino o uomini marionetta che si limitano a obbedire a un comando, un comando irrazionale, il più irrazionale di tutti, ‘uccidi un tuo simile’. Dov’è il problema? Quando ne hai ucciso uno, cosa ti impedisce di ucciderne quattro milioni? E quale condanna potrà mai sfiorarti, quando la vita non ti si oppone, quando la terra non ti si spalanca sotto i piedi e non ti inghiotte? La terra non s’è aperta per Caino, il primo assassino della storia. Non s’è aperta per Hitler. Non si apre per nessuno. La terra sta lì, immobile, impassibile, non impallidisce di fronte allo sterminio. Resta ferma a osservarti giocare.
Ma c’è anche chi si sente la guerra nel sangue, come Alex, e tenta comunque di remare nella direzione opposta. Quando lo conosciamo, Alex è solo un bambino. Quando lo conosciamo, Alex è già un assassino. La guerra lo abita, lo ha scelto per abitarlo, ma Alex strepita, si ribella e tenta di barattare un fucile con una carezza. Ma, quando porti la morte così stampata in faccia, pochi sono in grado di sentire la tua richiesta di aiuto.
La vita, però, può mostrarti ancora un’ora di clemenza e farti incontrare Luca. Un giorno, per caso. O forse non per caso, perché Luca è quello che avresti potuto essere tu, se solo avessi avuto la bellezza – e non la guerra – ad abitarti. Luca e sua madre sono gli ultimi adepti di un culto che fa dell’amore, delle parole, della bellezza le proprie divinità personali. La madre di Luca ha inventato per Luca un mondo diverso, glielo ha versato goccia a goccia nelle orecchie fin da bambino, glielo ha stampato dentro con le parole di Andersen, di Salgari, degli altri, quelle parole e quei libri che gli hanno fatto intravedere tutto un orizzonte di valori altissimi e lontani, ma contro il quale la vita reale, ogni giorno più brutale e insensata, cozza con un rimbombo terribile.
Luca è schietto, ingenuo, generoso. È tipo da aspettarti sotto casa, se sei una ragazza che ama, e dirtelo proprio in faccia, così semplicemente, ‘Ti amo’. È uno che non si vergogna di voler bene e di dirlo. Non ha paura delle proprie sensazioni, dei propri sentimenti, qualsiasi essi siano. Vuole sentire intensamente il dolore così come il piacere. Ma, più di tutto, Luca vuole vivere. Vuole vivere tutto quello che il mondo ha da dargli e aspetta che il mondo gli dia la sua occasione per farlo.
Il mondo, però, sembra non ascoltarlo. Il mondo è un palcoscenico su cui due schieramenti o cento schieramenti si fanno la guerra. E tutti vogliono ucciderti e uccidere senza che tu sappia il perché, senza che nessuno ti spieghi che parte hai in tutto questo e perché è toccato proprio a te vivere questo tempo. Perché la guerra? Chi è a volere la guerra? Se l’amore ci riempie tanto e ci soddisfa, perché insistiamo nel combatterci, nell’uccidere, nell’attingere a quei sentimenti che sono i peggiori? Perché io? Sono queste le domande che ossessionano tutti i personaggi del romanzo, che si rincorrono di bocca in bocca, di oceano in oceano. Nessuno sa dare una risposta.

C’è poi una forma di guerra che è la più sottile e raffinata. Una guerra combattuta in segreto, una guerra da donne. È un conflitto di sensi tra il bisogno di essere amate e la paura di amare. È la guerra di Giulia. « C’era un assioma imprescindibile nella vita di Giulia, e quell’assioma era “non amare”. O meglio “non amare nessuno che ti ami come o più di te stessa, non amare i genitori che ti ameranno anche quando li odierai, non amare i fiori, non amare la pioggia, il mare, la primavera, l’estate, la neve, la città, i sorrisi. Non amare i baci, soprattutto i baci. Non amare mai le persone, perché poi amandole ci si distrugge. È un piacere. Distruggersi. »
L’amore è come la guerra. Ti capita tra capo e collo improvvisamente, senza che tu possa opporre resistenza o sentire che sei tu a condurre il gioco. Sei a teatro, alzi gli occhi e all’improvviso non hai più il controllo sulla tua esistenza. Perché non sei più sola. Non ti pensi più scissa. Ti pensi insieme e questo è dipendere da qualcuno e morire un po’. La resistenza partigiana, in amore, porta pochi frutti. Costringersi a non amare è impossibile. L’unica cosa che abbia veramente senso è combattere: combattere questo amore-guerra, dunque amare.

Se è vero che il romanzo presenta l’amore come alternativa alla guerra, è anche vero che l’amore e la guerra continuamente scivolano l’uno nei confini dell’altro. C’è guerra in amore – tutti contro tutti, l’amico contro l’amico, pur di essere felici – come c’è amore in guerra.
Un bellissimo esempio lo troviamo nell’episodio di Lidice, dove il 10 giugno 1942 uno squadrone nazista compì un’efferata strage di civili.
Un ragazzo sta per essere giustiziato. Una ragazza, quasi una bambina, si fa avanti per dirgli addio. Ed è con queste righe che vorrei concludere, perché mi sembra che siano quelle che più decisamente affermano un estremo tentativo di conciliazione, lo spirito irriducibile dell’uomo che non si piega a essere strumento e vittima di un gioco altrui, ma continuamente spera e crede di poter inventare un gioco le cui regole siano finalmente umane.

Ci vedremo dall’altra parte, le disse lui.
E lei, che fino a quel momento non aveva creduto nel paradiso, disse, Ci deve per forza essere la pace dopo la morte. E io e te saremo insieme in quella pace. 

