venerdì 20 aprile 2012

L'innesto


« Perché questa ragazza è così triste? »
La domanda la riscosse, si svegliò, sentì che le montava la collera. Perché questa ragazza è così triste era affar suo, il motivo di un’indagine tutta privata. Sentirselo chiedere ad alta voce la colpì come un’offesa e un’intrusione. Si chiese se dovesse voltarsi, per rispondere, difendersi, « Io non sono triste affatto », oppure fare un gesto con la mano, quel gesto che si aspettavano da lei. Le mancò la forza. Continuò a camminare.
Non aveva pensato di essere triste fino a quando qualcuno non glielo aveva ricordato. Splendeva il sole, la luce scivolava sulle cose, le colline verdi e lontane parlavano di posti dove non era stata ancora. Tutto era così grande, così magnifico da schiacciarla, e si sentiva piccola, di scarso valore, un’intrusa che non sapeva bene come portarsi. Ma non aveva pensato di essere triste. Quando aveva superato quei ragazzi, è vero, aveva pensato con che faccia affrontarli. Formarsi una faccia non veniva spontaneo, doveva chiedersi, « Potrò far finta di non averli visti? ». Come funziona, quando si incrocia per strada qualcuno che non si conosce? Si scontreranno gli occhi, ci si metterà d’accordo di essersi visti e ci si sorriderà? Oppure si chinerà il capo, si volterà la guancia dall’altra parte, ci si distrarrà con la rubrica del cellulare e si passerà come se non si fosse visto niente? Niente, una falla nel tessuto dell’universo che risucchia la luce tutto intorno.
Eppure quei ragazzi li aveva visti. Aveva visto, ma non li aveva guardati. Tra il notare qualcuno e l’osservarlo corre tutta la differenza d’una forza o d’una debolezza di carattere. Serve coraggio per guardare qualcuno senza abbassare gli occhi: le palpebre corrono a chiudersi per vecchia abitudine, le pupille squadrano corrucciate il marciapiede. Così, quand’era sfilata tra i tre ragazzi in mezzo alla via… Ecco, non era triste – o almeno non triste in un modo così vile e palese – non era triste, stava solo decidendo come guardarli. Uno era biondo, un altro reggeva un sacchetto della spazzatura, un terzo sapeva che c’era, ma l’occhio non l’aveva registrato. Registrare qualcuno è impegnativo: significa esser disposti ad accollarselo, a portarlo con sé nella memoria, a riconoscerlo un’altra volta che si passerà. E così guardare qualcuno – guardare quando lo si guarda con occhi sfacciati – è proprio un’operazione di grande impegno, non esente dai pericoli del contatto umano, un atto che non lascia mai indifferenti. Guardare qualcuno è accarezzarlo, e una carezza non è gesto che si dispensi con facilità. L’occhio sceglie la sua guancia e vi si posa, la riscalda con la promessa di un affetto pronto e così… è proprio così difficile alzare lo sguardo.
La ragazza improvvisamente fu triste. Fu triste per più motivi tutti insieme: triste perché non aveva ricambiato l’occhiata, triste perché non avrebbe ricordato quei ragazzi, triste perch’era sembrata triste, perché aveva mancato un’occasione di essere bella.
Tutto il giorno fu triste e continuò a pensare a quei ragazzi e quando venne la sera sentì di aver commesso un grande sbaglio. Avesse almeno provato a scusarsi, si fosse voltata e avesse detto, « Non sono triste », si fosse fermata per spiegare la differenza tra l’esser tristi e l’esser perduti, e che importa se non avrebbero capito, che conta se le avrebbero riso in faccia. L’avrebbero ricordata, la spazzatura sarebbe sfuggita di mano, e avrebbe donato loro lo stesso imbarazzo che per un attimo aveva provato lei. Ammesso che l’imbarazzo sia un dono, e non la condanna di una lettera scarlatta, non una pistola, un boia, uno sfregio, una cicatrice, un danno. Ammesso che colpire qualcuno col proprio imbarazzo non sia il più mortale dei colpi.
Si immaginava nell’atto di guardare quei ragazzi, di sbatter le ciglia. Loro notavano che era graziosa, che si vestiva bene, e una pioggia di particelle di attrazione inzuppava loro i capelli. Si immaginava che potevano chiederle di salire e la sdraiavano sul letto, e uno le baciava la tempia dalla parte destra, e un brivido le correva giù tutto lungo il fianco.
E più immaginava, più diventava triste, più il capo le si chinava sul collo, più le spalle crollavano invertebrate. Meno vedeva, meno guardava, e intanto intorno pioveva.
Fu solo molto più tardi – molto, molto più tardi, ma fu – che le innestarono un anello d’acciaio, proprio qui, alla base dello sterno, e un corrispondente gancetto sul mento. Così, quand’era troppo fiaccata per guardare, poteva chiudersi il mento col busto, e se ne andava in giro ripiegata come una valigia, premuta come un bottone dentro l’asola.
Questo le risparmiava molti fastidi, ché la gente aveva troppa paura di guardarla e nessuno ebbe mai a dire ch'era una ragazza così deforme - come una volta avevano detto ch'era triste - perché una ragazza non era neanche più.

Di Chiara Pagliochini

venerdì 13 aprile 2012

Libera Terra d’Antartide, o Racconto fantastico d’una ennesima utopia coloniale

Andrew Wyeth


Libera Terra d’Antartide,
giorno 52

Chi pensava, quella sera, che si sarebbe arrivati fin qui. Si parlava tanto per parlare, come spesso si fa tra amici, un parlare senza pretese e senza conseguenze. Chi ci pensava. Eppure eccoci, e quanto avanti siamo.
La vita scorre monotona ma incantevole, come ci si aspetterebbe che scorresse. Quando non è possibile distinguere il giorno dalla notte ci corichiamo a un’ora qualunque, ma solo se il sonno ci preme le palpebre fino a deformarle. Il pensiero che il domani sarà lo stesso che l’oggi, che niente e nessuno ci aspettano, ci priva d’ogni ansia, e quindi d’ogni sogno. Dormiamo notti senza sogni da cui ci svegliamo riposati come bambini e ci stropicciamo gli occhi con lo stesso entusiasmo loro, il semplice entusiasmo di essere vivi. Non ci sono speranze e non ci sono illusioni, perché il piacere ci acquieta. Non manchiamo di nulla. La vita adamitica non dev’essere stata molto diversa dalla nostra.
Oggi, per la prima volta, si sono visti gli aerei: piccoli velivoli da ricognizione, spie nere, dispettose, sospettose, che riempivano l’aria di un grande rumore di civiltà. Abbiamo mandato avanti la nostra contraerea, e quelli si sono ritirati. Ma torneranno, com’è vero che non possono lasciarci alla nostra illegittimità. Legittimo, illegittimo, la nostra terra è senza leggi, la nostra terra non conosce orpelli, non è insozzata dai passi della convenzione. Al rumore di quelle eliche, essa trema e si scuote e vorrebbe scrollarsi di dosso quella intrusione violenta. Torneranno, e noi li scacceremo. Siamo fiduciose che questo non sia uno stato di cose transitorio.
Ringraziamo un Dio in cui non crediamo per le Cose che non ci ha dato.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 54

