mercoledì 3 agosto 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap. 3


La ragazza senza faccia si chiamava Irene. Aveva una faccia meno bella del suo nome, una faccia anonima, dalla fronte spaziosa, spesso corrugata, e sopracciglia troppo folte. I capelli erano lunghi e lisci come un fascio d’erba, ma di uno slavato color nocciola. Il rossetto non le stava bene. Non era una, di certo, che la gente si voltasse a guardare per strada, troppo magra, troppo pallida, cascava nei vestiti. Di questo mi dispiaceva: a vent’anni dev’essere triste, se nessuno si volta a guardarti per strada.
La vidi segnare il suo nome nel registro, un Irene in stampatello, frettoloso. Scambiò una parola con Ida, la signorina della scrivania. Ci fu un confuso tran-tran di banconote. Poi s’incamminò per il corridoio, molto lenta, e scomparve a una svolta.
Avevo lasciato del latte nella ciotola per Ryanair e gli avevo chiesto di fare la guardia. Faceva freschino, ma usare la macchina non conveniva: il corso era zona a traffico limitato. Tra un passo e l’altro m’ero sorpreso a chiedermi dove stessi andando, ma non avevo saputo darmi una risposta. Andavo da qualche parte, era già qualcosa.
Lampioni soffusi vigilavano sulla piazzetta, smaltando di giallo la schiena del ragazzino. Mi immaginai un faro addosso per tutta la notte, nessuna intimità, nessuna speranza di qualche sconcezza. Doveva essere una vita ben triste. Le luci nell’agenzia erano accese e un alto signore in giacca e cravatta mi tenne la porta aperta. Lo seguii nella sala d’aspetto. Era lì che stava Irene, appoggiata contro la scrivania. Ebbi giusto il tempo di leggere il suo nome, perché come mi avvicinai quella si allontanò. Ida mi sorrise e chiese, in tono civettuolo:
« Lezione di harakiri, quindi? »
Annuii e apposi la firma sul registro.
« Il maestro Mishima è molto bravo. Ha degli antenati samurai! » aggiunse, come se dovesse farmi piacere.
« Oh, non ne dubito! » dissi, allungando due banconote a malincuore.
L’uomo in giacca e cravatta e una signora sulla cinquantina mi tennero dietro mentre imboccavo il corridoio, superavo l’ufficio di Iris e sbucavo su un’ampia sala relax, con delle sedie allineate lungo le pareti. La sala sembrava arrangiata così apposta per la lezione di harakiri: due divani erano stati spostati in un angolo, un portariviste era rovesciato. Quello che pareva un piccolo bar era chiuso, le luci spente, nessuna fumante macchina del caffè. Sul pavimento, al centro della stanza, erano stesi lunghi tappetini blu, a un metro di distanza l’uno dall’altro. Contai cinque tappeti per fila, tre file, e un tappeto isolato, in capo agli altri: doveva essere quello del maestro Mishima.
Il maestro era un ometto quasi calvo, con gli occhi a mandorla e un kimono indosso. I segni del giapponese c’erano tutti. Ma bastò che aprisse bocca per rovinare la finzione: lo tradiva un pesante accento romagnolo. Se quel Mishima aveva antenati samurai, di certo adesso erano lontani lontani, e l’unica katana che conosceva era quella taroccata delle vincite al tiro a segno.
Mi guardai attorno. A occhio c’erano tante persone quanti tappeti. Il signore incravattato, la donna sulla cinquantina, Irene, Iris, un paio di miei coetanei, due signore che parevano sorelle, un vecchio sospettoso, tre ragazzetti emo con le sopracciglia spillate e il maestro. Eravamo un gruppo eterogeneo, non c’è che dire. Alcuni parlottavano tra loro, ma i più stavano zitti, guardinghi, con le braccia incrociate. Così stava Irene, faccia al pavimento.
« Sono le nove e quaranta, cominciamo! » disse il maestro, allargando le braccia. Prontamente Iris si fece da parte per accomodarsi su un divano in fondo alla sala, da cui rimase a guardarci, presumo.
« Presto, presto, un tappeto ciascuno! »
Un tappeto ciascuno. Come nelle lezioni di ginnastica al liceo, per giunta sotto gli occhi della prof di italiano.
Mi mossi lesto per accaparrarmi un tappeto. Ero in seconda fila, tra uno degli emo e la signora sui cinquanta. Irene la avevo esattamente di fronte.
« Vediamo di capire perché siamo qui » disse il maestro, ginocchioni sul tappeto.
E per un attimo sperai che lo spiegasse.
« Due parole, prima di iniziare. Di quello comunemente chiamato harakiri esistono due pratiche, similari ma distinte e con un diverso valore ideologico. Abbiamo l’harakiri e abbiamo il seppuku. L’harakiri è meno codificato del seppuku, più povero, se vogliamo. Ma partiamo da quello che sapete. Entrambi prevedono il taglio dell’addome. »
Splendido, pensai, ricordando con ansia il mio piatto di lenticchie.
Il ragazzo emo era concentratissimo, gli occhi sbarrati. O forse aveva fumato qualcosa di pesante. Una smorfia segnava il volto della signora di sinistra, che ascoltava con le labbra tremule. Per distrarmi, presi a fissare un punto della lontana parete.
« È a questo punto che abbiamo la distinzione. Se vi tagliano la testa, parliamo di seppuku. Se non ve la tagliano, siamo sull’harakiri. Semplice, neh? »
Semplicissimo.