Di Chiara Pagliochini

Oltre il confine, Cormac McCarthy



« Il mondo non ha un nome, disse. I nomi dei cerros e delle sierras e dei deserti esistono soltanto sulle carte geografiche. Diamo loro un nome per non perdere l’orientamento. Tuttavia, quei nomi li abbiamo coniati proprio perché avevamo perso l’orientamento. Non si può perdere il mondo. Siamo noi il mondo. Ed è perché questi nomi e queste coordinate sono frutto della nostra nominazione che non ci possono salvare. Non sanno ritrovare per noi il cammino perduto. »

Tra tutti gli oggetti che ci circondano, l’oggetto-libro è veramente il più strano. A vederlo, sembrerebbe un oggetto come un altro: pagine, inchiostro, una rilegatura. A livello materiale, non è poi così diverso da un sasso, una forchetta, una federa. Eppure un libro ha qualcosa che lo rende diverso da tutti gli oggetti, che lo eleva al di sopra di essi, al di sopra del materiale e dell’utile. Un libro, bello o brutto che sia, capolavoro o spazzatura, è sempre un portale, un canale di comunicazione tra persone che non potrebbero parlarsi in altro modo. Per un libro, lo spazio e il tempo non esistono: non sono impedimenti alla parola. Il messaggio sopravvive e passa sempre.
Ci sono poi quei libri che hanno un respiro, che palpitano e sollevano il petto come creature viventi. Sono libri come cavalli o persone, la cui essenza non può essere trattenuta, perché immateriale e incolore come la vita. Quell’essenza che segna necessariamente il confine tra un sasso e una libellula, tra freddo e caldo, morto e vivente. Ecco, ‘Oltre il confine’ è oltre questo confine.

Potremmo dire, come fa la spiritosa copertina dell’edizione Einaudi, che ‘Oltre il confine’ è “una storia avventurosa attraverso la Frontiera”. Rileggere questa definizione, a posteriori, suona perfino un po’ grottesco. Ma, se noi ci fermiamo e scindiamo l’enunciato nei suoi costituenti, allora possiamo catturare qualcosa di vero.

– una storia –
“Storia” è una parola che, particolarmente nella nostra lingua, risulta estremamente malleabile. È “Storia” il succedersi degli eventi nel tempo, date e luoghi e ricordi. È “storia” il racconto, “the tale”, il succedersi delle parole in un intreccio coerente da recitare accanto al fuoco per il piacere di un pubblico vicino o da trascrivere per il piacere di un pubblico lontano. Le due accezioni di “storia” sono legate da un rapporto che, ancora una volta, possiamo definire “storico”: ovvero, dacché c’è “Storia”, c’è “storia”.
All’inizio non era il Verbo. All’inizio erano i versi gutturali dei nostri predecessori. All’inizio era il fuoco, la caccia, gli alberi. Poi i versi gutturali si sono fatti parola. Allora la parola ha catturato il fuoco, la caccia e gli alberi, ha avuto il potere di definire e imbrigliare, di riassumere, separare e legare. Poi la parola ha scoperto che, legandosi a un’altra parola, diventava più forte. Le sequenze si sono fatte più lunghe e più complesse. Era nata la “storia”, il racconto.
Io credo che il racconto e la capacità narrativa siano il cuore di questo romanzo. ‘Oltre il confine’ è un racconto della capacità di raccontare. È narrativa di narrativa. « Perché questo mondo che ci pare una cosa fatta di pietra, vegetazione e sangue non è affatto una cosa ma è semplicemente una storia. E tutto ciò che esso contiene è una storia e ciascuna storia è la somma di tutte le storie minori, eppure queste sono la medesima storia e contengono in esse tutto il resto. Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. È questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché, vedi, non sappiamo dove stanno i fili, i collegamenti. Il modo in cui è fatto il mondo. Non abbiamo modo di sapere quali sono le cose di cui si può fare a meno. Ciò che può venire omesso. Non abbiamo modo di sapere che cosa può stare in piedi e che cosa può cadere. E quei fili che ci sono ignoti fanno naturalmente parte anch’essi della storia e la storia non ha dimora né luogo d’essere se non nel racconto, è lì che vive e dimora e quindi non possiamo mai aver finito di raccontare. Non c’è mai fine al raccontare ».
In un luogo antico e controverso due viandanti si incontrano. Condividono una strada, un focolare, poche provviste. E una storia. Raccontare una storia, la propria storia o anche una storia inventata, non è un modo per passare il tempo, ma per infondere se stessi in un’altra persona, per insegnare o mettere in guardia. È una condivisione più intima e generosa che l’offrire da mangiare. È il punto in cui scatta la scintilla del contatto umano, ciò che distingue una persona dall’altra, ciò che davvero rimane nella memoria.
Per questo non c’è da stupirsi se a Billy Parham – che a diciassette anni è già perso in un vagabondaggio fisico e spirituale – capita di raccogliere una storia da ciascuno. In un contesto normale sembrerebbe assurdo: un personaggio che, a ogni piè sospinto, incontra qualcuno con un’irriducibile voglia di chiacchierare. E non chiacchierare del più e del meno, ma delle cose grandi, delle cose che non si possono definire né imbrigliare compiutamente, perché infinitamente meno tangibili del fuoco, della caccia e degli alberi: il Male, il Mondo, la Morte, Dio. O il Messico pullula di filosofi o McCarthy è impegnato nella versione western del Decameron. Ma nessuna delle due è vera. La verità è che non conta solo il contenuto del racconto. È l’atto stesso del raccontare a essere centrale, la dedizione che comporta, l’essere testimoni.
McCarthy rende omaggio e santifica ciò che considera il nostro bisogno più intimo e umano. Ancora una volta, non lo santifica solo col contenuto del racconto ma pure nella forma. Se isoliamo il passaggio già citato dal suo contesto e lo leggiamo attentamente, sembra di vedere in esso tanto una dichiarazione di poetica quanto una definizione del suo stile. « Quindi tutto è necessario. Ogni minimo particolare. È questa in fondo la lezione. Non si può fare a meno di nulla. Nulla può venire disprezzato. Perché, vedi, non sappiamo dove stanno i fili, i collegamenti ».
Nella scrittura di McCarthy è difficile isolare l’essenziale dal superfluo. Tutto sembra parimente importante: lanciare il lazo come discutere di Dio. A volte ci troviamo imbrogliati in sequenze di azioni che non capiamo, che non riusciamo a visualizzare proprio perché troppo minute. L’occhio di McCarthy sembra una telecamera che punta continuamente al dettaglio. Quel dettaglio che al lettore non verrebbe mai in mente, quel dettaglio che uno scrittore comune trascurerebbe. Quel dettaglio che ricrea un mondo completo, puramente realistico, una finzione più vera del vero, in cui il lettore si immerge, si perde, non capisce. Scrolla la testa e si chiede dove sia. Non legge del Messico, non è in Messico: è il Messico.
Non è una cosa che si incontra tutti i giorni.