È giornata di manutenzione. Di buon mattino – o forse, di buona sera – Gemma ha imbracciato la cartelletta dei conti e s’è data a ispezionare il perimetro dell’edificio centrale. L’edificio centrale l’ha costruito in forma di igloo, perché aveva quest’idea, se volete un po’ demodé, che la forma dovesse essere “classica al contempo e innovativa nei materiali”. Il diametro dell’igloo è di trenta metri, la volta sopra la nostra testa sfiora i diciannove, e all’interno trovano posto due spaziose camere da letto, una cucina, il salotto dei divani, un bureau e la “sala del trono” (come scherzosamente Gioia chiama il bagno). L’ispezione è durata fino a mattina inoltrata – o forse, fino a notte inoltrata. Gemma faceva i conti, Gioia prendeva le misure col righello e io correvo impaziente dall’una all’altra, spiando le rughe che s’appianavano e si aggrinzivano sulle loro fronti, come l’apri-chiudi delle bacchette di un ventaglio. Tutto il pomeriggio, seppellita nelle scartoffie del bureau, Gemma ha calcolato e tracciato schemi, confrontandoli con le grosse mappe dei progetti, poi ha elaborato i dati al computer. Quando è venuta da noi, con un foglio stropicciato in mano, le sopracciglia aggrottate, abbiamo pensato al peggio.
« Tutto bene » ha detto invece « I materiali non mostrano alterazioni di rilievo. Si è aperta una piccola crepa dal lato est, proprio nella parete della doccia, ma niente che non si possa aggiustare. La struttura è solida, reggerà. »
Da quando siamo arrivate, il problema della struttura è quello che la assilla maggiormente. I materiali sono buoni, il progetto impeccabile, gli operai addetti alla costruzione hanno lavorato instancabilmente, tuttavia il fattore freddo continua ad agitarla. Il pericolo di deformazioni e alterazioni molecolari, a queste temperature, è molto alto e Gemma prende le sue mansioni di ingegnere piuttosto seriamente. Per questo si è sentito il bisogno di ispezioni periodiche: non vogliamo che la calotta ci caschi in testa da un momento all’altro, non possiamo rischiare che il gelo penetri all’interno senza che ce ne accorgiamo. Più d’un nemico aspettiamo alla porta, ma di tutti il gelo è il più temuto.
Sempre ringraziamo un Dio in cui non crediamo per le Cose che non ci ha dato.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 57

È notte fonda, giorno pieno. Le altre si sono già coricate. Per un motivo o per l’altro, non mi riesce di prendere sonno. Pensavo. Ero lì, nella stanza dei divani, il telecomando molle nella mia presa, quando in mente m’è risovvenuto il principio, la prima frase, il minuscolo ingranaggio che, avviato, ha dato inizio al movimento.
« Entro il 2015 saranno liberi settantamila posti da dottore. »
« Peccato che non ho studiato medicina. »
« E ho letto che in Brasile incoraggiano a prendere ingegneria. Ce ne sarà tanto bisogno. »
Gioia ed io ci guardiamo con scetticismo, col nostro segreto comprenderci di tanti anni passati gomito a gomito. « Siamo proprio inutili, io e te. » È un vecchio gioco, un farsi compagnia nelle amarezze. Gioia ha studiato Scienze Politiche, così, perché le garbava l’idea della diplomazia. Io ho studiato Lettere Classiche, così, perché mi garbava l’idea della letteratura. Gemma ha studiato Ingegneria Edile, così, perché voleva un posto di lavoro. E adesso, in un certo senso, ognuna di noi ha quel che desidera. In un modo che non ci saremmo mai aspettate, ma lo abbiamo.
Quella sera di qualche anno fa, nessuno di noi sapeva ancora che avremmo ricordato e ricordato quella conversazione. Ciascuna era distratta, pacifica, si parlava tanto per parlare. Nell’aria fredda, piovosa d’aprile, si contemplavano possibilità infinite. Non contemplavamo grandi possibilità, non nutrivamo grandi speranze, perché il nostro è un mondo, un tempo per speranze piccole, per passi non più lunghi della gamba. Il nostro è un mondo abituato alle mezze misure, al mezzo litro, un mondo in cui non s’osa, perché non s’ha fiducia che osando si otterrà quel che si desidera.
Ma in mezzo a quei frammenti di speranza noi abbiamo imbastito il nostro delirio. Ci siamo svincolate dalle leggi del possibile, del dovuto, del razionale e abbiamo fantasticato. È stato solo per una sera, ma che sera.
« E noi, invece, rimarremo disoccupate » ho osservato, facendo scattare per gioco un accendino. Gioia ha spento sul tavolo un mozzicone di sigaretta. « Io no. Io voglio fare l’ambasciatore. »
Gemma ha appoggiato la testa sul gomito e ha osservato per un po’ la lampadina sopra le nostre teste. « Ma c’è un ambasciatore italiano in tutti i paesi? »
« Penso di sì. »
« Ma tutti tutti i paesi? Anche… la Tanzania, anche San Marino? »
« Bello sarebbe fare l’ambasciatore a San Marino. »
« Anche in Antartide? »
« L’Antartide non è uno stato. È spezzettato tra altri stati. »
« Facciamo uno stato in Antartide. »
« Io faccio il dittatore » ha detto Gioia, guardandomi « e Clara scrive. »
« E io? »
« Tu progetti gli edifici. »
« Ma dopo che li ho progettati? »
« Cucini e metti lo smalto. »
« Lo smalto è essenziale » ho osservato.
« Però ci vuole un esercito. Sennò che stato è? »
« Ci sono i pinguini. Però non volano. »
« Che problema! Io sono l’ingegnere, costruisco ali meccaniche. »
« E le foche fanno il corpo di spedizione subacqueo. »
« Perfetto. »
« Perfetto. »
Adesso, nessuna di noi prenderebbe quella conversazione così alla leggera. 

Libera Terra d’Antartide,
giorno 58

La terra è splendida, pacifica, glaciale. Ritti sulla soglia dell’edificio centrale, i piedi infilati nelle galosce, la pelliccia sulle spalle, lo sguardo può spaziare lungo una distesa di sempre uguale bellezza. Prima di uscire, spesso, ci muniamo di occhiali da sole, perché il riverbero della luce sul ghiaccio è così intenso che ferisce gli occhi. Il viso è sempre schermato da una protezione cinquanta. Tuttavia la pelle si arrossa e si secca, le unghie si staccano a pezzetti. È un clima impossibile, ma è possibile viverci. Dall’edificio centrale, la stradicciola segnata coi paletti scende fino a una piccola insenatura, dov’è ormeggiata l’imbarcazione di emergenza. A destra, un po’ discosto dall’igloo, sta il padiglione militare, che custodisce le imbracature del corpo d’aviazione. Il corpo d’aviazione, i pinguini, quelli non è possibile tenerli da nessuna parte. Al mangiare, al dormire provvedono da soli. A ciascuno è stato impiantato un chip, che ci permette di monitorarne la posizione e di richiamarli all’ordine se si allontanano troppo. Un pinguino ogni quindici è dotato di una piccola webcam, sempre attiva, perché possiamo studiarne le abitudini comportamentali. Dalle pareti del bureau rintronano a tutte le ore i loro versi sgraziati, lo stropiccio delle penne, il gemito dell’acqua violata. Abbiamo pensato di farne un libro, ma ancora nessuna ha cominciato a scriverlo: ci sembra di non avere sufficienti cognizioni di biologia. Nessuna aveva buoni voti, al liceo.
Le foche la loro imbracatura la tengono sempre addosso. Sono animali fatui, poco collaborativi, ma preziosissimi quando si gioca a palla.
Il panorama, giù fino all’insenatura, ruggisce di bellezza. Questo è il nostro stato, pochi metri di terra di un altro, chi sa chi, che ora è nostra non di diritto, ma di cuore. Questa è la nostra libera terra e, come se anch’essa sapesse che la abbiamo liberata, ogni giorno si veste d’incanto per noi, trasuda tutta una magnificenza di signora munifica, scintilla di pagliuzze dorate e piroetta di vispe superfici di diamante. Ora è rosa ora è argento, ora canta, ora sembra addormentata, e sempre nel cielo lampeggia tra la foschia un globo che chiamiamo sole, ma che sole non sembra, tanto indefiniti e acquosi ne appaiono i contorni. Il respiro si ghiaccia nella trachea e fuoriesce in vapori che son già quasi solidi. Le gambe slittano impacciate e pesanti e il torace si spacca nello sforzo di frenare l’allucinato tum tum dei ventricoli.
Ringraziamo un Dio in cui non crediamo per le Cose che non ci ha dato, perché le Cose che volevamo ce le siamo prese da sole.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 76