« L’ho messa giù in quattro parole, non possiamo permetterci una disamina universitaria. Innanzitutto, perché l’addome? Perché il ventre è la sede dell’anima e del corpo, della vita spirituale e materiale dell’uomo. Tagliando il ventre non uccidiamo solo il corpo, ma ci uccidiamo nello spirito. È questo il punto. E se vi piace l’idea, siamo a cavallo! »
Qualcuno sbuffò. Dalla fila dietro dissero, iniziamo?
Il maestro Mishima si alzò in piedi, sollecito.
« Iris, potrebbe portarmi quello scatolone? »
Rumore di cartone che si tende, uno strappo. Iris arrancò sotto il peso dello scatolone fino al Mishima, che non mosse un passo per aiutarla. Per tutta risposta, lei rovesciò il contenuto sul suo tappeto. Qualcosa come venti pugnali giocattolo ruzzolarono sul pavimento, finendo tra le gambe di quelli della prima fila. Il maestro si chinò imbarazzato e cominciò a raccoglierli.
« Distribuiteli! Distribuiteli! » gracchiò, rivolgendo a Iris un’occhiata gelata.
Irene mi passò un coltello dalla parte del manico, io lo allungai a quelli della fila dietro. Quando ne avemmo uno ciascuno, il maestro batté le mani soddisfatto e disse:
« Adesso ci manca la posizione! Guardate, guardatemi molto bene! »
Si inginocchiò di nuovo, ma lentamente, cerimonioso e svenevole. Le ginocchia erano divaricate, il fondoschiena poggiava sui talloni.
« Le punte dei piedi all’indietro! Lei » gridò alla mia compagna di fila « apra di più quelle gambe! »
« Ma sto scomoda » protestò questa, senza scomporsi.
« Poi si abitua. »
Io faticai ad abituarmi. Innanzitutto, mi tiravano i calzoni e, secondo, mi sentivo vulnerabile.
« I samurai assumevano questa posa per non cadere all’indietro. Capite? Non faceva onore cadere di schiena, si deve sempre tenere la faccia avanti. Ed ora, i pugnali! »
I pugnali. Ricordai di aver giocato ai guerrieri ninja, da bambino. In quel momento non sembrava poi così diverso. Raccolsi la lama che avevo poggiato sul tappeto e strinsi incerto la piccola impugnatura.
« No, no, che branco di pecorelle! Non il manico, la lama! »
« La lama? Ma ci tagliamo! » disse un altro dei ragazzi emo.
« È di plastica! »
« Ma supponiamo che sia d’acciaio. »
« Ma è plastica! »
« Ma la vera è acciaio! »
« Ebbene, se non hai il fegato di impugnare un pugnale giocattolo, torna alle tue lamette! »
Il ragazzo si offese, mise il broncio, tacque.
« Il samurai stringeva la lama attraverso un panno bianco, per non ferirsi, non mollare la presa. L’arma poteva essere il banto, un pugnale corto tipo questo… »
Lo guardai. Un pugnale di plastica dei Guerrieri Ninja.
« …oppure il wakizashi, una spada leggera. E ora che siamo pronti, cominciamo! Guardate, guardate qui, un taglio secco, da sinistra verso destra. Un altro taglio dal basso verso l’alto, se siete ancora vivi. E niente smorfie, mi raccomando. I samurai non fanno smorfie. »
Mi squarciai il ventre con una mossa fluida. L’anima spirituale era una nebbiolina semitrasparente al di sopra del mio naso. Mia moglie Giunco Splendente mi osservava, gli occhi tristi, le palpebre truccate. Scoprii che mi ero incantato su un poster appeso alla parete di fondo: una bella geisha voltata di profilo, lo sguardo perso su un albero di ciliegi. Era inginocchiata, come me, i capelli raccolti. Madama Qualcheccosa, lessi di sfuggita, tra la testa di Irene e le spalle del Mishima.
Era sceso un grande silenzio sulla sala. Le nostre budella si contorcevano sul pavimento, si prendevano per mano, giocavano alla lotta con le budella vicine. Il volto del Mishima era atteggiato a un lieve sorriso, il rigor mortis.
« Ebbene » chiese d’un tratto, rompendo l’incantesimo « non vi sentite liberati di un peso? C’è qualcosa di più dolce e di più sublime di questo, una morte con una storia, una morte che porta scritto il coraggio sull’elsa! »
Riprese a parlare, aggiungendo qualche nota di colore a proposito dei samurai. Pare che facessero un ultimo bagno, prima dell’esecuzione, e che vestissero vesti bianchissime. Poi ordinavano il loro piatto preferito - certo del sushi -  e scrivevano una poesia - il sudoku.
« Se avete deciso che questa è la morte che fa per voi, non esitate a chiamarmi. Sarò lieto di assistervi in tutto il rituale. E per le donne c’è la formula speciale, il jigai, col taglio della giugulare. Vogliamo provare? »
Le donne raccolsero di nuovo il pugnale. La mano della cinquantenne fu esitante, debolissima. Non la vedevo una potenziale sgozzatrice. Ma Irene si tagliò la gola con una mossa pulita, veloce, i capelli si sollevarono alle spalle con un fruscio. Me ne venne un profumo dolce e buono.
« Ecco, signore e signori, ripeto, Iris ha il mio numero » un sorriso più teso « Se questa morte vi piace, chiamatemi senz’altro! »
« Ma certo, chi non vorrebbe morire sbudellato… » commentai a bassa voce.
O forse non proprio a bassa voce, perché Irene si voltò. Era la prima volta che mi guardava. Una persona qualunque avrebbe sorriso del mio sarcasmo, ma la sua espressione era decisa, quasi di sconcerto.
 « Salgari l’ha fatto » disse secca.
« Quello di Mowgli? » chiesi.
