lunedì 12 dicembre 2011

Era ieri o l'altro ieri, non lo so, ho pensato che non potevo più farcela da sola. Ho pensato che più in là di così non si può. Che non c'è un limite meno dignitoso da oltrepassare. Le sofferenze come le mie sono vergognose, perché non sono vere sofferenze. Non si può concepire che uno soffra tanto per soffrire. Non è giusto, non è sportivo, non è sano. Ho preso la testa fra le mani e ho detto, basta, così non va, non ci riusciamo.
Poi è passato. Poi la crisi si è riassorbita.
Oramai ho crisi depressive ogni una/due settimane. Forse ho davvero bisogno di un dottore. I miei genitori sono spaventati. Mio padre ha detto, se vuoi ammazzarti basta che me lo dici così mi metto l'anima in pace.
Non ho speranze. Non ho aspettative. E non ho nessun problema di sorta. Quindi forse ho davvero bisogno di un dottore.
Quando lo racconto, la gente non ci crede. Pensano che tendo al melodramma. E' vero, tendo al melodramma, ma il dolore c'è. Il dolore c'è ed è totalizzante come uno scheletro, è l'impalcatura che sorregge il tutto.
Sono stanca e non so per quanto ancora reggerò.
Dico che non aspetto nulla, che non aspetto miracoli. Chi voglio ingannare, li aspetto.

Le regole del restare


Se sapessi scrivere poesie,
ci scriverei quanto mi sento male
e come nell’ultimo anno
ho guardato trecentotrentatre film,
tutti quelli che davano alla tv.
E mentre trentadue trentini
entravano a Trento e l’ultimo
si attardava saltellando
su una gamba sola,
io stampavo la mia forma
nella poltrona, zitta,
perdendomi nel technicolor,
e intanto andava il fischio
del treno, perché io abito
sopra la stazione.
Ho preso questo appartamento
che dava sopra la stazione,
perché pensavo che vedendo il treno
sarei potuta partire sempre,
ma poi mi sono fermata
e sono rimasta incatenata
ai braccioli.
E il fischio del treno passa
e passano i treni e passano
i film alla tv e pure il tempo,
ma io son sempre qui
che mi attardo.
Sul pianale della scrivania
c’è il mio romanzo, scritto per metà,
che dovevo finirlo prima di partire,
ma poi non sono partita più.
Nel primo paragrafo
c’è una frase che fa,
“erano la sua vita
il silenzio, la stasi, la prosa;
la sua vita era posa
di un qualche sordido teatrino”.
È impossibile finire i romanzi,
quando capisci che parlano di te.
Sul tavolo ci sono le forbici
e il nastro per confezionare i regali,
di quello con cui si fanno i riccioli
che mi vengono sempre tanto bene.
Quel romanzo dovevo regalarlo
agli amici che non ho
o che ho perduto,
a quelli forse ancora da incontrare,
non saprei, perché nella vita
non si sa.
Ma poi, ecco, è tutto lì e sopra
ci cresce la polvere,
che è l’unica bestia che si nutra
di silenzio:
deve avere proprio un saporaccio.
Se sapessi scrivere poesie,
le scriverei per chi si sente male,
per quelli che stazionano
nelle poltrone, anche se di film
ne hanno visti duecentoventidue
e i loro trentini arrivano tutti
sani e salvi.
Scriverei poesie
per scrollare la polvere
e dire, Partite,
c’è ancora un treno che si affretta
e c’è un treno che non è partito
ancora, perché il capostazione
siete voi e tutti aspettano
il vostro segnale.
Partite, Partite, Partite,
ma non provate a spostarmi di qui,
ché la poltrona soffrirebbe la mia assenza
e la tv dà solo film
che chiedo io.
Questo mio mondo mi ubbidisce
ed io conosco le regole del restare
ma ho dimenticato tutte le altre.