 – avventurosa attraverso la Frontiera –
Questa seconda parte della definizione ci conduce su un territorio già noto, un territorio che è quasi il paesaggio interiore dello Scrittore Americano (inteso come categoria, non solo come singolo). Il viaggio di formazione, l’error e la frontiera sono elementi che ricorrono nella narrativa americana da Mark Twain in qua. Cooper, Melville, Steinbeck, Kerouac, ma se ne possono pensare molti altri.
Un ‘eroe’ parte per una ‘missione’. Intraprende un ‘viaggio’ in un ‘mondo diverso dal suo’, dove affronterà delle ‘prove’, incontrerà ‘aiutanti’ e ‘oppositori’. Dal ‘mondo altro’ egli deve riportare qualcosa, una testimonianza o un ‘oggetto magico’ che rappresentano il compimento della sua ‘ricerca’. Ma il possesso di questo oggetto di un altro mondo renderà l’eroe per sempre un ‘diverso’, segnerà la sua ‘trasformazione’. Il contatto con l’altro mondo non è molto dissimile da una discesa agli Inferi. Si attraversa la frontiera, fisica e metaforica, da cui non si torna indietro come si era. È un ‘viaggio di iniziazione’.
È lo schema del più classico dei racconti, la fiaba. E cos’è la fiaba se non il racconto dei racconti, “lo cunto de li cunti”? Il raccontare, ritorniamo sempre lì.

Ma facciamo un passo avanti. Quando leggiamo uno scrittore americano, dobbiamo sempre tener presente tutta la storia di un popolo e di una cultura. Un popolo che, dai Padri Pellegrini in avanti, ha il viaggio nel sangue. Non un viaggio qualunque, ma un viaggio spirituale, una missione, la ricerca di un luogo da chiamare proprio e sul quale edificare. Per questo la corsa alla Frontiera, non soltanto per un bisogno di colonizzare: non è solo la colonizzazione materiale ed economica che si cerca, ma l’imposizione di sé, il sogno americano dell’affermarsi a colpi di Colt e versetti della Bibbia per dimostrare che si è uomini abili ed eletti. Abili perché eletti, eletti perché abili, non fa differenza.
Il mito della frontiera ne porta con sé un altro, che è quello dell’eroe nel suo isolamento. È l’eroe dei film western, che non si lega a nessuno, che combatte per una causa, vince, ma non si ferma per ascoltare i ringraziamenti. È un eroe senza terra, un viandante, un solitario.

Che cosa troviamo di tutto questo in McCarthy?
Molto o niente o tutto ma in modo diverso.
Billy Parham si sceglie un destino da senza-terra per nessun motivo particolare. Un attimo prima ha un obiettivo, l’attimo dopo l’obiettivo è sovvertito. Quando i suoi occhi si fissano in quella della lupa, non sappiamo che cosa accada. Non sappiamo perché a un certo punto volti il cavallo e, invece di tornare dal padre, decida di attraversare la frontiera per riportarla a casa. Riportare una lupa a casa, come se un animale avesse una casa di mattoni, con una staccionata e un camino. È un’impresa folle e ineffabile alla quale il lettore assiste con un cuore traboccante di umanità. Un’umanità che contagia e lega tutti indistintamente: è umana la lupa, sono umani i cavalli, le gru, i burros, è umano il fiume, umana la polvere, umano il fuoco. Nel mondo di McCarthy, non c’è una forma di vita che valga meno delle altre.
Quella frontiera Billy la attraverserà altre due volte: la seconda, in compagnia del fratello Boyd, per cercare i cavalli rubati dal ranch del padre; la terza, di nuovo solo, per cercare il fratello Boyd, come risucchiato da quella terra. « È il mio terzo viaggio » dirà alla fine « ma è la prima volta che trovo quello che cerco. Ma le garantisco che non era quello che volevo ».
La verità, secondo me, è che non si sa mai bene quello che si cerca. E spesso quello che si trova è spaventoso e non corrisponde a quello che si pensava di cercare. Il viaggio è fatto per trovare, ma soprattutto è fatto di perdersi. E si trova e ci si perde, si trova e ci si perde, come un cavallo che procede a zigzag lungo una strada diritta.
È la condizione dell’uomo come eterno viandante e peregrino, le cui tracce su questa terra passano sempre lievissime. La vita del singolo è giusto un transitare. I segni del nostro passaggio non si vedono. Restiamo nel cuore e nella memoria di chi ci ha amato. Ma poi anche quelli muoiono e allora il ricordo è destinato a perdersi per sempre. Il mondo dimentica. E non c’è pietra, non c’è monumento da opporre alla forza devastante del tempo. Perché tutto, prima o poi, verrà macinato nella ruota grande dell’oblio.
È un destino che non si può combattere. Ci si deve arrendere. Bisogna accettare. Ma, per il tempo che abbiamo, non bisogna mai smettere di cercare quel luogo, quell’oggetto che ci fanno star bene, che ci fanno sentire vivi. Anche se continuamente siamo immersi in una disperazione e in una solitudine immense, che non risparmiano animali né piante né cielo. « C’è solo una vita che vale la pena vivere e io sono nato proprio in quella. E quella vale tutto il resto ».