Dalla Nuova Zelanda, ancora nessuna notizia. Quelle che arrivano, non buone. Ogni giorno l’espressione di Gioia si fa più accigliata. Sa che contiamo su di lei per farci accettare dalla comunità internazionale, ma l’obiettivo sembra sempre meno vicino. I comunicati, le intimazioni, gli ultimatum, il fax che vomita notte e giorno i nostri fallimenti diplomatici. Su tutto grava una cappa di sfiducia che pensavamo di esserci lasciate alle spalle.
Se non ci sarà accordato di metter piede su territorio neozelandese senza pericolo, senza un processo e una condanna sicura, allora avremo poche speranze di sopravvivenza. Sono già tre mesi che beneficiamo del Grande Giorno. Quando la Grande Notte arriverà, i nostri strumenti saranno inefficaci, i pannelli solari smetteranno di alimentarli. Brancoleremo in una tenebra che non sapremo in alcun modo rischiarare. Moriremo congelate nel giro di poche ore. Se la Nuova Zelanda non ci accorda di trascorrere sul suo suolo, nella sicurezza di un’ambasciata, i futuri sei mesi di buio, allora non resteranno che due alternative: la resa, la morte. Che poi sono entrambe morte, quindi un’alternativa sola.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 80

Ci chiamano usurpatori, loro, che hanno usurpato ogni speranza per ciascuna generazione a venire, loro che tutto prendono senza nulla chiedere. Noi che abbiamo avuto l’ardire di strappar loro un pezzetto di terra per viverci in pace, loro che la terra la vogliono tutta per farci la guerra. Ci chiamano usurpatori, senza ricordare che i primi usurpatori sono loro, loro che hanno commesso il peccato maggiore, quel peccato che noi cerchiamo di accomodare. Loro hanno strappato la terra alla terra, l’hanno imbrigliata nelle cartine geografiche, stampata sugli stivali e sulle borse, hanno ucciso per mangiare e mangiato per uccidere, senza rispettare nulla che non fosse la loro fame di cibo e di morte. Noi non chiediamo niente, se non di vivere la vita che vogliamo, la vita che lassù non ci permettevano, perché non c’era abbastanza spazio per tutti. Entro il 2015 servivano settantamila dottori, tutti gli altri non servivano a niente. Un tempo, signori, non si era liberi, e si faceva quello che ti dicevano di fare. Adesso si è liberi, così dicono, ma quello che ti dicono lo devi fare lo stesso. Perché se non fai il dottore, allora fai la fame. Se non sei ingegnere, non lavori. Se non t’iscrivi nel ramo dell’industria, uno stipendio poi chi te lo dà. E sbranarsi e sventolare bandiere e strillare come scimmie per un boccone di pensione, quando sei troppo vecchio per gustartela, perché gli anni migliori della tua vita li hai passati a lavorare per loro. Vuoi fare l’insegnante – perché non prendi Farmacia? Vuoi essere archeologo – ma cercati un lavoretto buono. Vuoi scrivere – tanto, se non sei famoso, non ti pubblicano. E soffocare soffocare soffocare le ambizioni perché l’ambizione è peccato e non porta pane, l’ambizione è tempo perso, braccia sottratte alla produzione. E sempre un livore un livore nel petto a fare quel che è giusto fare, ma non quello che si vuol fare. Siamo morti in partenza perché volare basso ci uccide.
Abbiamo dato le ali ai pinguini. Non le strapperete di nuovo né a loro né a noi.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 102

Niente di nuovo sul fronte meridionale. Ci trastulliamo leggendo comunicati e guardando la tv. Pensavamo di avere dvd a sufficienza per tutti i sei mesi, invece scarseggiano già. Ogni tanto guardiamo un film che abbiamo già visto in un’altra delle venticinque lingue del menu. Non pensavo di poterlo dire, ma il macedone è una lingua decisamente affascinante.
Leggo molto e così fa Gioia. Scrivo anche tanto, non solo qui. I libri, quelli non finiscono mai. Se finiscono, anche quelli si possono rileggere, e trovarci ogni volta una persona diversa. Le ispezioni di Gemma procedono bene. Si è provveduto a rinsaldare la parete dietro la doccia e si è aggiustato il contatto difettoso di un pannello. Cibo in scatola, ancora a sufficienza. Gli smalti tendono a cristallizzare in superficie, ma l’acetone non scarseggia mai. Per far asciugare i colori, spesso mettiamo il palmo fuori d’una finestrella: l’arancio, il glicine, il verde bottiglia si seccano in un modo così brillante che non s’era mai visto lassù.
Si sono visti altri aerei da ricognizione. Era prevedibile. Aspettiamo un attacco che potrebbe anche essere imminente.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 111

Il morale incattivisce. Siamo scontrose, diffidenti. Fortunatamente, c’è abbastanza spazio perché ognuna sbollisca il nervosismo prima che degeneri in lite. Pensavamo che sarebbe stato più semplice. Siamo state ingenue, positivistiche. Abbiamo creduto di far diritto legale un nostro diritto morale, quando la legge e la morale di ciascuno mai si sono trovate in accordo. Avevo tanta fiducia in questo progetto, e ne ho ancora, solo non avevo fatto i conti con l’ostilità del mondo. Mondo, che grande parola sembrava, e che parola piccola ora, quando mondo è tutto ciò che ti impedisce di essere felice.
Dopo la pubblicazione del mio primo romanzo, dopo la vendita dei diritti cinematografici, avevo abbastanza soldi da investire in un progetto qualsiasi. Gemma era capo-cantiere di un grosso centro commerciale, Gioia lavorava in una pizzeria. Avevamo una sicurezza, un posto, una missione. Ma avevamo la noia di tutto.
Gemma aveva a noia i materiali di scarto, il cemento meno armato di quanto doveva essere, le liti coi finanziatori, la speculazione, gli operai senza caschetti, gli operai in nero, lo smalto che prendeva la polvere al cantiere, quelli che dicevano che non era abbastanza brava, i passanti che scuotevano la testa perché erano indietro coi lavori, i lavori che andavano lenti, i fogli che si perdevano, i geometri per cui non si poteva fare niente, la gru che scivolava sui cardini senza far rumore, l’odore dell’asfalto.
Gioia aveva a noia i clienti, specie quelli che chiedevano pizze difficili, i poco gentili, i poco diplomatici, i vecchi che non si sapeva perché continuavano a portarli in pubblico, le forchette che doveva sempre raccogliere e sostituire, l’odore di fritto, la cuoca coi capelli che scappavano da sotto la cuffietta, sapere che l’olio per friggere si cambiava una volta a settimana, la conserva di pomodoro scaduta, la tovaglia macchiata col vino, i bambini che frignavano, i bambini che correvano tra i tavoli, l’idea di non fare quello che voleva fare, l’idea che non stava all’ONU e non s’occupava di come girava il mondo, l’idea che il mondo per lei era una pizza e che si somigliavano solo perch’erano tondi entrambi.
Io avevo noia di tutto, del genere umano nella più vasta definizione: noia dei lettori che fanno finta di capire i libri, noia dei libri che non avevo tempo di leggere, noia degli scribacchini che scrivono senza documentarsi, delle biografie delle starlet, dei nerd che fanno la rivoluzione dietro il pc, dei poco intelligenti che s’atteggiano a intellettuali, di chi sputa sentenze, di chi ha sempre ragione, di chi viene bene in foto, di chi crede nell’esistenza della Padania, della pubblicità della Redbull, delle ragazze che fanno pompini dietro i banconi dei bar, degli adulti che si credono migliori quando son soltanto di un’altra generazione, dei moralisti di destra, dei moralisti di sinistra, dei moralisti atei, dei moralisti cattolici, dei cani grossi, di chi falcia i prati.
Avevamo così noia di tutto che abbiamo lasciato quello che avevamo per andare incontro a qualcosa che non si poteva avere. Tutto il mio capitale investito in una spedizione folle di conquista e di razzia, le minacce delle autorità, gli operai aborigeni ingaggiati per una miseria. Se ci tolgono tutto questo, tornerà la noia. Sarà stato invano. Sarà stata solo una sciocchezza.
Preghiamo un Dio in cui non crediamo di preservare le Cose che non ci ha dato.