Di Chiara Pagliochini

venerdì 2 dicembre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap.14

Abbey in the Oakwood, C.D. Friedrich

*** Seconda parte ***

Tutto questo accadeva la notte in cui morì Eugenio, quando Irene mi trovò che vomitavo nel bagno. Occorre fare un po’ d’ordine, se vogliamo andare avanti. Ebbene, tutto questo accadeva quella sera e fu la sera più lunga della mia vita, anche se fu una sera sola. Di quella sera ricordo forse ogni minuto ed ogni frase e fors’anche ogni smorfia del mio viso e del suo. Occupa così tanto spazio nella mia testa che fatico a farci entrare tutto il resto. Ma il resto ci deve entrare, ce lo devo comprimere, il resto va raccontato, com’è giusto che sia. Ci sono cose che sono perfette per un istante, così perfette che le vorresti inscatolare e metter via. Col tempo, coi momenti non si può. Arriva sempre un dopo che li rovina. E noi pure quel dopo dobbiamo raccontare.
Così ci ritrovammo tutti al funerale di Eugenio, sei goffi sconosciuti, né parenti né amici: Sca, Cassandra, Ida, Iris, Irene, io. Che ai funerali vestano tutti di nero è ormai cosa superata, c’è gente vestita di grigio e di marrone e persino chi esce di casa senza capire di che colore sia vestito. Che ai funerali piova sempre è un’invenzione dei romanzi, grandi ombrelli neri che spalancano la bocca al cielo. Ma, che ci crediate o meno, al funerale di Eugenio vestivano tutti di nero e per giunta pioveva. Eravamo infilati in una matassa di stereotipi.
Irene era quasi carina, così sottile e lugubre, con i capelli tirati su e un paio di orecchini di perla. Cassandra era alta e matronale, con la bocca che tremava. Sca si era tagliato i capelli e quando lo vedemmo arrivare, sotto l’ombrello, nessuno lo riconobbe. Lo presi da una parte e gli passai una mano sulla faccia, tanto per capire se era davvero lui. Aveva tutte le sopracciglia e tutti gli occhi e il naso liscio e gli angoli della bocca completamente anonimi.
« Che combini? Manco ti riconoscevo » gli dissi, e gli strinsi le guance in un moto d’affetto infantile. Sembrava un ragazzetto molto sperduto, senza i capelli davanti agli occhi, senza la frangia, senza le sue spillette.
« Ho rotto col mio gruppo » spiegò, alzando le spalle e guardandomi dritto negli occhi, e per la prima volta vidi che aveva gli occhi verdi « Non ero abbastanza emo per loro. »
« Ma scherzi. Sono loro che non capiscono. »
Sca sorrise. E disse che da oggi potevo chiamarlo Ascanio, che poi era il suo nome. Gli altri lo avevano messo con le spalle al muro, raccontò. O noi o loro, gli avevano detto. E lui, tra un gruppo di veri suicidi e un altro gruppo di suicidi per finta, aveva scelto il primo, si capisce. Lui era emo fino al midollo, era il più emo di tutti loro.
Eravamo di fronte alla chiesa, sotto gli ombrelli. Cassandra infilava e sfilava il piede da una scarpa col tacco, in rigorosa vernice nera. Di tanto in tanto mi gettava un’occhiata, che nelle sue intenzioni voleva essere lasciva, e s’inumidiva lentamente le labbra, col sadico piacere di riuscire ridicola. Irene non poteva guardarla: appena si voltava un attimo e l’occhio le cadeva sulla scarpa o sulla bocca, il viso le si tendeva in uno spasmo di riso isterico, che a stento riusciva a trattenere. Io vedevo il suo riso e allora lo stesso riso si accendeva in me. Ridevamo e ridere non potevamo. Ma già ridere insieme era per noi una cosa così grande.
Poi il carro funebre col tergicristalli azionato risalì il vialetto di breccia del cimitero, sfilando tra i cipressi scuri e spelacchiati. La gente fece ala attorno. Quattro uomini si issarono la cassa sulle spalle, una cassa d’un legno rosato, forse ciliegio, e si affrettarono a entrare dalla porta della chiesa. L’acqua scorreva sulle loro facce e sulle loro giacche e cravatte ben spolverate. La folla li seguì e si dissipò. Noi entrammo per ultimi, con Iris che ci incalzava da dietro. La chiesa era piccola e gremita di fedeli, non c’era più posto a sedere sulle panche. Così restammo in piedi, tutti vicini a fianco dell’acquasantiera. La cassa adesso era per terra, davanti all’altare, con sopra una corolla di gigli bianchi. C’era odore di cera e di legno vecchio e si sentiva parlottare.
Io guardavo Iris, il volto duro come scavato nel granito. Guardavo Iris, e mi chiedevo cosa sentisse. Era sicura di sé, era solida e severa e dietro la maschera granitica non c’era nulla che desse mostra che soffriva. Neanche una ruga di piccolo rimorso. Non sapevo cosa pensare di lei, e questo forse era un bene, perché se avessi pensato a lei avrei dovuto pensare anche a me stesso, a me che stavo dietro il vetro smerigliato e avevo davanti agli occhi Eugenio che penzolava, eppure non avevo mosso un dito. Eravamo entrambi complici di un delitto e una sola condanna ci faceva uniti. Eravamo tutti colpevoli e tutti eravamo innocenti. Dov’è l’innocenza e dove il danno quando qualunque sforzo tu faccia non riusciresti a salvare una vita? Dove l’innocenza e dove il danno, quando anche a sforzarti non riusciresti a riportarlo sui suoi passi? E se lo aiuti, sei un salvatore o un assassino? E se lui ti chiede una corda e tu gli metti quella corda in mano, hai fatto o non hai fatto il tuo dovere? Bisogna prendere così tutto alla lettera? E com’è possibile saperlo?
Adesso che Eugenio era composto nella bara, una risposta possibile non c’era. Sperai che lo avessero vestito di un completo nuovo, nero, con una bella cravatta arancione. Sembrava un uomo che stesse bene in arancione. Chissà se l’aveva vestito Francesca. Chissà dov’era Francesca. Chissà se piangeva Francesca. Chissà se ci odiava o se pregava per noi, o forse faceva tutte e due le cose.
Il sacerdote fece un gesto e tutti smisero di parlare. Chi aveva il cappello lo tolse. Chi era seduto si alzò. Partì una musica dall’organo che andò sparpagliandosi tra le colonne.
Mi sono sempre sorpreso che ai funerali non pianga quasi mai nessuno. Uno viene e si aspetta come minimo un’esibizione, fazzoletti e singhiozzi e gente che tira su col naso. Uno si aspetta che il dolore sieda sulle ginocchia delle signore e si diverta a pizzicar loro le guance. Ricordo che da bambino accompagnai la mamma al funerale di un nostro vicino. Era un uomo gentile, ma io non ci parlavo mai e dunque non lo conoscevo per niente. Ma poi eravamo lì, al suo funerale, e tutti sembravano tristi ma non piangeva nessuno. E io volevo piangere, perché mi sembrava brutto che non piangesse nessuno, così mi sforzai e pensai a tutte le cose orribili che mi riuscì di trovare, pensai di morire anch’io, pensai di non pensare, pensai che io morivo e nessuno piangeva per me, e mi sforzai finché non mi vennero gli occhi lucidi. E in quel momento mi dissi, “ecco, sto piangendo, sono il più buono di tutti quanti”, io che con quell’uomo non ci avevo parlato mai.
Iris non piangeva. Cassandra non piangeva. Ascanio non piangeva. Ida non piangeva. Irene non piangeva. Io pensai a Irene che moriva, e piansi. Pensai al suo corpo così magro disteso in una bara così grande, le mani incrociate sul petto, le labbra secche. Pensai alle palpebre chiuse, all’espressione rasserenata con cui aveva detto “è così bello”. E quella musica, quella gente che non piangeva era tutta lì per lei. Eravamo al funerale di Eugenio, ma eravamo al nostro funerale.
Ma perché accadeva tutto questo? Ma che diritto avevamo? Perché affrettare un evento che sarebbe giunto comunque? Perché non trovare il coraggio di vivere tutti i nostri giorni? Per quanto brutali e osceni e volgari e inutili fossero, perché non trovare il coraggio di vivere? Che dignità c’era nel morire? E perché, se nel morire non c’era dignità, il volto di Iris era così severo e sicuro di essere nel giusto? Dov’era il giusto? Perché non scrivono “giusto” e “sbagliato” sotto le cose, così possiamo capirle, così possiamo accettare? Io ero troppo stupido per decidere la via. Io mi facevo sempre trascinare. E stavo lì sballottato da venti contrari, avevo voglia di morire e non l’avevo per niente.
Il sacerdote disse delle cose. Adesso non le ricordo, anche se credo siano sempre le stesse. Ci lascia. Perdono. Carne. Resurrezione dei corpi. Pentimento. Dolore. Giovane. Costernazione. Mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.
Mi avvicinai all’acquasantiera, intinsi un dito e me lo passai sulla fronte in una figura di croce. Una gocciolina mi scese lungo il sopracciglio e lungo il naso. Mi vidi riflesso tremulo nell’acquasanta. Mi sentivo come uno allo specchio che non si riconosce.
Irene mi poggiò una mano sulla spalla e mi chiese se avevo voglia di camminare. Feci di sì con la testa. Uscimmo dalla chiesa e prendemmo a destra, lungo una fila di vecchie lapidi. Non c’era nulla di strano né di macabro nel nostro passeggiare: eravamo come una qualunque famiglia che onora i propri morti. Ogni tanto Irene si fermava e faceva un commento, “com’è morto giovane” o “guarda, è morto il giorno di Natale”. Cose del genere, senza nessuna importanza. Mi parlò dei suoi nonni. Mi parlò della bisnonna che era morta l’anno prima, ed era una giornata di sole tanto bella. Mi parlò del nonno che diceva sempre che stava male. E nel parlare sorrideva come quando si sfoglia una collezione di figurine, perché i nostri morti sono sempre vivi, anche se non ci sono più. Continuava a piovere, e l’acqua lavava le croci e le incisioni, evidenziando le macchie di muschio e scorrendo lungo i soliti percorsi. Tutto era umido e ammuffito e verde. C’era odore di funghi.
Quando la processione uscì dalla chiesa, noi non eravamo ancora rientrati. Guardammo scorrere il lento corteo con la bara in testa, e stavolta ci furono molti fazzoletti. I mariti tenevano aperti gli ombrelli per le signore. Le signore si asciugavano gli occhi. Il sacerdote camminava veloce salmodiando. Il coro cantava.
Ida e Iris si staccarono dalla coda e vennero verso di noi.
« Ce ne andiamo, che dite? » chiese Iris, molto seria.
« Non c’è Francesca » osservai.
« No. »
Avrei voluto chiedere se non si sentiva in colpa neanche un po’, se proprio non aveva nessun peso sulla coscienza, ma non potevo, non potevo chiederlo così, davanti a Irene.
« Voi che dite, adesso starà bene? » domandò Cassandra, raggiungendoci poco dopo. Era una domanda così cretina che nessuno volle rispondere.
Eppure io continuai a pensarci, e ci pensai mentre uscivo dal cimitero, ci pensai mentre Irene faceva scivolare il braccio dentro il mio, così, senza dire una parola, ci pensai mentre aprivo la macchina, ci pensai mentre entravo in casa, mentre cucinavo per me e Ryanair. Ci pensai e ci pensai e più ci pensavo e più dimenticavo Eugenio, perché dentro quella bara per me non c’era Eugenio. C’era Irene. E io volevo sapere se Irene stava bene.
Così la Morte si impadronì di me, così affermò la sua volontà di possesso. Scivolò dentro di me col braccio di Irene che s’incastrava nel mio. Me la trasmise come una malattia. E mentre mi stavo innamorando di lei, anch’io cominciai un po’ a morire.
Di Chiara Pagliochini