« Quello di Sandokan! » rispose, mandando un lampo dagli occhi. E allora vidi che quando s’irritava diventava più graziosa, riprendeva colorito e gli occhi soprattutto erano belli, molto grandi, molto marroni. Ma non è che potessi far figure di merda solo perché lei diventava più carina.
« Sandokan, certo. Scherzavo » risposi.
Dopo mezzora in quella posizione, tutti i muscoli cominciavano a dolere. Quelli dell’inguine tiravano che era uno spasso. Immaginai un tendine staccarsi dall’osso come la corda di una chitarra e le mie ginocchia che si richiudevano a molla. Quel Mishima aveva effetti nefasti su di me.
Finalmente Iris ebbe la decenza di chiedere:
« C’è qualcuno che vuole fare domande? »
Pregai la Grande Lucertola Infuocata e gli Spiriti Antichi che nessuno osasse. Ma qualcuno osò. Era l’uomo incravattato, il più goffo, il più sinistro di tutti. Da quando l’esercizio era cominciato si era tolto in sequenza la cravatta, la giacca e la cintura dei calzoni. Adesso era in maniche di camicia e la pelata gli luccicava di sudore.
« Io….posso andare in bagno? » chiese, con accento pieno di disperazione.
La sala esplose in uno scroscio di risatine. Persino il Mishima si tenne per un pezzo il ventre gonfio da mangiatore di piadine. Ad aprirlo con la spada, sarebbe stato come il sacco di Babbo Natale.
Poi Iris fece un gesto con le mani che voleva significare, alzatevi e disperdetevi. Faticai a riabituarmi alle gambe: il piede sinistro si era addormentato e formicolava. Il maestro parlava col ragazzo emo della mia fila, quello che per tutto il rito l’aveva seguito con gli occhi luccicanti. I suoi compagnetti scuri e pinzettati confabulavano tra loro a bassa voce. Chi più chi meno erano tutti riuniti in gruppi: le due sorelle scambiavano i numeri di cellulare con gli uomini miei coetanei, la cinquantenne e l’incravattato facevano la coda alla toilette.
Soltanto Irene si stagliava sola, ancora gli occhi bassi, ancora le braccia incrociate. Qualcosa mi diceva che non avrei rivisto le due sorelle: avrebbero dato appuntamento agli uomini, sarebbero usciti, avrebbero preso una stanza. E d’un tratto le loro manie suicide sarebbero parse lontane come quella nebbia trasparente. E non avrei rivisto gli emo, così divertenti nei loro panni aggressivi: la moda sarebbe passata e avrebbero cominciato a coltivare girasoli. Avrei rivisto l’incravattato e la cinquantenne, forse, purché riuscissero ad uscire dal bagno. Ma sempre avrei rivisto lei, Irene, la ragazza senza faccia, la ragazza senza faccia che non guardava in faccia nessuno, se per paura o per altro non sapevo. Ma appena mi mossi per andare a parlarle, lei credo s’accorse che io la minacciavo e subito mi voltò le spalle e scomparve nel corridoio.

Di Chiara Pagliochini

lunedì 1 agosto 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap. 2



L’Agenzia Persefone si trovava in Via del Filo, una traversa del corso. Davanti aveva una piazzetta di mattoni rossi, con la statua di un ragazzino seduto che spenzolava le gambe da un muretto. Il ragazzino era voltato di spalle, quando arrivai, e rimase così anche in seguito.
Due bambini abbronzati giocavano a pallone sulla piazza, sudando nella canicola del primo pomeriggio. Uno gridò una bestemmia. Mi voltai seccato, pronto a rimproverarli, ma la schiena del ragazzino di ottone mi fermò. Se non seccava lui che li subiva tutti i giorni, che diritto avevo io di protestare?
L’annuncio sul giornale era nuovo, ma sembrava che l’agenzia fosse lì da sempre. La facciata era incastonata nell’intonaco proprio come le altre né pareva che gli altri edifici la scansassero. Di singolare c’era solo una targhetta lustrata. La porta a vetri luccicava sotto il sole, come se fosse stata appena lucidata, e creava un bizzarro contrasto con la vetrina impolverata della vicina macelleria. L’ingresso era rialzato di tre gradini.
Erano ancora le due meno cinque. Lanciai un’occhiata alla piazzetta, i bambini facevano un gran baccano. Una vecchia si era affacciata alla finestra gridando che si voleva riposare. Loro facevano le linguacce. Il pallone ruzzolò fino ai miei piedi, io lo calciai indietro, la vecchia mi fissò e scosse la testa in segno di disapprovazione. Voleva che lo mangiassi? Sollevai le spalle, come a dire, pazienza. Se non si secca il ragazzino, non seccarti tu, avrei voluto precisare.
Finalmente mi decisi a suonare il citofono. Rispose una voce di ragazza. Dissi il mio nome. La porta a vetri si aprì dall’interno con un cigolio di materie plastiche.
La ragazza era giovane, biondina e ben vestita.
« Iris sarà subito da lei » mi disse « Nel frattempo voglia accomodarsi. »
Riprese posto dietro la scrivania, tra il pc e un telefono, senza togliermi gli occhi di dosso.
Di colpo mi rividi in una sala come quella. Avevo otto anni e accompagnavo la mamma dall’estetista. Lo stesso divano nero di pelle, lo stesso basso tavolo di cristallo, riviste patinate disposte a ventaglio. C’era un tocco femminile in tutto. Mancavano soltanto l’odore di cera e il lungo corridoio con le cabine e i letti solari, poi la mamma che mi camminava incontro con la barbizza[1] rossa.
Mi sedetti e allungai la mano verso il giornale locale, incastrato tra Panorama e Vanity Fair. Volevo assicurarmi che l’annuncio ci fosse ancora, ma la voce della signorina mi richiamò. Alzai la testa, chiedendomi dove avessi sbagliato.