Libera Terra d’Antartide,
giorno 142

È definitivo. La Nuova Zelanda ci nega asilo politico. Il fronte è compatto, non scapperemo dalle sentenze. Gioia è rotta in lacrime che non abbiamo saputo asciugare. Lo vive come un suo proprio fallimento, invece è un fallimento collettivo. Non so chi fallisce di più. Non mi sento colpevole. Solo, mi sento spacciata. 

Libera Terra d’Antartide,
giorno 143

Sono venuti in formazione. Sono venuti in molti. Grossi spacchi si sono aperti sulla sommità della calotta. Fin dalle prime ore del mattino – sera – avevamo approntato una difesa. Sapevamo che, se la Nuova Zelanda avesse preso posizione, non avrebbero tardato ad attaccarci. Prima, ci hanno intimato la resa. Una resa gridata, srotolata su tutto questo ghiaccio attraverso i megafoni. Non abbiamo alzato le braccia, niente. Solo, abbiamo fatto alzare la contraerea. Era uno spettacolo vederli, vederli uno sopra l’altro, ammassati sulla collinetta là in fondo, i passanti delle ali meccaniche sotto le loro alucce rachitiche, tutti un qua que qui, un frullare e uno sbatter di becchi. E quando si sono alzati in volo, tutto uno stormo di uccelli destinati a rimaner per terra, ci si sono inumiditi gli occhi. Tante volte abbiamo già visto questo spettacolo, eppure non manca mai di commuoverci.
Non sono minacciosi, la nostra air force di pinguini. Non sparano o cose del genere, solo, volano. Volano a riempire tutto il cielo, volano come se non avessero mai fatto altro o non fossero nati per altro scopo, volano e il sole si scopre e si copre nel mezzo d’una scacchiera bianconera. Dentro le cabine di pilotaggio, gli uomini che ci sparano addosso si confondono, s’imbarazzano a veder tutto questo caos di grossi uccelli che fino a ieri non volavano. Si confondono tanto che non sparano.
Oggi, invece, hanno sparato. Hanno sparato a destra e a sinistra, fino all’insenatura e sulla collina e in acqua, ovunque un nero di penne, un odore, un colore di sangue. Si sono ritirati, e adesso noi portiamo via i corpi. Li trasciniamo, così dilaniati, scie diritte in tutto questo bianco, innumerevoli binari di corpi tirati per le zampe o per le ali, se le hanno ancora addosso. Restituiamo loro una sepoltura oceanica. Ma chi pulirà tutto questo?
Le foche si sono immerse. Sulle foche non si può contare. Sono scomparse negli abissi, sono riemerse altrove, non più qui. La palla ruzzola sul campo di battaglia, non respinta, non rimbalzata da nessuno.

Libera Terra d’Antartide,
ultimo giorno.

Abbiamo affondato la barca perché non ci venisse la tentazione di scappare. Domani piomba il Grande Buio. Chissà se piomba tutto insieme, come un sipario, una ghigliottina, o invece scivola pian piano, benefico sulle palpebre dopo tutta questa luce. Chissà se il buio può ferire gli occhi come solo sa ferirli la luce. Il tetto è riparato, dovrebbe reggere un altro po’. Ma i riscaldamenti non funzioneranno più. Dicono che a morire di freddo ci si sente bruciare da dentro, così se il freddo brucia pure il buio acceca. Tutto è al rovescio. Tutto è così interessante.
Libera Terra d’Antartide, t’abbiamo voluto bene e tu preserva le nostre carcasse, così, quando ci troveranno, finiremo come pezzi da museo. Ma non sarà lo stesso che cento altre mummie preservate dal gelo, mummie non si sa di chi, mummie senza nome, senza storia. Verranno a guardarci, da dietro le teche, bambini coi polpastrelli sudati. Verranno a guardarci, chiederanno e sarà loro risposto:
« Queste son le mummie di certi colonialisti che si credevano meglio di altri. Hanno fatto volare i pinguini. »
Ma il bambino, anziché prenderla per stupidaggine, per una cosa che non si deve fare, penserà che è stata una storia fantastica. Chissà che un giorno non fantastichi anche lui.

Di Chiara Pagliochini

domenica 11 marzo 2012

Lilì SG. Capitolo secondo.