giovedì 1 dicembre 2011

Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll



“Così rimase seduta con gli occhi chiusi, quasi credendosi nel Paese delle Meraviglie, pur sapendo che sarebbe bastato riaprirli per ritornare alla grigia realtà.”

Quand’ero bambina, c’era un unico cartone della Disney che non guardavo mai con piacere. E questo era, non a caso, Alice nel Paese delle Meraviglie. Mia sorella ed io ne eravamo terrorizzate. I fiori pettegoli, la Regina di Cuori, la storia delle Ostrichette. La storia delle Ostrichette! Ma dico, ve la ricordate?
Avevo già letto questo libro alle scuole elementari, ma non ne avevo un chiaro ricordo. Ho visto il film di Tim Burton, che ha inspiegabilmente tratto da una storia eversiva e pirotecnica una sciapa minestrina fantasy.
E così, dopo tanti anni lontana da Alice, qual è il mio finale bilancio su di lei?



Alice nel paese delle meraviglie è un romanzo che si presta a molteplici livelli di lettura. Lo si può leggere come una pietra miliare del fantastico e della letteratura per l’infanzia, come un codice matematico cifrato, come un banchetto per gli appassionati di psichiatria, come un trattato di semiotica.
Oppure potete leggerlo alla luce della biografia di Charles Lutwidge Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll, reverendo e matematico e precettore. E pedofilo, aggiungeranno i bene informati. Pedofilo, certo. E tanto vale spezzare una lancia in merito o meglio tagliare la testa (come direbbe la Regina di Cuori) al toro. Non sono qui per fare l’apologia di Lewis Carroll: non ho gli strumenti né la conoscenza necessaria. Eppure questa figurina così patetica, questo matematico timido e balbuziente che andava in giro per le spiagge inglesi portandosi dietro una borsa di caramelle sembra messo lì apposta per suscitarmi tenerezza. Occorre precisare che le caramelle non erano per lui. Andava in giro con le caramelle per attirare le bambine, per farsele amiche e poi immortalarle nude in pose lascive nell’obiettivo di una macchina fotografica. Non propriamente un uomo che vorreste come baby-sitter.
Il problema di noi moderni è che abbiamo sempre la pretesa di essere nel giusto e che, quando guardiamo al passato, vogliamo farlo con gli occhi dei moderni. Ci sono alcuni casi in cui questo metodo risulta applicabile, altri in cui riesce fuorviante. Non so dire se questo sia il caso nel nostro Carroll e non posso esprimere alcun giudizio in merito. Mi limiterò a trascrivere un passaggio tratto dall’introduzione al mio volume, che considero tutto sommato illuminante:

“Uno sguardo troppo ancorato alla contemporaneità e alla cronaca nera rischia di sviarci da una piena comprensione di questa eccentricità. È infatti l’Età Vittoriana nel suo complesso che intrattiene con il bambino, e con la bambina in particolar modo, rapporti ambigui e sostanzialmente insani. Nell’anno di pubblicazione di Alice migliaia di fanciulli inglesi sono costretti a lavorare in fabbrica per quindici ore al giorno […]. Nell’austera Londra Vittoriana si contano circa 120.000 prostitute, di cui una buona percentuale fra i dodici e i quattordici anni. Le bambine delle classi più abbienti si sposano spesso in età giovanissima (dai dodici in su) con uomini più vecchi di almeno dieci anni.”

Tanto per intenderci, siamo nell’Inghilterra in cui gli orfanelli di Dickens convivono con i giovinastri irretiti da Oscar Wilde. In un contesto simile una figura come Lewis Carroll non appare poi così perversa e trasgressiva. Per approfondimenti, rimando ad Antonia Byatt e al suo “Il libro dei bambini”, che ben inquadra il rapporto tra adulti, bambini e letteratura per l’infanzia nell’età vittoriana.
A prescindere da questo, che Carroll fosse un pedofilo (letteralmente, “amante dei bambini”) a noi moderni non dovrebbe importare granché. Da quando valutiamo il valore letterario di un’opera in base alla moralità del suo artista? Se Hitler avesse scritto un grande romanzo, una cosa del tipo La montagna incantata, forse che non lo leggeremmo perché scritto da Hitler? E se Padre Pio fosse stato un romanziere mediocre, dovremmo valutarlo in base alle sue competenze di scrittore o alle sue doti umane? Questo per dire che all’affermazione “Carroll è un gran romanziere” è superfluo e irrilevante far notare “Sì, ma era un pedofilo”. Dire “era un pedofilo” è come dire “era basso”, “era avaro”, “andava a letto con tutte”. Insomma, in quale mondo io lettore sono chiamato a valutare un’opera in base alla vita privata del suo autore?


Ora che abbiamo spezzato le lance e tagliato le teste, possiamo andare avanti più distesamente. Siccome sono piuttosto ignorante di letteratura fantastica e ho un’intelligenza tutta linguistica e per niente logico/matematica, l’aspetto su cui cercherò di concentrarmi è appunto quello linguistico/semiologico. Si usa dire che Alice nel paese delle meraviglie sia un capolavoro del nonsense. “Benché il nonsense venga spesso inteso come mancanza di senso, in realtà esso è solo negazione di senso, e presuppone dunque la sua presenza” (cit. da blog).
Il nonsense non è dunque sinonimo di demenziale né di insensato. Il nonsense è il rovesciamento del senso corrente. Lewis Carroll fa questo a tutti i livelli, sovverte tutte le regole del mondo conosciuto: si mettono in discussione le leggi della fisica, si discutono quelle dell’educazione e del buonsenso, si ribaltano le pratiche linguistiche e le pratiche giudiziarie. Il mondo in cui Alice si muove è una dimensione anarchica e sovversiva, priva di una geografia ben definita: andando a destra si arriva dalla stessa parte che andando a sinistra, prima si era in una stanza circolare e d’un tratto si galleggia sul pelo di un oceano, nei tronchi degli alberi si aprono porte verso l’interno. Non si tratta neanche di uno spazio labirintico. Si tratta decisamente di un non-spazio, uno spazio onirico in cui si muovono personaggi onirici, o meglio apparizioni. “Alice non va dove la porta il cuore: va dove la porta il caos” è il felice commento della mia introduzione.
I personaggi di questo romanzo sono così arcifamosi che non ci spenderò neanche mezza parola. Il Coniglio Bianco, il Bruco, il Gatto del Chesire, il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina, la Regina di Cuori sono ormai entrati nel nostro immaginario collettivo. Scene come Alice che si dilata e si restringe, la partita di cricket con i fenicotteri per mazze e i porcospini per palle, i giardinieri che dipingono di rosso un rosaio bianco, il tè senza fine, il sorriso del Gatto che compare a mezz’aria, tutte queste immagini sono così vivide e parlano alla nostra memoria di lettori e di bambini. Vederle scritte sulla pagina non è una sorpresa. Eppure dovrebbe esserlo. Eppure dovrebbe esserlo. Lewis Carroll è l’uomo, è l’inventore di questo caleidoscopio della fantasia. Nella nostra testa abbiamo tutti un cassettino con scritto “Lewis Carroll”, eppure lo apriamo senza pensarci mai. Perché, se ci pensassimo, non potremmo fare a meno di chiederci: da quale abisso ha attinto tutto questo, questa galleria di figure e di situazioni ormai divenute luoghi comuni, ormai divenuti storia?