Leggete questo romanzo. Leggetelo come “una storia avventurosa attraverso la Frontiera” o come “una storia” – “avventurosa attraverso la Frontiera”. Oppure leggetelo come volete voi, stabilite un rapporto che sia soltanto il vostro. Se non c’è mai fine al raccontare, neanche all’ascoltare ce n’è. 

Di Chiara Pagliochini

lunedì 9 luglio 2012

La campana di vetro, Sylvia Plath



« Dovunque mi fossi trovata, sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o a Bangkok, sarei stata sotto la stessa campana di vetro, a respirare la mia aria mefitica. »

Ci sono dei libri che sono stati scritti non dico da gente come noi, ma da gente che pensava come noi. Le curve del pensiero, sovrapposte, per lo più combacerebbero con le nostre e soltanto qualche sbavatura qua e là dimostrerebbe che, dopotutto, non si tratta della stessa curva. Quando un libro lo ha scritto una persona che pensava come te, tu non puoi far niente: tentare di opporre resistenza è inutile. Tentare di non lasciarsi ammaliare, inutile. Tentare di mantenere una distanza critica, inutile. Un canto di sirena si dipana fino a te dalla pagina. A mettere i tappi di cera non hai neanche provato. Ascolti. Caschi contento nel gorgo.


Qualcuno ha pensato bene di paragonare ‘La campana di vetro’ a ‘Il giovane Holden’, chiamando la protagonista, Esther, la sua controparte femminile. I romanzi, in realtà, non si somigliano molto. Lo sguardo di Holden è fresco, è uno sguardo di chi si può ancora salvare. Lo sguardo di Esther è allucinato, uno sguardo che ti trascina sul fondo. A Holden accarezzeresti la testa: tu non sei Holden, sei con Holden. A Esther la testa non la puoi accarezzare, a meno che appoggiarti la mano sulla nuca non ti sembri un gesto comunissimo. Davanti a entrambi, a Holden come a Esther, si snoda un gomitolo di dolori e di strade, di ricordi, di scene e colori che non riescono a dimenticare. Ma Holden lo guardiamo e facciamo il tifo per lui, siamo tutti lì a urlare che è giovane, che si può tirar fuori, che può essere felice. Con Esther il pensiero non ci sfiora nemmeno: essere felice, per lei, sarebbe un tradimento.
Quando la conosciamo, Esther è una diciannovenne molto fortunata. Ha vinto uno stage presso una prestigiosa rivista di moda, dopo una carriera scolastica costellata tutta di borse di studio e voti altissimi. È fidanzata con un bel ragazzo destinato a diventare un brillante dottore. È abbastanza graziosa, troppo intelligente e scrive poesie. No, non scrive poesie, è un poeta. La qualifica di poeta è la sola che Esther si dia autonomamente, la sola che sembri riconoscere, la sola che conti qualcosa. Ed è solo e proprio nel momento in cui scopre di non essere più un poeta – quando si mette alla macchina da scrivere e non le viene fuori niente, quando le lettere tracciate sul foglio di carta le restituiscono una grafia distorta e infantile – che qualcosa dentro di lei si spacca con un fracasso infernale.
Fino a quel momento, Esther era sì consapevole di avere davanti delle difficoltà, consapevole che le sue capacità mentali si stavano pian piano sfilacciando, ma mai il terrore la aveva invasa fino a paralizzarla, a spingerla a risoluzioni estreme quali il suicidio, i suicidi, i mille piccoli tentativi di annientarsi disposti qua e là lungo tutta la narrazione e destinati a scattare a vuoto come trappole per topi mal congegnate. Uccidendosi, Esther non ucciderebbe niente di più che un involucro. Il soffio vitale è già fuori di lei. È uscito, si è perduto, esploso al contatto con la vita e i suoi meccanismi di produzione e distruzione. Eppure, anche se Esther è già morta, anche se la sola Esther che conti è già morta, tutti si affaccendano intorno al suo cadavere per far sì che l’involucro non muoia. Coccolano il suo scheletro, ci parlano, lo ingozzano di insulina. 

« Capii allora che il mio corpo conosceva un’infinità di trucchetti, tipo togliere la forza alle mie mani nel momento cruciale, che gli avrebbe salvato ogni volta la vita, mentre, se fosse dipeso solo da me, in un attimo l’avrei fatta finita. Dunque dovevo tendergli un’imboscata con quel po’ di intelligenza che mi rimaneva, altrimenti quello mi avrebbe tenuta intrappolata nella sua stupida gabbia per altri cinquant’anni di ebetudine ».

Ma il corpo non è l’unica gabbia contro cui Esther deve dibattersi. Il corpo è soltanto la gabbia più superficiale, quella che aderisce strettamente allo spirito. Sopra il corpo tutta un’altra serie di pinnacoli e di guglie si innalza, e questa è la campana di vetro. La campana di vetro è la matrioska multistrato in cui sei immerso dacché sei nato. Nella matrioska più piccola c’è la tua famiglia, in quella poco sopra la famiglia che ti formerai, poi la scuola, il lavoro, le istituzioni, le consuetudini, i sistemi di pensiero, le religioni. A volerla sfogliare tutta come una cipolla, la campana di vetro ha la forma del cosmo. Tutto il cosmo in ogni sua parte è una campana di vetro. Essendo grande, la campana non pesa su tutti allo stesso modo. In qualche punto, anzi, si respira abbastanza bene. Ma a seconda delle circostanze, del sesso, dell’educazione la campana ti preme un po’ di più o un po’ di meno.
Se sei una donna come Esther, nell’America degli anni Cinquanta, la campana di vetro ti pesa addosso un bel po’. Innanzitutto, o ti sposi o sei poeta. Qualunque persona sana di mente vedrà che sono impossibili insieme. Secondo, o ti sposi e rimani vergine per tuo marito (mentre tuo marito, beninteso, non rimane vergine per te) o hai una vita sessuale franca e schietta e allora subisci le conseguenze a tuo carico (vedi gravidanze indesiderate e scandali). A dirla tutta, la società perbenista e maschilista nella quale Esther è immersa è quella che di più appesantisce la campana di vetro. Per Esther gli uomini sono creature grottesche, tra le quali si muove con circospezione, e che si dividono in ‘uomini che potresti sposare e che quindi ti trasformerebbero in una moglie-zombie accondiscendente’ e ‘uomini che potresti scopare e quindi usare per assumere il controllo sul tuo corpo, sulle tue emozioni, sui tuoi cicli’. 