« Iris la aspetta » disse invece, sollecita, e con un cenno mi indirizzò lungo il corridoio.
« La prima porta a sinistra » aggiunse, la voce adamantina.
Io afferrai la maniglia che mi indicava, sentii le dita che aderivano, la abbassai. Quando fui dentro, capii che era tutto un altro mondo.

Iris sedeva a un tavolo di legno chiaro, forse noce. Lo schienale della sedia era severo e diritto. Alle sue spalle c’era una finestra e intorno, senza una logica apparente, diversi poster di paesaggi, grandi prati di fiori purpurei, strade ferrate, una landa a perdita d’occhio che sembrava l’Irlanda, poi il mare e irte scogliere e ancora un enorme cancello dorato. Vidi tutto questo prima di vedere Iris, perché Iris era bassa e d’aspetto discreto.
A prima vista, sembrava aver passato la sessantina, ma portava ancora i capelli lunghi, molto lunghi e tutti grigi, raccolti in una treccia buttata sulla spalla destra. Gli occhi erano glaciali e piccoli, il viso contornato da rughe d’espressione. Mi ricordava una prof del liceo, lo stesso sorriso compiaciuto di quando interrogava a Divina Commedia, il gusto per la devastazione. E forse era proprio questo a mettermi spavento.
Ma Iris era più cordiale dell’insegnante di italiano, tanto che si alzò in piedi per stringermi la mano, dita fredde e asciutte. Mi parlò con la stessa voce del telefono, la voce di madre:
« È un piacere, signor Air. »
« Piacere mio » borbottai.
Mi accomodai senza che me lo avesse detto. Era come all’interrogazione.
Iris mi chiese se volessi un tè, un caffè, qualcosa. Rifiutai colla scusa che avevo già mangiato. Non era vero: avevo saltato la pausa pranzo per colpa sua. Quando fu certa che non c’era nulla che volessi, si aggiustò sulla sedia e incrociò le dita sotto il mento. Restò a guardarmi da quella buffa posizione, il sorriso sottile, come se si prendesse gioco di me. O ero io a prendermi gioco di lei?
« Mi racconti, signor Air. Da quanto tempo è cominciata? »
« Cominciata cosa? »
« Non sia indisposto, signor Air. Non è un atteggiamento costruttivo. Questa fase, questo periodo difficile da quant’è cominciato? »
Il sorriso e la posizione delle mani non mutarono. Doveva essere abituata a casi come il mio.
« Da quando me ne sono andato a vivere solo, ma anche prima, da sempre. Non è mai stato propriamente…facile » improvvisai.
« Vuol dire che ci pensa da tutta la vita? Nessun avvenimento contingente? Nessuna delusione d’amore o debiti o simile? »
« No, no, da sempre. »
« Allora, signor Air, lei dev’essere un corteggiatore timido. »
« Un corteggiatore…? »
« Timido. È così che vi chiamo io. Corteggiate il suicidio da tutta la vita eppure siete ancora qui. »
« Sui…? »
« Non sia sciocco, signor Air. Io non sono sua madre, può parlare francamente con me. »
Non era mia madre: la cosa mi ferì.
« Il suicidio, certo » mi feci coraggio.
« Ieri sera mi ha detto che ci ha provato. Ma non mi ha detto come. Me lo dica ora. »
« Ieri, ma certo…Certo, io… »
« Signor Air, sappia che io non la giudico in alcun modo. »
« No, certo, lo so. Ci ho provato. Il mese scorso. Il forno… »
« Il forno! È un temerario! Ci vogliono le palle per tenere la testa dentro un forno! E scusi la finezza. »
« Io… »
« E aveva chiuso tutte le finestre! »
« Sì. »
« Per essere un timidone, lei ha spirito d’iniziativa, signor Air. Chi l’ha trovata? »
« Mia-sorella. Mi ha fatto un’improvvisata. »
Mi asciugai la fronte con il dorso della mano. Il sole mi picchiava contro dalla finestra e la testa di Iris sembrava cinta di aureola. Il suo sorriso si estese agli occhi. Luccicava tutta mentre mi chiedeva:
« Hai mai pensato a un bel modo di farlo? Il modo più spettacolare, più poetico che s’immagina. Per molti corteggiatori è così. È venuta una ragazzetta la settimana scorsa ed ha già le idee così chiare. Oh che idee, signor Air, mi creda, sarebbero capaci di buttarla sottosopra. E lei al suo modo ha pensato? »
Scossi la testa. Risposi che non ci avevo pensato. In mente mi si aggrovigliavano confuse idee di suicidi, il gioco dell’impiccato, il bungee jumping. Decisi che non erano affatto poetiche e restai zitto.
« Deve sapere » riprese Iris, ora in tono lento e cadenzato « che noi dell’agenzia siamo qui per questo. Noi aiutiamo gente come lei a trovare il suo modo, a trovare la poesia. Noi vi aiutiamo a capire, a cercare la lucidità oltre il baratro. »
Per questo era tutto così lustro, compresi.
« Voi orchestrate…suicidi? » domandai.
« Oh no, noi mettiamo a disposizione il teatro. L’orchestra è vostra. »
« Ma è…legale? Non c’è rischio di plagio? »
« Lei si sente plagiato? »
« Io…no. »
« Mi creda, signor Air, chi non soffre non corre il rischio di leggere quel nostro annuncio. Chi non soffre e lo legge non se ne ricorda. E solo i più speciali, i più convinti arrivano a noi. »
Annuii, dandole ragione. Solo i più speciali, i più convinti.