Ho detto che avrei speso qualche parola a proposito della rivoluzione linguistica in Alice. L’incomunicabilità tra i personaggi è uno dei punti chiavi di questo romanzo. Alice fa una domanda e ottiene una risposta assolutamente inappropriata. Alice fa una domanda e non ottiene risposta. Alice dice una cosa e questa viene mal interpretata. Alice dice una cosa e questa viene interpretata alla lettera. Il presupposto di questa insormontabile barriera linguistica è ciò che fornisce a Carroll il trampolino di lancio verso mirabolanti giochi di parole. Così, se siete tutti bagnati, potete provare a farvi raccontare una storia molto “seccante”, ma non è detto che vi asciughiate. Se volete dire “sii quel che vuoi sembrare” potete anche usare una perifrasi del tipo “non credere mai di non essere diversa da quello che potrebbe sembrare agli altri che tu fossi o potessi essere se fossi diversa da quello che saresti stata se fosse loro sembrato che eri diversa”. Se avete ammazzato il tempo, è probabile che il vostro orologio smetta di funzionare.
Un esempio per tutti:

A queste parole il Cappellaio spalancò gli occhi, ma tutto quello che disse fu: « Che differenza c’è fra un corvo e uno scrittoio? »
« Oh, finalmente ci si diverte » pensò Alice. « Sono contenta che facciano il gioco degli indovinelli… Forse lo so » aggiunse ad alta voce.
« Vuoi dire che pensi di sapere qual è la risposta? » disse la Lepre Marzolina.
« Proprio così » disse Alice.
« Allora dovresti dire quello che pensi » continuò la Lepre Marzolina.
« Lo faccio » rispose subito Alice « o almeno… penso quello che dico… che poi è la stessa cosa, no? »
« Proprio per niente! » disse il Cappellaio. « Sarebbe come dire che ‘Vedo quello che mangio’ è la stessa cosa di ‘Mangio quello che vedo’! »


Volevo lasciarvi con questo passaggio, che poi è il mio preferito:
« Puoi dirmi da che parte devo andare? »
« Tutto dipende da dove vuoi arrivare » disse il Gatto.
« Non importa molto dove... » disse Alice.
« Allora non importa neanche che direzione prendi » disse il Gatto.
« ...mi basta arrivare da qualche parte » soggiunse Alice a mo' di spiegazione.
« Beh, se cammini abbastanza » disse il Gatto « da qualche parte arrivi di sicuro. »
Questo non si poteva negare; così Alice provò con un'altra domanda. « Chi abita qui attorno? »
« Da quella parte » disse il Gatto agitando la zampa destra « abita un Cappellaio, e da quella » disse agitando la sinistra « una Lepre Marzolina. Vai pure da chi vuoi: sono tutti e due matti. »
« Ma io non voglio andare fra i matti » osservò Alice.
« Non hai molta scelta » disse il Gatto « qui siamo tutti matti. Sono matto io. Sei matta tu. »
« Come fai a dire che sono matta? » disse Alice.
« Devi esserlo » disse il Gatto « altrimenti non saresti venuta qui. »


A distanza di 15 (?) anni da quando ho conosciuto per la prima volta Alice nel paese delle meraviglie, ne ho ora un’idea abbastanza precisa. Alice è come una grande caramella rosa shocking messa nella mano della piccola Alice Liddell, che è poi il motivo per cui la storia esiste. Alice è la caramella più grossa e succosa del nostro inquietante amico Do-Do-Dodgson. Alice è una caramella che ancora ci viene tesa attraverso lo spazio e il tempo per immortalare le nostre facce sorprese in una smorfia divertita.
         

Di Chiara Pagliochini

venerdì 18 novembre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap.13

William Turner, Moonlight A study at Millbank

Per un breve istante tutto restò sospeso, cristallizzato, sfaccettato in tante superfici scivolose. Negli occhi di Irene c’era un muro di ghiaccio e le sue unghie grattavano via trucioli d’acqua gelata. Era incantata ed eterna come una statua. Poi parlò con quella voce di bambola, tra il disincanto e la fiaba, quella voce rauca e ingenua di giovane vecchia. Parlò e parlò, e la sua voce ancora mi rintrona nell’orecchio. Qualche volta è il vento, e i suoi accenti come foglie trascinate via. Qualche volta è la pioggia, e allora le sue parole piombano contro l’ombrello con un suono di finitudine. La sento in ogni bambino e in ogni ticchettio d’orologio. È strano come funzionano queste cose.
Disse che era felice che io l’avessi vista. Era felice. Così felice che non si poteva dire. Ma questo non cambiava le cose, non cambiava né gli anni né i mesi né i giorni che era stata sotto gli occhi della gente e nessuno l’aveva guardata. Anche se non era per questo, non era per questo che… E tuttavia era vero, era vero che per anni, per mesi, per giorni si era preoccupata che nessuno la vedesse.
« No, non preoccupata. Perché uno è preoccupato se non sa il perché delle cose, giusto? »
Era triste, solo triste, perché lei il perché delle cose lo sapeva. Lei sapeva perché nessuno la guardava.
« Perché io sono una cosa così orribile. »
Detto da lei, con quella faccia bianca, con quegli occhi spalancati come biscotti, era così orribile davvero.
Disse che c’era un sogno che faceva sempre. Mi chiese se avevo voglia di ascoltare, poi prese a parlare senza che le avessi risposto. Ma io non sapevo se avevo ancora voglia di ascoltarla.
Era seduta di fronte ad uno specchio, voltata di schiena con le spalle scoperte e appena una porzione di pelle illuminata. Il volto nel riflesso si dilatava e tremolava come l’apice di una fiamma, contorto in una vampa di fumo. Poteva vedere il suo viso. Il suo viso? Lo era davvero? Era così bianco, così bianco, bianco come la neve come latte come luce, bianco dal mento alla fronte e dalla fronte al mento, bianco fino all’attaccatura dei capelli. E gli occhi invece erano così neri, un decoro di trucco grigio che si allungava sulle tempie come le ali di un cigno. E la bocca era così viola, le labbra così turgide e dischiuse. Era lei, non era lei. Come poteva saperlo?
E poi tutto cambiava, e non c’era più nessuno specchio, ma un vasto letto al centro di una vasta stanza piena di luce. La luce filtrava dalle pareti, perché le pareti erano di vetro. Era una luce bianca e verde, come se filtrasse attraverso il fitto d’un fogliame. E lei era al centro del letto con le gambe piegate da un lato, e un cerbiatto in grembo. Un cerbiatto? Così sembrava. Era morbido tra le orecchie e aveva il naso bagnato. Vedeva se stessa dall’esterno, riusciva a spiarsi da ogni angolatura. Si guardava da fuori, dalla porta della stanza, attraverso il buco della serratura. L’inquadratura era verticale, poi muoveva a sinistra ed eccola ribaltata in orizzontale, come se qualcuno stesse aggiustando l’obiettivo, come se qualcuno volesse scattarle una foto.
Poi il cerbiatto sollevava le orecchie e il suo naso si dilatava a un odore che lei non sentiva. Ma non era più un cerbiatto, era un cane, un cane con un buffo naso da cerbiatto; e il cane saltava giù dal letto, usciva dalla stanza piena di luce verde e lei lo seguiva attraverso un giardino ch’era tutto verde, attraverso un prato che digradava in discesa. Il cane-cerbiatto si muoveva furtivo, sempre fiutando una traccia che lei non poteva avvertire ma che aveva chiara ai sensi come una tensione, una scossa elettrica di cui vibrava l’aria e di cui aveva vibrato il riflesso nello specchio e che ora era fuoco liquido e pericolo nelle vene.
E poi il cane trovava la sua preda, e la vedeva anche lei, una grossa belva irsuta che balzava fuori da dietro un cespuglio. Una voce fuoricampo urlava cose orribili nella testa. La bestia era enorme, pelosa, marrone. E il cane-cerbiatto era piccolo e spaventato. E lei era così impietrita dall’orrore che non poteva fare niente proprio niente per fermarli. I due animali si avventavano l’uno contro l’altro e in una zuffa di pelo e di urla rotolavano giù per il pendio. E lei guardava quella bestia orribile, quella bestia orribile tutta unghie e tutta denti e la pelle del cerbiatto fatta a brani. Lei guardava l’orribile bestia, e una voce dentro e fuori le diceva:
« Questa cosa orribile sei tu. »