« Era sempre la stessa storia: adocchiavo un ragazzo e da lontano sembrava perfetto, ma non appena si faceva più vicino, scoprivo che non mi piaceva più. Era uno dei motivi per cui non intendevo sposarmi. L’ultima cosa che desideravo era la sicurezza assoluta ed essere il punto da cui scocca la freccia dell’uomo. Io volevo novità ed esperienze esaltanti, volevo essere io una freccia che vola in tutte le direzioni, come le scintille multicolori dei razzi il 4 luglio». 

Il fantasma del matrimonio e l’incubo della verginità – l’amore non è tra le alternative – pendono sulla testa di Esther come una solida spada di Damocle. Lei si sposta un po’ da una parte e un po’ dall’altra. Ma nel centro, nell’oscillazione è la follia.
Altro sonoro rintocco sulla campana di vetro è il din-don della religione. Cattolicesimo, unitarianesimo, puritanesimo sono tutte uguali, tutte ugualmente pronte a incasellarti nei loro schemi rigidi, quegli schemi comodi come linee rette nei quali non c’è alcun bisogno di pensare. 

« Gli avevo detto che credevo nell’inferno, e che certe persone, io per esempio, erano condannate a vivere all’inferno durante la vita, per compensare il fatto di non andarci dopo morte, visto che non credevano nell’aldilà, e che dopo la morte a ciascuno succede quello in cui aveva creduto ».

Poi ci sono i genitori, che ti vogliono sana, stupida e felice. Poi gli amici, che ti vogliono simpatica e vestita bene. Poi i dottori, che vogliono sapere perché stai male. E infine ci sei te, il nocciolo duro della campana di vetro, la punta di diamante che ruota e strilla e strepita ma non crepa. La campana non si rompe. Se si incrina, la aggiusteranno per te. Non potrai mai fuggire.


Io credo che questo libro fiero, crudo, spietato sarebbe molto più noto di quanto già non sia se solo in copertina non ci fosse quel nome di donna che fa storcere il naso ai maschietti, se chi l’ha scritto non si fosse suicidato, attirandosi quei sospetti di ‘cianfrusaglia deprimente scritta da una persona disturbata’. Io credo che un libro che scava così tanto nella malattia e nel suicidio, un libro che ci fa entrare nelle vasche da bagno e nelle cliniche dove ti addomesticano con l’elettroshock, acquisti una validità ancora più assoluta per il fatto – ovvio, brutale – che Sylvia Plath ha effettivamente vissuto quel che racconta, che ha portato la merenda ai suoi bambini e ha infilato la testa in un forno e nessuno, nessuno l’ha trovata prima che fosse troppo tardi.
Io credo che questo libro non dica ‘La vita fa schifo, perché non ce la togliamo tutti?’. Anzi, io credo che questo libro voglia dire o almeno dica a me, ‘Ecco, qui sta il problema, qui, proprio qui, dietro l’orecchio destro, e adesso che io te l’ho circoscritto e definito, sta a te vedere come puoi estirparlo. Se puoi estirparlo. Se vuoi estirparlo.’
Io credo e lo dico sinceramente che perdere Sylvia Plath sia stata una gran perdita. E avrei preferito che rimanesse con me, che scrivesse altri tre, altri quattro libri come questo, invece che scriverne uno solo e suggellarlo col più definitivo, col più puro atto di potenza. 