« Ma non c’è comunque il rischio…che qualcuno parli? »
« Parli? E perché dovrebbero? Son venuti da noi in cerca di aiuto. »
« Non c’è mai stato nessun caso di…diserzione? »
« Nessuno. »
« Vuol dire che… »
« Oh, no! » sorrise Iris e separò le mani, si portò la treccia dall’altro lato « Non tutta la gente che viene qui s’ammazza! Ci sono di quelli che cambiano idea, che sbirciano l’abisso e ne hanno abbastanza. È una libera scelta. Ma non c’è nessuno che se ne vada scontento. »
Mi sciolsi in un sospiro e allentai il nodo della cravatta. Era spaventosamente caldo. Iris mi allungò un foglio con delle cifre. Glielo presi e cercai di cavarci qualcosa di sensato, senza riuscirci. Parole e numeri, era troppo caldo.
« Sono trenta euro a lezione » spiegò.
« Lezioni? »
« Lezioni di suicidio, pratiche e teoriche. No, non faccia così » avevo storto la bocca « Dovremo pur mantenerci in qualche modo, non siamo mica una società di beneficenza! E poi i prezzi sono competitivi. Provi a iscriversi in palestra! »
Annuii ancora e finsi di leggere.
« Ci sono anche i cento euro del trattamento finale. »
« Trattamento…? »
« La fine. Morte. Vuoto. Caput. »
Mi spiegò che potevo prenotare fin da ora. Sembrava che ai clienti facesse comodo avere una scadenza. Oppure potevo frequentare le lezioni che volevo, fare le cose con calma, pensarci bene.
« La quota per le singole lezioni la può versare volta per volta. Ma per il trattamento finale…meglio il pagamento anticipato. Sa com’è, dobbiamo tutelarci in qualche modo. »
« Niente trattamento finale…per ora. »
« Perfetto. Può cominciare da domani, se vuole. Ogni martedì e venerdì, dalle ventuno e trenta. Abbiamo notato che questi orari combaciano con… »
« Sì, sono l’ideale. Una bella scuola serale! » esclamai, stentando a credere al mio tono.
« Apprezzo il suo entusiasmo. È una via verso la guarigione. »
« La salute? »
« La morte. »
« Certo. »
« Domani sera lezione di harakiri col nostro esperto giapponese.»
Presi fiato per chiederle se scherzasse. Capii che non scherzava. Feci un sorrisone.
Nel salutarmi, Iris mi tenne a lungo la mano e mi guardò negli occhi. Dovetti arrossire, perché lei mi carezzò con lo sguardo e disse, di nuovo mia madre:
« Si ricordi. Lei è importante. Le sue decisioni devono essere rispettate. »
Tempo dopo Iris mi disse che aveva sempre saputo che mentivo.
« E perché mi ascoltava? » le chiesi.
« Perché lei aveva bisogno di essere ascoltato » rispose, con lo stesso enigmatico sorriso.

Quando uscii dall’ufficio e la porta e l’altro mondo mi si chiusero alle spalle, trovai la sala d’aspetto occupata. Una ragazza aveva preso il mio posto sul divano. Teneva gli occhi fissi su un giornale, ma si vedeva che non stava leggendo. Sembrava piuttosto voler fugare la possibilità di un colloquio qualsiasi.
Io avrei voluto sorriderle e dire, non preoccuparti che Iris è una mattacchiona, ma la ragazza non alzò neanche lo sguardo. Anzi, lo alzò, una frazione di secondo, giusto il tempo di registrare la presenza, poi subito giù, verso il giornale, il pavimento, il dentro. Avrei detto che le facevo paura.
Salutai la signorina della scrivania e lei rispose tutta gentile. Mi chiese se il colloquio era andato bene. Splendidamente! La ragazza continuava la sua farsa col giornale.
« A domani, allora! »
« A domani, signor Air! »
La ragazza senza nome e senza faccia drizzò le orecchie. Sapevo che smaniava dalla voglia di osservarmi, ma non osava. Le voltai le spalle e solo allora sentii i suoi occhi pizzicarmi gentilmente la nuca. Quando fui certo che mi aveva guardato abbastanza e la mia vanità fu soddisfatta, aprii la porta a vetri, il suono di materie plastiche. Un pallone mi ruzzolò di nuovo tra i piedi. Lo calciai indietro, la vecchia non c’era più. Osservai la sua parabola nel cielo splendido, si alzava e si alzava, arrivò al culmine, ricadde. Ricadde sulla testa del ragazzino d’ottone. 

Di Chiara Pagliochini


[1] Popolare per “mento”

venerdì 29 luglio 2011

L'agenzia dei suicidi. Cap. 1

Cat in the Grass by *sesfitts
Una grossa goccia di caffè cadde sulla prima pagina, diluendo la faccia di un primo ministro. La grassa M del titolo di testa sbiadì e si contorse come un lombrico, colando lieve ai lati. Mi affrettai a togliere la tazzina dal giornale, confinandola nell’angolo più lontano del tavolo. Asciugai la chiazza, ma non ci fu verso. Il primo ministro era e restava leggermente beige. Pregai che non lo venisse a sapere.
Ogni mattina facevo colazione in un piccolo bar di Piazza Tre Venti, cornetto e caffè o cornetto e cappuccino. La proprietaria non era una bellezza, ma ci sapeva fare col gomito, quando lucidava di forza il bancone. Mi divertivo ad osservarle i seni costretti dentro la camicetta bianca.
Compravo un paio di quotidiani nell’edicola a cento metri da casa e una copia del giornale locale, per tenermi aggiornato. Li sfogliavo distratto piluccando un croissant o leggevo qualche paragrafo tra un sorso e l’altro di caffè. I quotidiani non mi interessavano, ma leggerli bisognava leggerli, almeno per sapere di cosa parlare durante il giorno. La gazzetta locale, invece, era tutto colore, dall’articolo sugli allevatori di conigli a quello sulla raccolta differenziata.