Illustrazione di Diletta Angelini

Di tutti i misteri della scrittura – e poiché li chiamiamo misteri quel che segue è scontato – ce n’è uno che non sarà mai svelato del tutto, ed è il legame incerto, spesso aleatorio, tra la biografia di uno scrittore e quel che egli scrive. Ora, non abbiamo la presunzione che studiare Liliana possa condurci alla sorgente di ogni perché, ma converrete che è un’opportunità interessante.
E così, se da una parte non ci importa di sapere perché (o almeno fingiamo che non ci importi), dall’altra scorticheremmo le pagine di un libro per sapere perché certe cose accadono e certe no.
Un coniglio, ad esempio. Perché un coniglio? Perché doveva esserci? Perché si vuole così? E, se non si voleva così ma è soltanto capitato, allora da dove salta fuori? Allora la domanda perché un coniglio? è non solo legittima, ma francamente consigliata.
Ebbene, noi lo sappiamo perché un coniglio. Lo sappiamo e lo racconteremo. Ma se non vi interessa – e potrebbe non interessarvi, perché non negheremo che non è affatto interessante – siete liberi di saltare qualche pagina. Giusto due o tre. Ci rivediamo più in là.
Intanto Liliana si scioglie le code e scrolla la testa per sistemare i capelli. Il risultato non è incoraggiante. Lo sguardo è perso. Il paragrafo è a uno stop. Cosa starà pensando? Ha degli occhi curiosi, come sorpresi. Il pensiero che le si snoda attraverso e le sorprende gli occhi resta sospeso a mezz’aria, nell’ordine maniacale della stanza, e noi spicchiamo un salto, lo afferriamo prima che cada e cominciamo ad aprirlo. Scartiamo il suo pensiero come un pacchetto regalo. Lo soppesiamo tra i palmi, ne distendiamo gli angoli per osservarlo meglio. È un ricordo, un piccolo ricordo quadrato ancora fresco. L’etichetta recita “prima volta dallo psicologo”. È di ieri.
Il ricordo comincia con un mestolo agitato in aria. Segue uno schizzo di sugo che si stampa sul muro della cucina. Una voce fuoricampo dice:
« Invece dico che ci andrai. »
« Ma mamma… »
« Non mi interessa niente. È un brutto periodo e non la stai prendendo bene. E poi c’è questa cosa di papà. »
« Non ho bisogno di uno psicologo. »
« Allora perché avrebbero mandato una circolare? »
« Perché è la prassi? Perché la mandano a tutti? È solo per informare i genitori! »
« Bene, sono informata e voglio che tu ci vada. »
« Mamma, mamma, ti prego. Nessuno della mia classe… mamma, per favore, ho già abbastanza guai… e se qualcuno lo scopre… »
« Non c’è niente di male ad andare da uno psicologo. »
« Non c’è niente di male se hai quarant’anni o sei anoressica o ti hanno violentato. »
« Non voglio sentire storie. La scuola mette a disposizione un servizio, perché non sfruttarlo? Non spenderò milioni in strizzacervelli se possiamo averne uno gratis. »
« NON. HO. BISOGNO. DI. UNO. PSICOLOGO. »
« La discussione è chiusa. »
La discussione è chiusa, ma il ricordo continua. Un sipario si chiude e si apre, e stavolta siamo da un’altra parte. Una fila di seggiole scompagnate, una porta grigia, un cartello appeso con lo scotch, Dott. A. Baffi, lunedì e martedì 16 – 19.
Il bello dei ricordi è che prendono la forma di chi li sta ricordando, così il nostro ricordo è rannicchiato, le mani giunte in grembo, le ginocchia che fanno su e giù come pistoni. La porta certe volte è grigia e certe volte rossa e il cartello pende un po’ di più o un po’ di meno. Anche i caratteri cambiano da un momento all’altro.
Poi la porta si apre e una figura ancora sfocata dice:
« Rossi, Liliana. »
La voce è minacciosa, ruvida come carta vetrata. Un muscolo ci trema nella guancia. Ci alziamo, ma le gambe sembrano quasi non reggere. La visuale oscilla pericolosamente verso il basso prima di stabilizzarsi. Adesso ci muoviamo in avanti. Adesso tocchiamo la porta. Adesso accompagniamo la maniglia molto lentamente. Adesso ci guardiamo intorno alla ricerca di un divanetto nero – perché ci sono sempre dei divanetti neri. Ma niente divanetto. Solo un uomo seduto a una scrivania zoppa e una sedia davanti. Una di quelle sedie basse di scuola, col sedile quadrato e il mezzo schienale. Promette bene.
« Ehi. Ciao » fa la voce.
Sarà che abbiamo messo a fuoco, ma adesso non è minacciosa neanche un po’. Per essere uno psicologo, ce lo immaginavamo tutto diverso. Innanzitutto uno psicologo deve avere una certa età. In secondo luogo, porterà degli occhialini rotondi. Terzo, incrocerà le mani sotto il mento appuntito e ci scruterà con un sorriso sornione. Ma questo nostro psicologo non risponde a nessuna delle caratteristiche. Innanzitutto, sembra un giovanottino fresco di laurea. In secondo luogo, gli occhiali sono quadrati, con la montatura trasparente. Terzo, ci sta tendendo la mano attraverso la scrivania e noi non la stiamo stringendo. Il nostro braccio si stende e siamo catturati dalla sua stretta: è solida, solidale.
« È un piacere, Liliana. Ti chiamano Liliana? »
« Lilì. »
« Lilì. Io sono Andrea. »
« Piacere. »
Difficile stabilire chi sia il più imbarazzato tra i due, se lo psicologo alle prime armi o la ragazzina traumatizzata. La mano di Lilì si leva a carezzare i capelli sulla nuca, quella del dottorino risponde con una grattatina dietro l’orecchio. Un ciuffo biondo gli ricade sulla fronte e quando sorride – visto l’imbarazzo, gli capita spesso – le labbra scoprono gli incisivi sporgenti. Le guance sbarbate esibiscono a mo’ di trofeo le cicatrici dell’acne giovanile, da cui peraltro non dev’essere lontano da molto. E se vi state chiedendo se una madre possa affidare il suo tenero frugoletto e rispettive paturnie alle mani di uno strizzacervelli sbarbatello, certo che può.
« Bene, Lilì, vogliamo cominciare? »
La visuale oscilla su e giù al ritmo di un assenso.
« C’è qualcosa di particolare di cui vuoi parlarmi? »
La visuale oscilla a destra e a sinistra al ritmo di un diniego.
« Hai deciso tu di venire? »
« La mamma. »
« La mamma. Già. E tu non volevi? »
« No. »
« Perché no? »
« Non… ne ho bisogno. »
« Non è questione di bisogno. È questione se vuoi o no essere qui. »
« No. »
« Lo fai solo per accontentare tua madre? »
« Sì. »
« E pensi di non poterne trarre alcun giovamento? »
« Non lo so. »
« Questo è un punto di partenza. Bisogna essere aperti al nuovo, non credi? »
« Non lo so. »
« Hai paura delle novità? »
« Non lo so. »
« Prova a pensarci. »
« Forse… sì. »
« Fammi un esempio. »
« Quando ho iniziato il liceo. »
« È il primo anno? »
« Sì. »
« Hai avuto difficoltà ad ambientarti? A fare nuove amicizie? Con i professori, le materie? »
« Preferirei non parlarne. »
« Va bene. Allora la prossima volta. Ti va di parlare della tua famiglia? »
Le va di parlare della sua famiglia? Certo che le va.
Illustrazione di Diletta Angelini