mercoledì 27 giugno 2012

Nonna portava le maniche lunghe


La mia nonna porta sempre le maniche lunghe. Anche quando è caldo e tutti fanno acqua dalla fronte, lei tiene su quel golfino nero bordato di merletto sul davanti. La mia nonna il caldo non lo soffre. Il freddo, neanche. E non ha mai fame e non si lamenta e non è come tutte le altre nonne, a cui fanno cilecca le ginocchia. La mia nonna, anzi, lei mi porta in braccio quando svoltiamo l’angolo e mamma non ci vede più dalla finestra. Dice sempre che io sono nata stanca. Lei stanca non lo è mai, un tran-tran continuo, un ciuf-ciuf di vaporetto, ora è nell’orto, ora in cantina, adesso in soffitta, adesso in cucina. È dappertutto, in tutti i posti insieme, anche se fa finta che non è così. E se io le dico, ‘Nonna, ma ti ho vista adesso adesso giù in cantina’, lei risponde, ‘Non è possibile, sono sempre stata qui.’ È possibile, invece, lei è in tutti i posti, fa tutte le cose lei, ma a me non vuole insegnarmi come si fa.
La mia nonna ha i capelli grigi tutti tirati sulla fronte e premuti fitti fitti in una treccia. La treccia è appuntata sul dietro della testa e sembra il bordo di pastafrolla di una crostata. Gli occhi sono piccoli, azzurrini e aguzzi. Indovinano sempre tutto. Le gambe, le braccia, la pancia è tutta asciutta, come se Furia, il nostro cane, le avesse spolpato via gli ossicini.
Certe volte andiamo alla fontana e allora mi carica sulla carriola e spinge. Non sbuffa mai e non si rimbocca le maniche. Neanche quando sbatte le lenzuola sul gradino di pietra della vasca, neanche allora, no, non le rimbocca mai. I polsini si bagnano tutti, ma lei non ci fa caso. E quando si porta una mano alla fronte per tergere il sudore, neanche allora, le maniche son tutte tirate giù.
E a questa cosa non ci avrei mai fatto caso se non fosse che oggi nonna è morta. L’hanno trovata nel letto, su un fianco, che dormiva un sonno un po’ più lungo. A me non volevano farla vedere. Ma poi papà ha detto, ‘Non è così piccola, può capire’, e allora mi hanno lasciata entrare dentro la camera. Sul baule ai piedi del letto c’era la bambola che c’è sempre, una bambola di porcellana grossa, castana, tutta vestita, che ti fissa cogli occhi di vetro che non capisci mai dove guardino. Sopra, appeso al muro, c’è il quadretto con Santa Rita a mani giunte. Dal quadretto penzola un rosario con le perline celesti. La nonna era stesa sulla coperta. Era pettinata bene e non aveva più quel golfino. Le avevano messo una giacca nera nera, con dei bottoncini dorati. Le mani non gliele avevano ancora composte (perché mi hanno detto che i morti si compongono, anche se non ho capito come si fa; mi hanno detto anche – è stata Anna – che si de-compongono, ma proprio non ci ho capito niente. Sembrano tutte cose per le costruzioni e non mi fanno senso).
Le mani e le braccia, insomma, stavano ancora lungo i fianchi, tutte rigidine e fredde, riscaldate dalle maniche della giacca. Mi sono avvicinata alla sponda del letto, ho preso una mano e ci ho messo sopra un bacio. Il bacio non è restato lì sopra, ma è entrato dentro e io so che nonna l’ha sentito. Papà dice che è questo che succede quando siamo vecchi e siamo diventati nonni. Io so che tutti diventano vecchi, ma non tutti diventano nonni e quindi, se non si diventa nonni, che succede, si muore a metà? Forse si muore più scontenti, non lo so. La nonna aveva quasi un sorriso. Era carina.
Ma quando il bacio è sparito e ho riappoggiato la mano sul copriletto, la manica si è scostata un pochino e sull’avambraccio bianco bianco, sodo, striato di viola, ho letto una sfilza di numeri che non li avevo visti mai. Era un numero lungo, con le migliaia e le decine di migliaia e a scuola non li abbiamo ancora fatti, così non lo sapevo leggere. Era un numero così grosso che ho pensato, ‘La nonna deve essere qualcosa di enorme!’
Quando papà ha visto cosa facevo, mi ha appoggiato la mano sulla spalla e ha detto, ‘Metti giù’, come se avessi rubato qualcosa. E anche a me sembrava di aver rubato qualcosa, per cui ho messo giù subito. Era una cosa che non si doveva toccare, eppure mi sarebbe piaciuto passare un dito su quei numerini in rilievo per capire com’erano stampati. Mamma dice sempre che mi ammazza se da grande mi faccio un tatuaggio, ma la nonna un tatuaggio ce lo aveva, e nessuno le ha mai detto niente.
Papà ha detto, ‘Usciamo’, e mi ha portato di sotto in giardino. Ci siamo seduti sul muretto, tutti e due con le gambe penzoloni. Allora ho pianto, perché era una giornata di sole tanto bella e non si poteva andare alla fontana dentro la carriola. Non ci si sarebbe andati più.
Papà mi ha detto di non piangere, perché sono cose che succedono. ‘Anzi, puoi piangere. Ma non essere arrabbiata. Sono cose che succedono ed è meglio che succedono così che in altri modi.’
‘Così come?’
‘Così che neanche te ne accorgi.’
‘Però non puoi salutare nessuno.’
‘Non fa niente. Lo sappiamo che ci vogliamo bene.’
‘Perché la nonna ha un tatuaggio?’
‘Non è tatuaggio.’
‘E cos’è?’
‘Un marchio.’
‘Perché la nonna ha un marchio?’
‘Gliel’hanno fatto quand’era giovane e stava a Trieste. Durante la guerra, quando c’erano i tedeschi.’
‘Me lo racconti?’
‘Non c’è niente da raccontare. La nonna era andata sulle montagne a fare la guerra per non farsi prendere dai tedeschi. Ma i tedeschi l’hanno presa lo stesso, insieme a Ginetto, che era suo fratello. Mio zio. Ginetto era sciancato a una gamba e non poteva camminare, così i tedeschi non hanno perso tempo e l’hanno ucciso subito, sotto gli occhi della nonna. La nonna invece l’hanno messa su una camionetta e poi su un treno e poi via, su, su, lontano, fino in Polonia. È lì che le hanno fatto il marchio.’
‘E cosa c’è andata a fare in Polonia?’
‘Stava in un campo di concentramento. Auschwitz, un posto brutto. Erano tante persone, tutte magre magre come lei e le facevano lavorare e lavorare. E quelli che non potevano lavorare li uccidevano. Loro, però, non morivano come la nonna, ché si accorgevano molto bene che dovevano morire.’
‘Come morivano?’
‘Questo un’altra volta. Sennò la storia la sciupiamo tutta.’
Io volevo sapere di più, ma papà mi ha messo una mano sotto il mento e mi ha dato un bacino in fronte. Poi è andato ad aiutare mamma, ché dovevano comporre la nonna. Così adesso io sto seduta a cavalcioni del muretto e mi domando perché la nonna non mi ha raccontato mai dei numerini. Sarebbe stata una storia tanto bella che la sarei stata a sentire da cima a fondo. Ma forse alla nonna non piaceva raccontarla ed era per questo che portava sempre le maniche lunghe. Io invece questa storia voglio raccontarla, perché mi piace tanto. Ed era un po’ matta la nonna a nascondere un tatuaggio così, ché non c’è vergogna a essere andati a lavorare in Polonia. Ma perché facevano i tatuaggi, poi. Non lo so, ma se io avessi un tatuaggio così, lo vorrei sulla fronte e non lo coprirei coi capelli e racconterei ai miei figli e ai figli dei miei figli quando e dove me l’hanno fatto. E sarei vecchia e sarei nonna e morirei che neanche me ne accorgo.
Mia nonna, però, portava sempre le maniche lunghe.