La proprietaria venne a portar via la tazzina e, guardandomi coi suoi occhi di gatta, chiese implorante:
« Ti porto altro? »
« No, no grazie » sorrisi di rimando.
Non mi piaceva, ma volevo tenermi aperto uno spiraglio, nel caso un giorno avessi avuto bisogno di contatto umano.
Spolverai dalla tovaglia le briciole di cornetto, piccoli ritagli di pasta sfoglia e un puntino di crema, poi aprii il giornale locale e ne distesi pian piano le pagine. Ogni momento andava gustato fino in fondo. Il cinema aveva aumentato di un euro il costo del biglietto. La moglie del sindaco era stata vista a spasso con un altro. Una signora si lagnava della fossa settica intasata. A marzo uno scrittore dava una conferenza. Andavo fuori di testa per la sezione degli annunci. Cercasi badante automunita. Cedesi attività commerciale ben avviata in Via Bramante. Laureanda in Lingue e Lettere Straniere offre ripetizioni di tedesco a prezzi modici. Regalasi cuccioli di pastore tedesco. Vendesi autoradio con ingresso mp3 quasi nuova. Una volta avevo composto il numero scritto in grassetto per il solo gusto di sentire quanto volevano per un’aquila reale impagliata.
C’erano anche riquadri pubblicitari, sgraziati box celesti o gialli in cui campeggiavano lettere minute. Pizzeria Da Massimo. Vanni Autobus a Nolo. Il Serraglio Verde, lo spaccio per mangimi in cui lavoravo. Le loro grafie contorte o avvitate come pampini mi erano ormai familiari: era raro che un nuovo spazio pubblicitario si andasse ad aggiungere a quelli degli storici commercianti locali. Ma quel giorno una piccola nuvola violetta in alto a destra di pagina 6 attirò la mia attenzione. Ero sicuro, totalmente sicuro che quella fosse la sua prima comparsa. Come ero sicuro di essere il primo, forse il primo in tutta la città, in tutta la provincia, ad averla notata. Agenzia Persefone, Agenzia Persefone, pensate! Che delicata sfumatura e che promessa di sicuro successo commerciale.
Avevo bisogno di un’Agenzia Persefone? Cosa poteva offrirmi la loro nuvola paffuta? Lessi la dicitura sotto il nome, scritto a caratteri cubitali. “Tutto il conforto che avete sempre desiderato nei vostri momenti difficili. Assistenza terapeutica e sostegno psicologico sempre a portata di cornetta. Chiamateci e fissate un incontro con i nostri operatori: saremo ben lieti di porgervi orecchio”. Seguiva un numero verde.
Doveva essere una di quelle discrete, moderne macchine succhia-soldi. Si cominciava con un piccolo amuleto, poi un mucchietto di sale, qualche mazzetta dentro una busta da lettere, una pacca sulle spalle. Mi chiedevo perché il Comune autorizzasse simili scempiaggini. Di lì a un mese ci saremmo trovati sul collo tutta la troupe di Striscia la Notizia, ne ero certo.
Richiusi il giornale e lo arrotolai insieme cogli altri, cacciandoli sotto al braccio, poi mi avvicinai alla cassa stringendo tra le dita una banconota da cinque euro. La proprietaria mi fece scivolare nel palmo un paio di monete di resto.
Quando non pioveva raggiungevo a piedi l’ufficio e difatti quella mattina non pioveva. Via Bramante era deserta, salvo pochi passanti. Una signora coi capelli raccolti aveva portato fuori il cane. Un ragazzo sui sedici avviava il motorino. Qualcuno faceva uscire da un garage una Panda celeste. L’orologio segnava le otto e mezza: l’assenza dei miei sonnacchiosi compaesani era giustificabile. Difficile da giustificare era invece il mio datore di lavoro. Non capivo perché si dovesse aprire così presto, visto che non c’era un cliente prima delle dieci.
La serranda del Serraglio era già sollevata. Un operaio stava scaricando da un furgoncino bianco dei sacchi di becchime per polli. Il proprietario sovrintendeva allo smistamento nei vari reparti del locale.
« Attento, se mi butti giù quei vasi li paghi, eh! » ringhiava, senza muovere un passo « Dì là, di là, quello è dei conigli! Ma non avevo ordinato questa qualità, che roba sarebbe, con cosa la fanno? Non vogliamo grane, noi! »
Il proprietario era grosso, scorbutico, una palla al piede. Per fortuna io lavoravo in ufficio, un piano sopra il negozio: rispondevo al telefono, mi occupavo degli ordini, contrattavo sul prezzo. Non lo vedevo che all’entrata e all’uscita.
Lo salutai con un cenno, poi mi fiondai su per le scale, gettando appena un’occhiata al vasto intrico di scaffali e di sacchi, grosse teste di animale che gongolavano dagli incartamenti, una pila di voliere accatastate. Al secondo piano c’erano due uffici e un bagno. Un ufficio era il mio, l’altro di Greta, la contabile. Mi affacciai sulla porta per salutarla e la trovai dietro la scrivania, come di consueto, i grossi occhi nei grossi occhiali rotondi fissi sul monitor del pc. Alzò la testa, facendo ondeggiare la coda di cavallo, e disse:
« Buongiorno! »
« Problemi con gli ordini? » chiesi, indicando col dito un piano sotto.
« Al solito. S’è svegliato male » fece lei, rilassando le spalle.
I suoi occhi a palla non erano belli sul viso sottile, dal mento allungato, ma erano rassicuranti. Rassicurazione, ecco cosa si poteva sempre trovare in Greta.