“Non ci trovereste davvero nulla di strano ad incontrare un coniglio nel corridoio di casa, se foste cresciuti in una famiglia come la mia. Tutte le famiglie devono essere insieme strambe e ordinarie, tuttavia non ci si fa mai l’abitudine.
Prendete la nostra cucina, ad esempio. Non tutte le famiglie, io credo, possono permettersi delle sedie coi nomi incisi. Se avessi degli amici, mi vergognerei ad invitarli, e le sedie sono solo uno dei tanti motivi. Certo, sono un motivo consistente: quattro sedie verniciate di rosa con i nomi intagliati sul dorso non sono proprio una cosa da esibire con disinvoltura.
Un altro motivo è la mamma, che poi le sedie sono state un’idea sua. Mia madre, Mirella, lavora in una scuola materna. Vi lascio immaginare che genere di personcina sia una che progetta sedie come se fossimo dentro Biancaneve. Eppure non è svampita – o almeno, non del tutto – anzi, credo sia piena di risorse insospettate. Pensa solo alle cose che riesce a fare contemporaneamente: è capace di lavorare in giardino con la radio accesa che dà Franco Battiato e di là, in cucina, la tv che gracchia la soap opera dell’ora; sul gradino davanti casa è abbandonato un romanzetto rosa e sul tappeto le sue ciabatte preferite, rigorosamente multietniche e fiere dei loro campanelli tintinnanti.
Mio padre quei campanelli non li può soffrire. Difatti, quando è in giro per casa le ciabatte spariscono misteriosamente. Mio padre è assessore del Comune, assessore alla Cultura – e poi si ritrova due figlie come noi. Ogni tanto mi domando dove si siano conosciuti lui e la mamma. Ovviamente non è che non lo sappia, ma ho sempre avuto l’impressione che la versione ufficiale non sia proprio quella più vera: mia madre che viene aggredita da uno scippatore e mio padre che la salva mettendo in fuga il malvivente? Ce lo vedete mio padre che mette in fuga un malvivente? Avrei capito se fosse stata mamma a salvarlo. Tutto sarebbe estremamente più ragionevole, visto che è lei che porta i pantaloni.
Mia sorella, Chiara, porta anche lei i pantaloni, nel senso che è femminile come uno scaricatore di porto. Da quando ha iniziato le superiori se ne sta tutto il giorno al telefono, a parlare con chi non ci è dato sapere. La mamma dice che è innamorata, per questo ha sempre la testa fra le nuvole. La mia opinione diverge leggermente: io sono convinta che la sua testa si sia impigliata a un cirro o a un cumulonembo ben prima che nascesse.
Fosse finita qui, magari. Per esempio, c’è mia nonna. Sarebbe meglio dire, c’era mia nonna, visto che non l’ho mai conosciuta. In realtà è come se la conoscessi, perché ne sento parlare in continuazione. Anzi, la sento nominare in continuazione, perché mi chiamo come lei: Lailiana Alessia Esteria Giullari. Per fortuna la mamma ha avuto la decenza di chiamarmi solo Liliana, altrimenti non se ne usciva. A casa mi chiamano Lilì. Papà ogni tanto mi chiama Principessa. Se avessi degli amici, vorrei che mi chiamassero Lilì anche loro. Non che io sia asociale o cosa, è solo che la gente non mi si fila. È duro quando la gente non ti si fila, perché non capisci mai se è colpa tua.
Comunque, c’è un’altra cosa che ho preso dalla nonna, e sono i suoi occhi, tondi occhi di un grigio madreperlaceo. Da piccola mi piacevano. Adesso sono diventati di un grigio fango, anche se la mamma dice che non è vero. Dicono che mi passerà, questa cosa di sottovalutare quanto sono carina. Dicono che è l’adolescenza. Sinceramente, io non penso: se sei adolescente non è mica detto che sei cretina.
Questo coniglio, lo ammetto, è la cosa più strana che mi sia capitata da un sacco di tempo, anche se prima dicevo il contrario. Pure ad essere cresciuta in una famiglia stramba, di conigli coi jeans non ne avevo visti mai.”


« Mamma e papà si stanno separando. »
« Mi dispiace. »
« Papà ha un’amante. »
« Come fai a saperlo? »
« Ho sentito che litigavano. »
« Mamma e papà? »
« Sì. »
« Non si preoccupano che tu senta? »
« Non vogliono. Sono io che origlio. »
« Beh, origliare non è certamente una bella abitudine. Ci sono cose che devi sapere e cose di cui puoi rimanere all’oscuro. Dovresti fidarti di più dei tuoi genitori. »
« Mia mamma mi ha mandato qui. Lei si fiderebbe? »
« Sono sicuro che lo fa per il tuo bene. »
« Il mio bene è papà che va a vivere da un’altra parte e lei che smette di guardare la televisione. »
« Gliel’hai detto? »
« No. »
« Non parli con loro? »
« Non gli interessa quello che dico. »
« Sono sicuro che non è vero. »
« Sono sicura che è così. »
« Hai mai provato? »
« No. »
« Dovresti. Non hai nessuno a casa con cui parlare? Una sorella? Un fratello? »
« Figlia unica. »
« Non hai mai voluto un fratellino, una sorellina? »
« Sinceramente? »
« Si capisce. »
« No. »
Il nostro psicologo appoggia la testa su un gomito in un gesto strettamente professionale. Incrocia i nostri occhi con i suoi, azzurri dietro le lenti. Ci sembra di conoscerlo da sempre, anche se sono passati solo pochi minuti. Vorremmo conoscerlo da sempre, perché c’è qualcosa di così rassicurante nella sua posa, nelle sue domande modulate con gentilezza. Ci fa sentire ascoltati, ci fa sentire importanti.
« E non ti senti mai sola? »
« Solo ogni tanto. »
« Che ne diresti di tornare lunedì prossimo? »
Il ricordo si accartoccia su se stesso come carta stagnola. Si ripiega e ci resta nelle mani una specie di pallina. Liliana sta sorridendo. Nonostante tutto, sorride. Se volete il nostro parere, siamo quasi sicuri che tornerà.


Di Chiara Pagliochini;
Liliana Rossi

giovedì 8 marzo 2012

Lilì SG. Capitolo primo.