Mi guardò. Aveva parlato tenendosi la gola con le mani, scegliendo le parole una ad una, come se le sue mani fossero un canale in grado di dividere una parola dall’altra, di mandar fuori le più dure e ricacciare indietro le meno efficaci. Ogni parola emessa era una staffilata, ogni parola respinta una breccia sulla parete dello stomaco. Pensai che fosse completamente pazza.
« Capisci? » domandò.
No, non capivo. Non capivo niente.
« Capisci? Come si può vivere così? »
« Così come? »
« Così. Sapendo che tu sei quella cosa orribile. »
« Ma non è vero. »
« Certo che lo è. Lo è per me. Se io sogno me stessa come una cosa orribile, se penso a me stessa come a una cosa orribile, come posso ancora sopravvivere? Dov’è finito l’istinto di conservazione? Dov’è finita la mia dignità? Non ci sono più, capisci? Io sono arrivata a un’idea così orribile di me stessa che non posso più neanche sopravvivere. »
Che si poteva dire? Come si poteva rispondere? Era come infilare la mano in una bacinella di schegge di vetro.
« Tu sei una persona migliore di quello che credi. »
« Tu dici? »
« Sicuro. »
« E cos’ho fatto di buono per te? Cos’ho fatto di buono? Sentiamo. »
« Tu hai… preso in custodia Ryanair… »
« Non mi sembravi così contento quando sei venuto a riprenderlo. »
« Ma cosa c’entra. Che c’entra. »
« Neanche tu puoi dire che io abbia fatto una sola cosa buona. E io ti dico di non averne fatte mai. E non è una cosa di cui meravigliarsi che la gente non si volti a… »
« Ma alla gente non importa niente di quello che fai. Non gli importa di quello che sei. »
« E cosa importa alla gente? »
« Senti, la gente non si volta. La gente non si volta quasi mai. Non è una cosa di cui preoccuparsi. »
« Cosa importa alla gente? »
« Se hai… una bella faccia? »
« Ho una bella faccia? »
« Tu non… »
« Puoi dirlo. »
« Tu non hai una faccia. »
« E lo sai perché non ho una faccia? Lo sai perché non guardo in faccia la gente? »
« No. »
« Perché vedrei la loro faccia contorcersi d’orrore alla vista di una cosa così orribile. »
« Tu sei pazza. »
La vidi prendere fiato. Il petto si alzava e si abbassava, fasciato dal lenzuolo che era tutto un’onda. Una sottile striscia di luce sbatteva su di noi dalla finestra, tagliando la sua faccia a metà. Sembrava una creatura di un altro mondo, sembrava un mostro rannicchiato su se stesso. Io avevo paura.
Mi alzai e camminai verso la finestra, tanto per fare qualcosa. Le suole delle mie scarpe facevano rumore, un rumore di gomma da cancellare.
Irene si alzò e appoggiò la schiena contro la parete, le gambe che penzolavano giù dal letto. Nel buio potevo vedere solo il bianco delle sue pupille.
« Mi dispiace di averti spaventato » disse, con una voce rassicurante di madre.
« Non mi hai spaventato. È solo che… no, non so spiegartelo… »
« Provaci. »
« Mi sento da schifo per te. »
« Ma io sto bene, non devi preoccuparti. Andrà tutto a posto. »
« Non è così che deve andare. Non… non ha semplicemente senso. »
« Cosa non ha senso? »
« Quello che tu dici, quello che pensi. Niente. »
« Non deve avere senso. È solo quello che penso. »
« Ma tu non sei quello che pensi di te. »
« Se non sono come mi pensano gli altri e non sono neanche quello che penso di me, allora chi sono, che sono? »
« Devi proprio essere qualcosa? »
« Dicono così. »
Si alzò dal letto e i suoi piedi nudi scivolarono sul pavimento come una carezza. Mi poggiò una mano sulla spalla, con fare tranquillo, così tranquillo, come se non fosse successo niente.
« Vieni » disse. Poi spalancò la finestra e una grande luce bianca filtrò per tutta la stanza. Uscì sul terrazzino, si appoggiò alla ringhiera e disse di nuovo:
« Vieni. »
Guardai le sue gambe, guardai i suoi fianchi, la sua schiena, i suoi capelli. Era così piccola e la notte così grande. Mossi due passi e la raggiunsi, schiacciai la pancia contro la ringhiera. Non c’era più niente da dire.
Una luna bianca enorme era sospesa sopra di noi e la sua luce era sfumatura di gessetto sulle cose, tutte così irreali, tutte così vibranti. La strada deserta, i palazzi, i davanzali delle finestre, i lampioni, le panchine, la strada che si perdeva lontano, sotto la luce arancione dei lampioni e le panchine d’acciaio che scintillavano. E non una sola voce, non un solo movimento in tutto il mondo. C’eravamo solo noi.
« Non avere paura. È così bello » disse Irene. 

Di Chiara Pagliochini

sabato 12 novembre 2011

Il buon soldato, Ford Madox Ford


“Questa è la storia più triste che io abbia mai sentito. […] Mia moglie ed io conoscevamo il Capitano e la signora Ashburnham così bene com’è possibile conoscere chiunque eppure, in un certo senso, non sapevamo proprio niente di loro.”