Un grazie all’ignaro passeggero triestino da cui ho raccattato questa storia.

Di Chiara Pagliochini

sabato 9 giugno 2012

Amor mio diacronico


Nel mio paesello vive una donna che ha ormai settant’anni e i capelli tutti grigi. Il viso è sottile, scavato, grinzoso, le gambe secche come ramoscelli, ma agili ancora e solide. Si chiama Anna. Fin da quando la conosco io, è sempre stata la donna più veloce del mondo e l’unico motivo per cui non ha mai vinto una competizione è perché non ha partecipato a nessuna. Quelle gambe gliele ha fatte svelte una giovinezza lontana, di faccende e fatiche e vergate quando tornava a casa tardi. Sono sgusciate sempre di sotto alla gonna con la fretta di chi ha troppo da fare anche solo per pensare di far altro. Pei colli e le greppie, pei campi, pei fossati, tutti i terreni hanno provato e scavalcato e sconfitto. Sono gambe di veterano.
In qualche punto della sua vita – in quale non lo so, perché non ero ancora nata – s’è maritata con un uomo più vecchio. È vivo anche lui, si chiama Vittorio. Che aspetto avessero quando si sposarono non me lo so figurare, io che li ho sempre conosciuti così. I vecchi sono eterni; se li conosci già vecchi, sembra che non invecchino un giorno di più. Questo per dire che la mia storia è tutta una lacuna e il lettore mi perdonerà se vengo subito al dunque. Un giorno – non so quando, non so come, non so perché – Vittorio si tirò un colpo di fucile nella gamba. Zoppica da allora, zoppica peggio ogni giorno che passa e oggi l’ho visto arrancare sul bastone con una spossatezza che non gli avevo visto mai. Ho sentito una grande pietà. Ho pensato, « non ce la farà ». È così, ne ho visti morire tanti da quando sono al mondo: al mio paesello ci abitano soltanto vecchi. Sei abituato a vederteli attorno fin da bambino e pensi che staranno lì per sempre, invece ti muoiono intorno a ciocche. Prima una casa si svuota, poi l’altra, poi l’altra, fino a che non ti circondano che case vuote e tocchi di bastone e il cicaleccio delle vedove giù nella piazzetta. Di vedove ce ne sono tante al mio paese e fanno la maglia e spettegolano sedute sul dondolo o sulle panche. Anche Anna sarà una vedova: l’ho visto oggi in Vittorio che arrancava. Ma ho visto anche altro. Ho visto tanto altro, e forse è solo questo che conta.
Immaginate di essere la donna più veloce del mondo. Coprite una distanza di un chilometro in due minuti. In cinque, siete andati e tornati dall’orto cinque volte. Trasportate secchi e sacchi, carriole, pale, picconi, fasci d’erba, ortaggi, galline. Siete precisi, puntuali, lesti e, soprattutto, veloci.
Immaginate, adesso, di essere sposati all’uomo più lento del mondo. Cinque minuti li ha impiegati per attraversare la piazza, da casa all’orto ce ne vogliono almeno dieci. Se gli crollasse il tetto in testa, non riuscirebbe mai a mettersi al sicuro. Un carico troppo pesante non lo può portare. Se gli urlano di correre per un’emergenza, non riuscirà comunque a camminare più veloce. È macilento, il suo passo è doloroso e sempre sbuffa e fiotta e si asciuga la fronte col fazzoletto.
Voi, che siete la donna più veloce del mondo. Lui, che è l’uomo più lento.
Immaginate come dev’essere vivere fianco a fianco, vivere così mal sincronizzati, così impastoiati. Lei che chiama e lui che non può venire. Lei che ordina e lui che non riesce a obbedire. Immaginate quale pazienza dev’essere quest’aspettarsi tutti i giorni, tutti i momenti, questo limitarsi per l’altro, l’un l’altro, questo vivere a velocità diverse. Immaginate l’amore che ci vuole.
È così. Amore è sacrificio per sincronizzarsi coi tempi e coi bisogni dell’altro. Non un sacrificio astratto, non tutte parole e niente fatti, ma un sacrificio di quelli che fanno perdere la pazienza e montare il veleno e ti viene da urlare e strepitare e scrollare perché l’altro non è abbastanza veloce, cavolo, non abbastanza veloce, e ti limita, imprigiona le tue possibilità. Se sei più avanti, lo devi aspettare. Se sei più indietro, devi umiliarti e rantolare che ti aspetti. L’amore è compromesso di velocità diverse. Quante volte si viene nello stesso momento? Ma quante, quante no? Quante volte amiamo e non siamo riamati, poi l’altro ci ama e noi non lo amiamo più? Quanti orologi sincronizzati male? Quante esigenze discordi?
Anna e Vittorio m’hanno insegnato questo, e me lo insegneranno anche quando non ci saranno più. Che quando si ama si è disposti a tutto, a prendersi tutti i disturbi, a soffrire tutti i fastidi, a rallentare il passo per stare al passo dell’altro e anche a spingere con più forza su quel bastone perché si vuole arrivare prima.
Vedendo oggi Vittorio passare così stanco – ogni tanto si fermava – e Anna che sulla soglia già lo chiamava, ho pensato che sarebbe stato bello raccontare questa storia. Ho pensato che presto Vittorio non ce la farà più, troppi anni a sforzare quella gamba maledetta, e che Anna camminerà da sola, alla sua velocità, coi suoi tempi, fino a che il tempo vorrà. Ma non sono sicura che non si volterà per vedere perché lui non viene. Non sono sicura che sarà felice di poter tornare a camminare veloce.