Illustrazione di Diletta Angelini

Cosa ci tocca fare al giorno d’oggi per trovare una buona storia. Ficcanasiamo nei cassetti, rispolveriamo le cornici d’argento e interroghiamo questo e quello, dall’operaio in galosce alla signorina che fa i biglietti. E oggi c’è andata anche peggio del solito. Guardate chi ci è toccato. Guardate dove siamo. Ah, non vi si rivolta lo stomaco solo a vederlo?
Quest’aria mefistofelica e quella voce roca sgraziata, questi banchi allineati due a due e la cattedra al centro, pomposa come un’ottomana. Almeno ci facessero il piacere di aprire la finestra. Ma col cavolo. Uno che fa, Aprite la finestra!, l’altro che rimbrotta, È un freddo che si gela!, e quello che ha mal di gola e quello a cui si secca la pelle. Una scuola. Una scuola. Cercare storie in una scuola è come girare per lo zoo con un registratore in mano.
Ma poi, adesso siamo qui. Ci aggiriamo tra i banchi e solleviamo il mento di quelli che ci sembrano gli esemplari migliori. Che occhi vuoti e tondi, che colorito malsano. Cade una matita. Si scheggia il gessetto. Stride la lavagna di un suono di vaporetto.
Una scuola, una quarta liceo. Poteva andarci peggio, ma anche molto meglio. E neanche a dire che c’è tanta carne al fuoco: dall’ultimo banco sonnecchiano, la tizia in terzultima fila stacca un boccone dal panino al prosciutto, il tipo con gli strani capelli dritti si soffia il naso tra due dita. Non guardare, non guardare, ecco, sembra fatto apposta per rovinare l’appetito.
Rosa rosae rosae rosam rosa rosa. Rosae rosarum rosis rosas rosae rosis. Un coro si leva in un ordinato motivetto di valzer, un due tre, un due tre. L’insegnante spalanca le braccia e cavalca l’onda acustica con un gesto del polso. Rosa rosae rosae, rosam rosa rosa. Rosae rosarum rosis, rosas rosae rosis. Ricadono le braccia e torna il silenzio e il neo grosso sotto il mento della prof si contrae in uno spasmo appena percepibile.
Ma ecco! Ecco. Forse abbiamo trovato qualcosa. No, non quella. Dio, non la battona con le ciglia finte. Santo Cielo, neanche quello! Più a destra, più a destra, no, un pochino più a sinistra, dritto avanti, avanti ho detto, prima fila. Ecco. Questa è quel che ci vuole.
Non sembra anche a voi che dentro questa testolina possa nascondersi una storia interessante? Certo, a prima vista non si direbbe. Anzi, vien quasi voglia di distogliere lo sguardo e cercare altrove. La battona con le ciglia finte, a confronto, pare un esemplare di prima classe. Ma basterebbe non andare troppo per il sottile, ecco. Per esempio, questi capelli color grano bagnato, bene, non sono la vista più intrigante del mondo: spartiti da una riga al centro e ridivisi in due code flosce, unticce, con una scaglietta di forfora messa lì quasi a far da segnaposto. E anche questa fronte spaziosa, concentratissima, le rughe di espressione solcate da brufoletti. Se poi apre la bocca, si vede subito che porta l’apparecchio cogli elastici blu. Ma se noi la prendiamo da lontano, se restiamo ad osservarla dall’ultima fila, quando ha la bocca chiusa, e proviamo a figurarcela tra venti o trent’anni, certo, potrebbe anche diventare una creatura discreta. Richiede un vasto sforzo di immaginazione, ma d’altronde cosa c’è di più grande, cosa c’è di più puro dell’immaginazione quando si va in cerca di una buona storia?
E questa signorina del primo banco, questa bruttina con gli occhiali tondi e l’apparecchio, con le scarpe pesanti e un rosa rosae molto acuto, questa signorina sarà la nostra storia. Non siete contenti? Almeno un pochettino?
Bene, ora si prova a sedercisi a fianco e a capirne un po’ di più. Dagli occhi interrogativi del tipo del banco dietro si direbbe che non è molto popolare. Gli chiediamo perché e lui fa spallucce, come a dire, Che volete che mi importi? Un altro, interrogato, scuote la testa: Carneade, chi era costui?
Se nessuno vuol dirci niente, dovremo chiedere direttamente a lei. Le tocchiamo la spalla, ma non ci sente. Sembra molto presa dalla lezione, dal ronzio ipnotico del rosa rosae. Siamo sicuri che tutta questa attenzione le frutterà un buon voto.
Ci alziamo e sbirciamo il registro. Strilliamo nell’orecchio della prof che vogliamo sapere come si chiama. Lei fa correre distrattamente il dito sull’elenco e grida, Liliana! La nostra piccola sussulta, si aggrappa con le mani al libro di testo e si alza lentamente dal banco. Appoggia il libro sulla cattedra e alza il mento, dando risalto alla linea aspra della mandibola. L’insegnante fa un sorriso distratto e prende a interrogarla senza badare a noi. Il rosa rosae non ci interessa e men che meno il lupus lupi, così ci sediamo stancamente e aspettiamo che sia tutto finito. Spiamo la goccia di sudore che si stacca dall’ultimo capello della fronte e scende lungo lo zigomo e poi corre a seppellirsi nel colletto. Studiamo il tremore dissimulato della mano destra. Registriamo tutte le inflessioni della voce. Ma dovremo aspettare che l’interrogazione finisca per saperne qualcosa di più.
Il suono della campanella ci fa saltar su. Liliana si volta nella nostra direzione, senza vederci, e i suoi occhi dietro le lenti corrono alla cerniera dello zaino. È l’ora di tornare a casa. La professoressa cerca la casellina nel registro e intrappola un piccolo otto che sbatte contro gli spigoli. Liliana ringrazia, dice, Arrivederci, e si affretta a chiudere la lampo. Lo zaino è in spalla e via lungo catene di spintoni verso la porta d’ingresso, gli studenti che sciamano per raggiungere gli autobus, la campanella che si prolunga in un driiin spasmodico. Ci facciamo largo per tener dietro a Liliana e saliamo dietro di lei sul pulmino. I posti son già tutti presi, così restiamo in piedi e continuiamo a tenerla d’occhio dalla nostra visuale privilegiata. Se era una buona storia, perché è così noiosa? Se è una buona storia, perché non combina niente che si possa raccontare? La nostra signorina non ce la conta giusta. Se ne sta lì pigra, la testa premuta contro il finestrino, senza parlare con nessuno. Sembra che le abbiano disegnato una bocca solo per ficcarci dentro un apparecchio.
Dopo un paio di fermate è il nostro turno. Ci divincoliamo dal gomito di un energumeno per scendere dall’autobus e seguirla ancora per un tratto a piedi e un attraversamento pedonale, e poi su lungo il vialetto di una villetta a due piani, con un magro giardino stinto. Fermiamo la porta perché non sbatta e siamo dentro. Dentro, c’è odore di cipolla. Una mamma – è sicuro una mamma, ne ha la faccia – scodella nel piatto una porzione di pastasciutta e ricade in una posizione quasi fetale, lo sguardo allucinato su una soap opera alla tv. Da qualche parte un padre strilla; nessuno gli bada. Un oggetto cade e si rompe. Una lacrima scorre lungo la guancia della mamma, ma non sappiamo se è per via della soap opera o dell’oggetto che si è rotto o del padre che strilla o forse di un ricordo lontano, di un gattino ammalato. Che ne sappiamo, che ci interessa.
L’apparecchio tritura gli spaghetti. L’acqua finisce con un glu glu nello stomaco. E la nostra Liliana è ancora una delusione totale. Di malavoglia la accompagniamo su per le scale e poi fino alla cameretta, lungo un corridoio buio, seminato di polverosi tappeti. Sbatte la porta e noi siamo con lei. Ci voltiamo mentre si spoglia e restiamo ad osservarla dall’angolo della finestra, mentre si siede alla scrivania e accende il computer.
Ed è adesso che accade qualcosa di davvero interessante, perché se finora avete pensato che scherzavamo o che era non era possibile, adesso dovrete ricredervi. Voi pensate, Non esistono Liliane del genere. I nerd sono una categoria modaiola, né più né meno di altri: i veri nerd, i vecchi “sfigati” sono tutti estinti. Figurarsi se è possibile, figurarsi se è ancora possibile girare conciati così. Voi pensate che sia uno stereotipo, tutto, dall’inizio alla fine, esser brutti e non parlare con nessuno e prendere persino voti alti.
Poi si torna a casa, si accende il computer, ci si rizza contro lo schienale della sieda e si comincia a scrivere. Una storia d’amore o una storia d’avventura, una storia qualunque, purché sia diversa da noi e possa portarci molto lontano, purché ci faccia dimenticare quanto misere e muffite siano le nostre storie di tutti i giorni, purché ci faccia dimenticare che siamo brutti e abbiamo una voce stridula e nessuno ci rivolge la parola e i nostri genitori si stanno separando.
Ci sono ragazzine senza una vita sociale che, nell’abbandono della loro stanzetta, si prendono una rivincita sul mondo, immortalandolo in immagini ideali. Sono delle sovversive, sono menti anarchiche che non rinunciano al riscatto e alla speranza e che in questa loro sfida ripongono grumi di desideri.
Voi pensate che non esistano più, queste ragazzine brutte che a sedici anni sono ancora vergini, e tuttavia non vanno a seppellirsi in una buca. Ma il problema non è tanto che sono vergini, quanto che non hanno nessuno che la loro verginità la voglia o che accarezzi loro la fronte pronto a scordarsi che è piena di brufoletti. Queste ragazzine – non credete alla tv – cresceranno su con qualche idea bizzarra, non dritte ma deviate, una fobia, un vizio di carattere, una malattia segreta. Queste ragazzine a diciotto anni cominceranno a leggere Sylvia Plath e sprofonderanno nell’abisso della depressione – lo so io e lo sai tu – se nessuno interverrà a salvarle. E non sarà un reality show, non sarà un’eredità imprevista e neanche un centro estetico, bensì un altro sfigato par loro, che se le prenda e goffamente ponga fine ad ogni loro insoddisfazione. Allora queste ragazzine scorderanno che al liceo hanno scritto un libro, un buon libro o un brutto libro, non conta più. Adesso qualcuno le ama e la battaglia è vinta e non c’è bisogno di scrivere, se non c’è più nessuno contro cui vendicarsi.
Ma per il momento la nostra Liliana è una fonte di investimento sicuro. Guardatela come lavora con la testa china. Guardate la foga con cui pigia i tasti e va a capo. Guardate lo sguardo atteggiato, molto molto lontano, che buca lo schermo e nel contempo guarda al di dentro, nel motore di una fantasia sfrenata, lungo i binari di un’immaginazione dilagante.
Se qualcuno entrasse dalla porta e la vedesse così sola, così conciata, certamente si chiederebbe perché esista un essere così disgraziato. Perché esiste? Ma per scrivere un libro!