Mi congedo da questo libro con una tristezza incredibile, resa tanto più grande dalla costatazione che non avrei mai conosciuto questo romanzo se non fossi stata obbligata a leggerlo. Certe volte fioccano libri che sembrano darti le risposte che cercavi e allora resti lì a chiederti com’è che non li conoscessi prima, com’è che non ti siano caduti addosso da uno scaffale. La risposta, io credo, è piuttosto semplice: sia Il buon soldato sia Ford Madox Ford, il suo autore, non sono decisamente molto conosciuti. Non possono pioverti addosso da uno scaffale semplicemente perché non sono sullo scaffale. Non è la storia più triste che abbiate mai sentito?
La vicenda narrata gioca su una domanda fondamentale, una domanda contro la quale prima o poi tutti veniamo a sbattere la testa. Quanto bene è possibile conoscere la persona che abbiamo di fronte? È possibile conoscere una persona al di sotto della più bieca scorza superficiale? Si può andare oltre le chiacchiere di cortesia, le partite di cricket e il tè delle cinque e conoscere quella persona nella sua essenza, nell’anima nuda che ci si rivela? Ford risponde subito, e la sua risposta è “no”. Non si può conoscere niente di ciò che ci accade mentre ci accade, non si può conoscere nessuno quando lo abbiamo di fronte: si può solo indagare a posteriori, nel ricordo, quando sappiamo incastrare i pezzetti con la giusta concentrazione e il giusto spazio di tempo in mezzo.

Il buon soldato è la storia di un pentagono amoroso. Non un triangolo. Non un quadrilatero. Quattro dei cinque vertici ci vengono presentati fin dall’incipit e sono “mia moglie”, “io”, “il Capitano”, “la signora Ashburnham”. Procediamo con ordine.
“Io”, ovvero la voce narrante, è John Dowell, un ricco Americano senza alcun interesse nella vita, il cui unico scopo è fare da infermiera alla moglie malata in tutti i centri termali dell’Europa. Siamo molto indecisi su come valutare questo “io”. È un uomo? È una donna? È un alieno? La sua identità sessuale e il suo livello di intelligenza vengono continuamente messi in discussione dal lettore. Certe volte si crede che sia un genio del crimine, un furbone, certe volte non si può non vedere come un idiota, un deficiente, un folle, un assoluto asino patentato. Perché John Dowell non capisce nulla, assolutamente nulla di quello che gli accade intorno. Non capisce quando la gente gli mente. Non capisce se le persone che ha di fronte sono brave persone oppure no. Nulla. È un imbecille completo.

Oppure finge. Oppure finge così bene che inganna il lettore. Perché facendo finta di non sapere, di non aver mai capito cosa gli accadeva intorno, John Dowell ci tiene incollati alle pagine del suo romanzo. Lo conosciamo nove anni dopo l’inizio di questa storia, proprio mentre si accinge a raccontarla. John Dowell è lì di fronte a noi e ci chiede, “com’è meglio che io racconti?”, “secondo voi come dovrei fare?”. E allora costruisce tutta un’immagine, si inventa di essere un uomo che parla accanto a un caminetto e che noi siamo lì che lo ascoltiamo. Ma non è vero niente. Non è vero perché lui sta scrivendo. Eppure scrive come se parlasse. Questa è la grande forza, l’ingranaggio davvero rivoluzionario del romanzo. John Dowell, con la sua finzione del “raccontare a voce”, inventa il più grandioso narratore in prima persona che io abbia mai conosciuto. Non segue un ordine cronologico, non segue un ordine tematico, non segue nulla, procede alla deriva, così come ricorda le cose, proprio come un uomo che parla accanto al fuoco. Dice una cosa, si corregge, va a ritroso quando si accorge di non averla spiegata bene, fa continui salti avanti e indietro, tiene viva la tensione come se stessimo leggendo un thriller.
Ma il vero colpo di maestro sta in questo. Sballottato qua e là dai ricordi e dalle rettifiche di John, il lettore non ha per niente la sensazione di star leggendo un romanzo. Non pensa di essere di fronte a una storia inventata e a personaggi inventati. È come se un nostro amico ci dicesse, “ieri sera ho visto Marco, siamo andati al cinema. Prima siamo andati a mangiare la pizza. No, non è vero, che cretino che sono. A mangiare la pizza ci siamo andati ieri l’altro, ieri sera abbiamo cenato al ristorante cinese”. Avete motivo di dubitare che dica il falso? No. Avete motivo di dubitare che Marco esista? No. Il vostro amico vi dà dei fatti, vi cita delle persone, e voi date tutto per scontato. Allo stesso modo nessuno mette in dubbio che “io”, “mia moglie”, “il Capitano”, “la signora Ashburham” esistano. Ci sono. Il lettore lo sa. Sono da qualche parte nel mondo ed esistono anche se noi non li conosciamo. Perché sono troppo veri per essere finti.

Io non lo so. Non so come Ford sia riuscito a scrivere questo libro. I suoi personaggi/persone hanno la psicologia più contraddittoria, incoerente e dunque umana che io abbia mai visto. Non sono una somma di tratti. Non sono un’accozzaglia di piccoli dettagli comici. Sono come me e come te, tutto un tondo, stupendamente vividi. Parlano come me e come te, come parlano le persone. Hanno lo stesso guazzabuglio di sentimenti che abbiamo noi, e li esprimono come li esprimiamo noi. Ovvero? Hanno un bordello in testa, un vero bordello.
“Mia moglie” è Florence Dowell, bellissima donna malata di cuore. Oppure bellissima donna senza cuore. Oppure bellissima donna senza cuore e neanche malata di cuore. Perché “cuore” è la parola chiave attorno alla quale ruota tutto il romanzo. Non “dammi tre parole, sole cuore amore”. È come se fossimo di fronte a un indovinello che dice: “ci sono 5 persone, e due di queste hanno problemi di cuore, decidete voi quali sono”. Ma è un indovinello molto difficile. Perché si può essere malati di cuore nel senso di avere una malattia cardiaca o si può essere ammalati in senso metaforico, ovvero soffrire per amore. Senza considerare che in inglese “to have a heart” significa sia “avere una malattia cardiaca” sia “essere una persona sensibile e generosa”. Chi “has a heart” in questo romanzo? È davvero una risposta difficile.

“Il Capitano” è Edward Ashburnham, il buon soldato del titolo. Noi sappiamo quanto portare il nome Edward sia impegnativo. C’è un passaggio in cui la luce del sole al crepuscolo (“twilight”) si riflette sul suo volto e allora uno dice, “adesso comincerà a brillare”. Chiamarsi Edward in un’epoca come la nostra e risultare credibili è davvero molto difficile. Questo Edward (e non l’altro, non l’altro) è l’uomo dei miei sogni, perché se siete una ragazza carina e state piangendo su un treno lui si siederà al vostro fianco, vi abbraccerà la schiena e vi bacerà per consolarvi. Vi bacerà anche se non vi conosce, anche se siete una cameriera. Tutto ciò che importa a Edward è che voi siete tristi e lui può consolarvi. E la stessa cosa fa con i bambini orfani, la stessa cosa fa con le povere famiglie di contadini. Edward ha davvero un buon cuore. Insomma, sarebbe l’uomo perfetto se non fosse anche un perfetto fedifrago, un perfetto alcolizzato e un perfetto scialacquatore di patrimoni.
“La signora Ashburnham” è Leonora, moglie di Edward, la quale deve convivere con questo marito perfetto fedifrago, perfetto alcolizzato e perfetto scialacquatore di patrimoni. Leonora è l’unico uomo di questo romanzo e certamente il personaggio più forte della narrazione. È un perfetto economista, un perfetto sacerdote, un perfetto diplomatico. Leonora è sempre lì a curare la propria immagine e l’immagine pubblica del marito, come se fosse un personaggio deviato dei romanzi di Jane Austen. Leonora mi ha davvero ricordato un personaggio di Jane Austen, ma vent’anni dopo: vent’anni dopo, quando Elizabeth è un po’ invecchiata e Darcy scialacqua i patrimoni e ha almeno 3 amanti. C’è un motivo per cui i romanzi di Jane Austen si fermano sempre al matrimonio: perché è dopo il matrimonio che iniziano i veri casini.