 
Chiara Pagliochini

mercoledì 6 giugno 2012

???


Stamattina mi sono reso conto che, se invece di traversar la strada sulle strisce, io la tagliassi di traverso alla rinfusa, allora farei come quel corvo o quel merlo le cui penne scoppiarono nello specchietto retrovisore. Mi immagino di camminare sul marciapiede, bello tranquillo, dritto verso casa, e d’un tratto mi prende lo sghiribizzo e mi volto e precipito in mezzo alla carreggiata. Una macchina inchioda, due macchine inchiodano, la terza macchina alza il muso e non fa in tempo ad arrestarsi, e io sono come quel corvo o quel merlo, con la differenza che non ho penne da scoppiare e al limite rantolo un tantino, giusto per far scena, coi tessuti che mi cascano di dosso in poltiglia. Un occhio pende dal bulbo cavo, così, un po’ per scherzo, ancora attaccato a un nervo geloso. La gamba è rovesciata in una posa buffa da marionetta. L’automobilista spalanca lo sportello, mi guarda e va ripetendo con le dita fra i capelli:
« Non ho potuto fare niente per salvarlo. »
Ecco cosa pensavo stamattina, quando tornavo con le buste della spesa.
Quando sono rientrato, Greta mi ha detto dove dovevo poggiarle e io sono stato contento, perché non avrei saputo scegliere un posto migliore. Ha detto « Il pranzo è pronto fra cinque minuti » e sono stato ancora più contento, contento che mi venisse detto e di non doverlo chiedere, contento che lei sapesse a che ora era il pranzo e che si doveva pranzare, perché Greta sa sempre tutto, mentre io non so più niente e, se fosse per me, in questa casa non mangeremmo e nemmeno faremmo la spesa. Greta sa le cose che si devono fare e quelle che non vanno fatte e io mi fido di lei, perché fa le veci anche di me. Greta fa tutto lei, il marito e la moglie, e di questo le sono molto riconoscente.
Mentre aspettavo che il pranzo fosse pronto, mi sono seduto sul divano e ho impugnato il telecomando, che non è l’unica arma che ho per farmi del male, però una delle più efficaci. Ho messo sul telegiornale e ho contato le vittime del sabato sera, quanti anni avevano, ho fatto le somme, le sottrazioni, ho moltiplicato per i feriti e i contusi e, alla fine del telegiornale, il bilancio era di trentatre decessi o forse trecentotrentatre, tra gli assassinati, i morti per caso e le vittime del genocidio in Uganda. Mi dispiaceva per tutti quanti loro, mi dispiaceva sinceramente, e in particolare per l’inondazione a Sumatra, coi corpi che dovevano ancora ripescare. Volevo piangere un poco sul divano, ritto contro la fodera a quadretti, ma Ryanair è venuto e mi si è strusciato alle caviglie, così ho perso tempo a fargli i grattini. Dalla cucina, Greta ha detto che erano pronti gli spaghetti. E, se lei diceva che erano pronti, erano pronti davvero.
Dopo pranzo ho ritrovato il filo dei miei pensieri, l’ho sbrogliato dagli spaghetti e mi sono messo ad inseguirlo per tutta casa. Greta mi guardava e non diceva niente. Ho scoperchiato la scatola dove tengo la sua roba, la cartelletta con l’elastico, e ho riletto un mezzo verso. Frantumate sulla bocca, le parole litigavano l’una con l’altra e ne venivano fuori bocconi di sillabe che non avevano senso alcuno, ma a cui mi sforzavo di trovare un senso. Mi sono seduto alla scrivania, ho provato di nuovo a cominciare e ho scritto la prima riga, che è già qualcosa. Ho scritto la seconda, la terza e poi giù via la quarta e la quinta, che dopo le prime tre venivano quasi da sole. Allora ho pensato che magari stavolta c’ero riuscito e ho continuato per tutto il pomeriggio.
Quando sono rientrato in salotto, Greta era seduta sul divano e Ryanair acciambellato in grembo. Mi sono seduto anch’io e ho preso possesso del telecomando. Greta mi ha fermato il polso con la mano e la sua stretta mi ha riportato quaggiù, proprio accanto a lei. Allora l’ho guardata negli occhi cercando di essere il più sincero possibile.
« Stai di nuovo pensando a lei » ha detto, e la frase le è tremata sulle labbra prima di staccarsi.
« No » ho risposto, però mi sentivo uno schifo.
« Stai di nuovo pensando a lei » ha insistito.
Certo che ci stavo pensando. Certo che ci penso. Se non ci pensassi, non penserei affatto, perché lei è la forma attraverso la quale penso le cose e ogni cosa pensata è pensata in rapporto a lei. È la pietra di paragone e la sorgente, il tramite e il punto a cui tutto tende, l’inizio, il mezzo, la fine, il motivo del viaggio. Se queste parole le scrivo, le scrivo per lei e insieme a lei, pensando a come vorrebbe che fossero scritte e a dove sbaglio. Non sono sicuro che le parole aiutino, non so se siano pillole o picconi e comunque non mi interessa, ora che ho cominciato. Il sollievo mi viene dallo sbrogliare i pensieri, dal disporli in linea retta verso una direzione precisa, che poi è lei. Queste parole vengono da lei e a lei ritornano, e che cosa sono io… non ho mai saputo che cosa sono e meno che mai lo so adesso. Forse sono solo uno strumento meccanico, uno strumento utile ma umile, o forse nemmeno questo è necessario. Ma che importa, che importa, che importa. Niente più importa, la vita come la morte, niente è più sacro, perché tutto faceva sacro lei.
 
 
Chiara Pagliochini