La lasciai che si accaniva sulla tastiera con le unghie laccate di rosa e aprii la porta del mio ufficio. La stanza aveva il familiare odore di mangimi che filtrava dal piano di sotto. È difficile descrivere di che odori si tratti a chi non l’abbia mai avvertito di suo. È un odore di animali ma neanche poi tanto, l’odore dei campi concimati quando è piovuto, quel pizzicore alle narici. Penserete che, sentendolo tutti i giorni, uno dovrebbe esserci abituato, così abituato da non farci più caso. In realtà non è facile abituarsi a un odore, quando si vive in più odori allo stesso tempo. La mia cucina sapeva di cavolo, il bagno di dopobarba, il bar di caffè espresso, l’ufficio di mangimi. Nel passare dal tanfo di cavolo a quello di mangimi si coglie sempre la differenza e, nel breve lasso di tempo in cui l’avverti, rimpiangi sempre l’odore che c’era prima.
Il pianale della scrivania era disseminato di carte: carte appallottolate, pile di carta, un aeroplano di carta, una carta di caramella. Far pulizia non era propriamente il mio forte. Anche il cestino della carta straccia traboccava e dovetti esercitare una certa pressione per persuaderlo ad accettare nuovi occupanti. Quando lo schermo del pc risultò visibile al di sotto della montagna di spazzatura, giudicai che fosse il momento di sedermi.
Impiegai circa mezzora a riordinare le fatture che si erano accumulate tra lunedì e martedì. Badai che non me ne sfuggisse nessuna e le catalogai per entità dell’importo. Non mi piaceva che Greta pensasse che ero trascurato. Feci qualche telefonata: dovevo informarmi sul prezzo di una marca di lettiera profumata al limone e fissare una consegna per il giorno seguente.
Verso le dieci e dieci risposi a una chiamata del canile. Una donna dalla voce monotona ordinò venti sacchi di croccantini per cani da 3 euro e 99 l’uno, sette nuove ciotole di plastica blu, dieci ossi finti e dodici confezioni di crocchette per gatti. Trascrissi tutto su un post-it, poi chiesi:
« È sicura sulle crocchette per gatti? »
« Certo, sicura, dodici pacchi. »
« Ma davvero sicura? »
« C’è qualche problema? »
« No, no, nessun problema. La consegna è domani col resto. Ma mi chiedevo se... » prolungai volutamente la pausa, in modo da accrescere la sua curiosità. E difatti la signora non smentì la sua natura di Pandora.
« Che cosa? » domandò, un tono sopra il normale.
« Ho sentito storie sulle crocchette per gatti che la farebbero rabbrividire. »
« Oh bella, che storie? » adesso aveva una voce da sorcetto.
« Uno che le produce lo raccontava il mese scorso. Contengono degli additivi chimici che provocano assuefazione. Come una droga, capisce? »
« E poi? »
« Eh, poi i gatti non possono mangiare altro che quelle. Sono come in astinenza. »
«Oh, povere creature. Che si fa dunque? »
« Disdico l’ordine? »
La donna ci pensò su un secondo. La sentii respirare all’altro capo della cornetta.
« No, no » disse lentamente « Non saprei che altro dar loro da mangiare. »
A malincuore rinunciai a tracciare una riga sopra la dicitura “Croccantini Miau dodici pacchi”. Riepilogai il tutto, ringraziai e riagganciai. Mi sentivo pesante.
Greta sbirciò dalla soglia con un sorriso.
« Di nuovo la storia dei croccantini » mi canzonò.
Io le sorrisi in risposta, incerto. Nessuno voleva mai prendermi sul serio.

Quando rientrai a casa erano le cinque e trentacinque. Ryanair mi accolse con uno zampettare deciso sul pavimento bianco, i cuscinetti adiposi che attutivano il rumore. Mi si strusciò contro le gambe e prese a miagolare. Io appesi la giacca a un gancio, poi mi chinai per accarezzarlo tra le orecchie. Il pelo era ruvido: aveva bisogno di un bagno. Anch’io avevo bisogno di un bagno, decisi, avvertendo il discreto odore di cavolo della cucina.
In camera mi spogliai e gettai i pantaloni nella cesta della biancheria, che traboccava quanto quella della carta. Era ora di passare in lavanderia. Aprii la finestra per arieggiare la stanza, coperta e lenzuolo ancora abbracciati l’uno all’altra, spossati come dopo un lunghissimo amplesso. Ero disordinato, disordinato da morire.
Riempii la vasca fino a metà, saggiando la temperatura dell’acqua di tanto in tanto. Versai una generosa quantità di bagno schiuma e restai ad osservare le bolle che scoppiavano allegre. Ryanair allungò una zampetta per ghermirne una.
« Adesso fuori! » tuonai. Non so perché, ma spogliarmi davanti a lui mi imbarazzava.
Il gatto filò via a coda dritta.
Scavalcai la vasca con una gamba e mi accasciai contro lo smalto bianco, le mani che penzolavano fuori. Fissavo il tubo dello scaldabagno, facendo il punto della situazione. La fornitura per il canile. La lavanderia. Telefonare alla mamma. La cena. Doveva esserci del prosciutto avanzato. Forse era rancido. L’avrebbe mangiato Ryanair. Carciofi sott’olio? Decisamente no. Decisi che era meglio una spaghettata.
L’acqua mi puliva il corpo dagli odori. L’aiutai con la spugna e mi feci uno shampoo. Quando non rimasero più bolle e le mie gambe furono tutte visibili sotto la superficie crespa, mi alzai e mi avvolsi nell’accappatoio. Dopo sarebbe toccato a Ryanair.  