Abbiamo dunque questi personaggi, John – Florence – Edward – Leonora, e li vediamo interagire fra di loro. Li vediamo alle prese con scambi di coppia, relazioni extra-coniugali, bancarotte, suicidi. Poi abbiamo il quinto vertice, che per la prima metà del libro si chiama solo “the girl” e che poi scopriamo chiamarsi “Nancy”, ed è davvero una delle creature più commoventi che mano maschile abbia mai creato. Ciascun personaggio ama ciascun altro personaggio e ciascun personaggio odia ciascun altro personaggio, perché in geometria ci sono i lati che uniscono i vertici ma ci sono anche le diagonali. Ciascun personaggio ha un cuore ma non si capisce bene in che senso. Per non metterci ad affrontare quel delizioso tasto che riguarda i rapporti sessuali e di cui vi dirò solo questo: abbiamo almeno due vergini di cui una è certamente frigida/o, abbiamo una frigida che non credo sia vergine, abbiamo due personaggi dalla vita sessuale piuttosto intensa. E non vi dirò chi sono. Assolutamente no. Non vi dirò neanche se sono uomini o donne. È troppo divertente tirare le conclusioni da soli.
Il romanzo alterna momenti di grande comicità a momenti di grande tragedia, ma si chiude con una nota di fondo che non può non essere tragica e che Ford esprime così:

“È un mondo assurdo e fantastico. Perché le persone non possono avere ciò che desiderano? Le cose sono tutte qui, a nostra disposizione, e bastano a soddisfare tutti; tuttavia ogni persona finisce per avere la cosa sbagliata. […] C’è da qualche parte un paradiso terrestre dove, tra il sussurro dei rami d’ulivo, una persona possa stare con chi vuole stare e avere ciò che desidera e sentirsi a proprio agio stesa all’ombra e al fresco? O la vita di tutte le persone è come la nostra – come la vita degli Ashburnham, dei Dowell, dei Rufford – una vita rotta, tumultuosa, agonizzante, priva di romanticismo, una vita punteggiata di urla, di imbecillità, di morti, di agonie? Chi diavolo lo sa.”
Eh sì, è veramente la storia più triste che io abbia mai sentito.