Illustrazione di Diletta Angelini
 
“Tutto cominciò la mattina in cui scivolai in corridoio. E sarebbe stata una cosa come tante, un avvenimento del tutto irrilevante, se d’un tratto non fosse comparso un coniglio bianco. Uno non se lo aspetta che salti fuori un coniglio, la vita non è mica un cappello, eppure certe volte accade e tu resti lì a chiederti se non avresti potuto prevederlo. Non tanto per evitare che accadesse – d’altronde un coniglio non disturba nessuno – quanto per reagire in maniera appropriata qualora l’occasione si presenti di nuovo.
Nel mio caso sarebbe bastata un po’ d’attenzione. Strane cose stavano già capitando da un angolo all’altro di Balenia, le voci di un cambiamento correvano portate dal vento e le foglie continuavano a cadere, a cadere, come se fossero rimaste sui rami fino a quel momento solo per cadere di botto tutte assieme. Se solo avessi letto i segnali, guardato la tv e carpito i sussurri dalla bocca dei vecchi, avrei potuto capire che sarebbe accaduto. Non prevedere un coniglio, forse, ma certo prevedere qualcosa. Il coniglio, va detto, è stato un tocco di genio.
Accadde quella mattina che mi svegliai e avevo la gola secca. Avevo sognato di bere da un innaffiatoio e la mamma mi rimproverava perché era poco igienico. Al che, con tono sicuro, avevo ribattuto, Ma se la bevono i fiori… Ora avevo la gola secca e desideravo soltanto premere le labbra contro il vetro d’un bicchiere freddo e tornare nel letto al caldo prima che suonasse la sveglia. Sì, perché mancava ancora mezz’ora alla sveglia: non potevo sciupare l’occasione di dormire un altro po’.
Mi alzai e ciabattai fino alla porta. Il corridoio era buio, gelato. La mamma doveva essersi scordata di chiudere qualche finestra. Mi strinsi contro il pigiama e arrancai fino all’interruttore della luce. E fu allora che sentii la voce, distinta, dall’altra parte del corridoio, e misi un piede in fallo e scivolai sul lungo tappeto persiano. Maledetta la mania di mamma per i cimeli multietnici.
Scacciai con le mani le odiose stelline che mi ronzavano intorno alla testa e mi tirai su appoggiata alla parete. Allungai le dita – l’interruttore era proprio lì, a un centimetro scarso – ed ecco, di nuovo la voce. Si piega la gamba, vado lunga di nuovo. Stramaledetto tappeto!
Stavolta le lucciole s’erano vestite in modo fantasioso. Sembrava di avere in circolo per le orbite tanti coniglietti bianchi. Li mandai via tutti con dei gesti calibrati, ma ce n’era uno, proprio al centro, che pareva inchiodato nell’iride. Chiusi gli occhi. Li riaprii. Il coniglio c’era ancora. Me li stropicciai. Non andava via.
« E che cavolo… »
« Buongiorno, Lilì! »
« Ehm… »
« Ehi. Ciao. »
« … ciao? »
Fantastico. Il mio coniglio allucinatorio parlava. Doveva essere un coniglio particolarmente istruito. Tanto che c’ero, registrai qualche dettaglio curioso: uno, il coniglio stava in piedi; due, il coniglio era vestito; tre, no non aveva un orologio da taschino; quattro, quattro; cinque, aveva gli occhi celesti (e un maglioncino in tinta); sei, grosse zampe pelose gli spuntavano dalla gamba dei pantaloni; sette, mi tendeva una mano; otto, ho detto mano e non zampa, perché era un coniglio eretto, vestito e con due mani al posto delle zampe. Ecco, credo sia tutto. Ah, no, sapeva anche il mio nome. Ma per forza, se era una creatura della mia fantasia…
Se era una creatura della mia fantasia. In realtà non ne ero più molto sicura e, mano a mano che realizzavo che la fantasia non cambiava e la vista mi si era stabilizzata e le zampe poggiavano sul solido pavimento, ecco, mano a mano che capivo queste cose il mio entusiasmo scemava.
Perché se c’era davvero un coniglio parlante al centro del corridoio… beh, non era cosa da prendere così alla leggera.
« Buongiorno, Lilì! » ripeté il coniglio. Aveva una voce profonda, leggermente arrochita, come di un maschio adulto.
« Bu-buongiorno… signore » mi morsi la lingua per aver dato del signore a un coniglio.
« È un piacere conoscerti. Sono Batuffolo, ma se vuoi puoi chiamarmi Buffy. »
« Io mi chiamo… Li-lì. »
« Lo sapevo. »
« E… come? »
« Fonti mie, strettamente riservate. »
« Ah. E… se posso… »
« Sì? »
« Pe-perché sei… qui? »
« Ti spiegherò tutto tra un momento. Intanto lasciami dire che sei esattamente come ti avevo immaginata. »
« Anche tu sei… esattamente come ti ho immaginato. »
« Pensi di avermi immaginato? »
« Già. »
« Ma no, tranquilla! »
Tranquilla. Certo.
« Lasciami dire, Lilì, che grande piacere mi fa – »
« Sì. Ho capito. Veniamo al dunque. »
« Certo. Bene. Ecco, io sono qui perché Balenia è in pericolo. »
« Balenia. In pericolo » ripetei come una bambina scema.
« In grave pericolo. »
« Pericolo di cosa? »
« Ah, questo è troppo lungo da spiegare. Non posso certo farlo ora. »
La mia città in pericolo e un coniglio parlante che non può spiegarmi ora il perché. Il sogno dell’innaffiatoio era di gran lunga meno creativo.
« Se non ora, quando? »
« Poi. Oggi pomeriggio, per esempio. »
« Ah, allora mi tengo libera. »
« Certo, non prendere impegni. »
« Certo. Dunque? »
« Dunque che? »
« Un coniglio. Che parla. Al centro. Del corridoio. Balenia. In pericolo. Insomma. Cosa vuoi da me. »
« Ma sicuro, ero qui per questo. Balenia è in pericolo e tu devi aiutarmi a salvarla. Ho bisogno di persone come te, persone in gamba. Persone che amino questa città. Lilì, tu ami questa città? »
« Io? Certo. »
« No, non così. Pensaci bene. Insomma, quanto ami questa città? »
« Beh, è una bellissima città. Noiosa da morire, ma quando uno si abitua… E poi sono nata qui e questa è casa mia e il melo – »
« Sì, sì, benissimo. Allora sei assunta. »
« Assunta per cosa? »
« Per salvare questa città! »
« Ah, già. Non è che posso pensarci un pochino? »
« Hai tempo fino a questo pomeriggio. »
« Quando ci rivediamo. »
« Certo. E adesso non fare tardi a scuola. »
« Scuola. »
« Sì, ti aspetta una sorpresa. »
« Che genere di – »
Ma il coniglio si era voltato e correva a grande velocità lungo il corridoio, un po’ correva e un po’ saltava, intralciato dalle grosse zampe. Io allungai la mano per fermarlo, stavolta, ma quello era già arrivato alla svolta. Si lanciò giù per le scale e sentii il rumore di una finestra che sbatteva. Quella finestra che, la sera prima, quella svampita di mia madre si era scordata di chiudere.”


Di Chiara Pagliochini;
di Liliana Rossi.