martedì 8 novembre 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap.12

Marcella, Ernst Ludwig Kirchner

Tante cose, tante frasi corsero tra noi che non correvamo, così sdraiati vicini. Così tante che forse ne ricordo la metà. Così tante che forse una metà le ho inventate. Quello che posso fare è raccontarle così come ricordo, per quanto imperfette o forse abbellite nella memoria. Chissà, forse sono persino tutte vere.
« E la tua famiglia? »
« Che c’entra la famiglia? »
« Quanto sanno di quello che stai facendo? »
« Niente, te l’ho detto. Loro pensano che sono in Islanda. »
« Sei tu che vuoi che lo pensino. Che razza di genitori pensano che la figlia è in Islanda e non si danno la pena di controllare? »
« Sono grande. »
« Ah, anch’io. Ma c’è sempre mia madre che mi rompe i coglioni.»
Irene mandò un risolino forzato, di quelli che tiri fuori soltanto per cortesia. Non potevo vedere la sua faccia, perché entrambi fissavamo il soffitto come se fosse interessantissimo, ma immaginai una ruga raggrinzirle la fronte spaziosa, la mascella contrarsi in uno spasimo breve.
« Saranno preoccupati a morte » rispose finalmente.
« Saranno pure morti. »
« Non scherzare. »
« Non sto scherzando. Di dov’è che sei tu? Nessuno ti cerca? »
Irene bisbigliò qualcosa. Appena un fruscio, niente affatto distinguibile. Le chiesi di ripetere.
« Hanno denunciato la scomparsa. Mi stanno cercando. E sanno che non sono in Islanda. »
« E tu? »
« Che potevo fare? Li ho chiamati. Ho detto loro che sto bene, che non posso tornare. »
« E loro hanno capito? »
« Certo che no. Ma mi cercano a Pisa. Era lì che stavo l’anno scorso. Non lo sa nessuno che sono qui. »
« E non vuoi rivederli? »
« No. »
« Perché? Sono così… ? » incespicai, cercando le parole. Ma non vennero. Quanto male poteva aver fatto una famiglia per spingere una ragazza a… ? Neanche nei pensieri mi venivano le parole.
« Perché mi farebbero cambiare idea. Loro sono sempre stati così semplici. Sono sempre stati così buoni. Mi hanno sempre voluto bene. E io neanche un po’. »
« Non ci credo. »
« Fai pure. Ma è l’evidenza dei fatti. Io sono qui e loro mi cercano di là. Io voglio morire e loro vogliono che viva. È così. Non ci sono vie di mezzo. Amare loro significa amare la vita. E io non amo la vita. Quindi non amo neanche loro. »
« Sei troppo radicale. Non è perché ti vuoi… non è perché cerchi di… »
« Perché non riesci a dire ammazzarti? »
« È tanto pesante. »
« Io sono pesante. »
« Il fatto che ti vuoi… ammazzare… non significa che non gli vuoi bene. »
« È quello che direbbero loro. Perché loro sono così semplici. »
« Tutti i genitori sono semplici. Anche i miei. Le famiglie sono così. Esistono per questo. Perché così tutti i problemi sembrano semplici e stupidi. No? »
« È per questo che sono andata via. Non voglio essere semplice, non voglio essere stupida. Voglio essere pesante e… radicale. »
« Parli come una bambina. »
« Senti chi parla. »
Mi girai su un fianco, dandole le spalle. Con la coda dell’occhio spiavo la bacheca. La sentivo respirare piano, tranquilla, come una lenta melodia di pianoforte. Era una canzone malinconica ma tenace, che crescendo e crescendo si affermava, affermava su tutto e tutti il suo messaggio, riverberando da una parete all’altra della stanza, facendo cadere i ventagli delle signore, tremare gli sgabelli degli spettatori col cilindro. Ed io mi sentivo tutto scosso, come liquefatto, impotente. C’era solo da togliersi il cappello ed uscire.
« Ma perché? » domandai, e fu un atto di ribellione istintiva.
« Perché lo faccio? »
« Sì » risposi a voce bassissima.
« Perché non c’è niente per cui valga la pena di. »
« Di cosa? »
« Di tutto. Non c’è niente per cui vale la pena di. »
Mi voltai di scatto. Sentivo che mi tremava il mento. Tremavano i denti negli alveoli. Tremava il sopracciglio. Tremavano le nocche bianche delle dita.
« Ma non ha senso! »
Lei era calma come melodia di pianoforte, calma come acqua stagnante.
« Ecco. Non ha senso. Proprio questo. »
Sorrideva ancora di quel sorriso sottile, un po’ ironico, un po’ altezzoso, come se non potesse essere capita da nessuno. Come se avesse il diritto, la pretesa di comprendersi lei sola. Nessuno poteva dirle cosa fare. Nessuno poteva correggere una cosa quando lei l’aveva detta. Era come una sacerdotessa delirante e le sue parole erano profezia e foglie e un refolo di vento spazzava il pavimento del tempio, e io ero lo stupido venuto a chiedere all’oracolo.
« Ma ci sarà qualcosa che vuoi! Qualcosa che volevi! Qualsiasi cosa! Qualcosa che è successo! »
« Qualcosa che non è successo. Vent’anni, sette mesi, ventisette giorni. »
« Piantala di fare la scema! »
« È come parlare col muro. »
« È come parlare con una deficiente. »
« Se stai qui per insultarmi te ne puoi anche andare. »
« E se io devo stare qui a deprimermi vado a casa e ci penso da me. »
« La porta è quella. »
Ma non mi alzai. E non andai verso la porta. Tanto sarebbe stato meglio se l’avessi fatto.
Per un po’ restai così, senza sapere che dire né che fare. Era così testarda. A qualsiasi mia domanda avrebbe sempre risposto così, con la pretesa di avere ragione. Non si poteva farle cambiare idea. Allora forse si poteva provare a… A capirla? Ma come si poteva capirla? Era così lontana, così lontana da tutto quello che io ero e da quello che pensavo di essere. Irene era oltre. Allora perché volevo trapanare quel muro, il muro che ci divideva e che sempre ci avrebbe diviso? Per stringerle le dita quando il buco fosse stato abbastanza grande? E che senso avrebbe avuto? Era solo un piccolo foro, erano solo piccole dita, era poco più che niente. Perché volevo quel niente? Non si poteva scavalcare il muro, non lo si poteva abbattere, non si poteva scavare un sottopassaggio. Solo stringere quelle dita lievemente contratte con la punta delle proprie dita lievemente contratte. E forse era questo che io volevo. Un contatto, pure brevissimo, una scintilla, sapere che c’era effettivamente qualcosa dall’altra parte del muro. Far sapere a lei che c’ero anch’io. Farle sapere che c’era un muro, di cui senza di me non si sarebbe mai accorta. Ero folle? Ero un idiota senza speranza?
« Cos’è che non è successo? » mi sforzai.
« Niente. »
« Smettila di fare così, per favore, smettila. »
« Così come? »
« Così vaga. Finta. Artificiale. Parla con me. Per favore. »
« Niente. Non è successo niente. Tutta la vita è stata sempre uguale. E io ho sempre avuto un’ansia di fare qualcosa, di avere un senso, capisci? Ma non ho fatto mai niente e un senso non c’è. »
« Cosa volevi fare? »
« Qualcosa di bello. »
« Cristo, Irene! »
« Volevo che qualcuno mi volesse bene e volere bene a qualcuno. »
« Ma hai… »
« Non dire quelle stronzate. Non dire gli amici. Non dire i parenti. Tu lo sai che cosa vuol dire. Lo sai anche tu. Non fare il moralista del cazzo. »
« Sei tu che non devi dire stronzate. Non fare l’angelo del Paradiso. Un ragazzo? È di questo che stiamo parlando? Stiamo davvero parlando di sesso? »
« Tu lo dici. »
Era molto pallida e adesso un po’ chiazzata di rosso. Ed era tanto più rossa quanto più era pallida. E io stavo quasi per picchiarla. Era buffo guardarla in viso, buffo perché era così imbarazzata, e anche così arrabbiata. Aveva gli occhi liquidi e neri neri, spalancati come gli occhi di un cerbiatto. Si mordeva coi denti il labbro inferiore. E non sapevo se stesse per piangere o per mettersi a ridere. Ma non avrebbe risposto, questo lo sapevo. Perché non ero stato gentile a domandare.
Ma poi… non era tutto lì? Quell’ansia metafisica che diceva lei, quell’ansia per niente. Cosa? Questione di sentirsi vivo per qualche mezz’ora ed avere caldo senza avere le coperte. E quando ci si svegliava al mattino un paio di mutande sulle piastrelle e il bagno occupato. Tanto rumore per nulla.
Oppure ero io, io che non avevo mai capito cosa ci fosse di bello in un bagno occupato, io che alla frase “quando?” rispondevo sempre “non lo so”, io che volevo essere felice per mezz’ora e non mi importava affatto di tutta la vita. Chi voleva il bagno occupato? Chi voleva un bagno occupato per tutta la vita? Si poteva avere qualche mezz’ora ogni tanto e il bagno sempre sgombro. No, non ero così cinico, non ero così freddo, ma loro mi raffreddavano, loro coi loro artigli di mogli e fidanzate e tutto il resto. Si installavano in casa tua, dormivano nel tuo letto, occupavano il tuo bagno, dicevano “mi presenti ai tuoi?”. Perché dovrei? Loro mi spaventavano, perché volevano qualcosa da me. Ma alla fine capivano, lo capivano tutte. E Maria e Nadia e Rebecca, sfilate via come ballerine di carillon, coi loro mariti in qualche parte del mondo, adesso, e un bello stuolo di marmocchi. “Non è questo che vuoi anche tu?”, no, non è questo che voglio. “Allora hai paura”, paura di cosa? Paura di cosa? Di essere libero, di avere la mia indipendenza? Era bellissimo e niente affatto pauroso.
Così non potevo capire Irene. Non potevo capire Irene come nessun uomo poteva capire nessuna donna. Ma forse io ero tanto più speciale da non poterla capire neanche un po’.
« Non è questo » disse lei, dopo un po’ che stavamo zitti.
« Sapevo che l’avresti detto. »
« Non è questo perché non è solo questo. Perché quello che dici tu si può sempre avere. Se uno si accontenta. Se uno abbassa gli standard. Ma quello che voglio io non è una cosa che si può avere sempre. »
Leggevo la bugia che barcollava nei suoi occhi.
« Hai mai avuto l’occasione di accontentarti? »
« Che vuoi dire? »
« Voglio dire… ti è mai stato proposto di accontentarti e tu hai rifiutato? »
« No. »
« E allora come fai a sapere che non è solo questo? »
« Se fosse così avrei un altro motivo per ammazzarmi. Perché non c’è davvero niente, davvero niente che…  »
Lasciò cadere la frase, e quella cominciò a fluttuare tra noi come se fosse una piuma. Non c’era bisogno che io la raccogliessi, perché sapevo cosa portava scritto. Così quella ci sorvolò e restò ad alleggiare sospesa, senza che nessuno sentisse davvero il bisogno di completarla.
« E se fosse solo così? Se tu volessi ammazzarti solo perché nessuno si è mai voltato a guardarti per strada? »
« Non è così. »
Abbassò gli occhi e fissò il lenzuolo e le sue piccole unghie si artigliavano come tante conchiglie con la bocca spalancata.
« Perché se è così stai sbagliando tutto, Irene. Perché io mi sono voltato. »

Di Chiara Pagliochini