Mi frizionai i capelli con l’asciugamano e uscii dal bagno, trascinando a penzoloni la cintura dell’accappatoio. Ryanair cercò di acchiapparla mentre strisciava sul pavimento. In frigo c’era effettivamente del prosciutto. Aprii l’involto e lo annusai: mandava ancora un buon odore. Lo tagliai a striscioline sottili e riempii la ciotola di Ryanair, che si mise a masticare con avidità. Quando ebbe finito, guardò in su attraverso gli occhi gialli e si leccò i baffi.
« Dopo la pasta » dissi.
Composi dal fisso il numero di mia madre. Stava facendo le tagliatelle per domenica.
« Il pranzo, te lo ricordi? » mi chiese in apprensione.
« Sì, certo » mentii convincente.
« Viene anche Raffa. »
« Anche i bambini? »
« Dove pensi che li lasci? »
« Certo. »
Mia sorella si trascinava sempre dietro un chiassoso stuolo di marmocchi, età imprecisata tra gli otto e i tre. Non che non mi piacessero, no, ma non ero abituato ad averli attorno. Il più piccolo mi si arrampicava sulle ginocchia e pretendeva di giocare a un gioco che non conoscevo, cavallino cavallino o qualcosa del genere. Era seccante fare brutte figure con un bambino.
La mamma mi chiese se mangiavo, come stava Greta, se sarebbe venuta, se il lavoro andava bene, e il gatto?
« Devo fargli il bagno. »
« Non si fa il bagno ai gatti! » protestò.
« Solo perché tu non glielo fai. »
La gente dalle mie parti era disgustosamente pragmatica.
Fu un sollievo quando potei lasciar cadere la cornetta e sprofondare nel divano, telecomando alla mano.
E fu in quel momento, mentre alla tv andava la striscia quotidiana del Grande Fratello e Ryanair premeva la testa contro le mie gambe nude e l’accappatoio mi si incollava freddo alle scapole, fu in quel momento che tutta la giornata mi cadde addosso, come faceva quasi sempre a quell’ora. Era uno strano precipitare su se stessa, un accartocciarsi del tempo, un contrarsi delle distanze. Spezzoni di ore mi ripassavano davanti agli occhi, insignificanti, neppure troppo umoristici. Potevo passare dall’uno all’altro proprio come cambiavo canale col telecomando, ma non cambiava la sostanza delle immagini, come il tg di Italia Uno non era migliore di Pinco Pallino al Grande Fratello. Le inquadrature erano piatte ed irritanti. La mia vita e la mia giornata non avevano un senso, ecco cosa dicevano i primi piani. Ieri era uguale a oggi che sarebbe stato uguale a domani. Tanto valeva spegnere la tv e spegnersi lì, in quel momento, sul divano, con l’accappatoio addosso e Ryanair che miagolava per le stanze vuote, cercando qualcuno che gli riempisse la ciotola.
Tutto il conforto che avete sempre desiderato nei vostri momenti difficili. Come aveva ragione quell’Agenzia Persefone. Certi momenti erano davvero difficili. Ma non perché succedeva qualcosa di brutto. La verità è che non succedeva niente.
Saremo ben lieti di porgervi orecchio. Davvero, volete davvero ascoltare la mia voce? Le vostre orecchie si staccherebbero per la noia, i vostri operatori si appisolerebbero sulla cornetta.
Ebbene, se siete così gentili e disponibili, tanto vale provare. Un numero verde non costa niente e Ryanair ha sempre fame.
Trascinai di una ventina di centimetri il tavolinetto del telefono, per averlo a portata di mano senza alzarmi dal divano. Ryanair mi fissò con aria sospettosa.
« Zitto » lo liquidai.
Composi il numero controllando dal giornale. Sbagliai a digitare e ricominciai da capo. Gli otto e i tre mi si confondevano negli occhi, completandosi o dimezzandosi a vicenda. Tu-tu-tu. Tre tu, poi lo scatto.
« Risponde l’Agenzia Persefone! »
Mi affrettai a riagganciare. Ryanair mi saltò in grembo e cominciò ad arrotare le unghie sull’accappatoio, come se volesse punirmi per quella stramberia. Gli accarezzai la testa e ricomposi diligente il numero.
« Risponde l’Agenzia Persefone. »
Meno squillante di prima, forse rattristata di aver perso un potenziale cliente.
« Buonasera » dissi, imbarazzato.
« Buonasera, in cosa possiamo esserle utili? »
Silenzio. In cosa potevano essermi utili? Pensavo che mi avrebbero chiesto di scegliere un piano tariffario. La voce era quieta, ma affabile: cercava di mettermi a mio agio. In cosa potevano essermi utili? Cosa facevano esattamente?
Ma sembrava che il mio silenzio fosse abbastanza esplicito per l’interlocutore.
« Ci ha già provato? »
Provato? Non sapevo.
« Sì » risposi, dandomi un tono deciso.
« Quante volte? »
« Una. »
« Come? »
Di nuovo silenzio.
« Non importa, non importa, non si preoccupi. Ora come sta? »
« Meglio. »
« È già qualcosa. Ha parenti, amici che possano aiutarla? »
« No, non vicino. »
« Ne ha parlato con altri? »
« No. »
« Non le fa bene. Dovrebbe parlarne con qualcuno. Scriva, almeno. »
« Ho un gatto. »
« Ne parli con lui. Verbalizzare fa sempre bene, anche se non c’è nessuno ad ascoltarci. »
La voce era tesa. Ho già detto che era una voce femminile? Non particolarmente acuta, non brillante come quella di Greta, della barista, della donna-canile, ma certo femminile, dal tono materno. Più materna della voce di mia madre.
« Ha pensato di riprovare? »
« Sì…no. »
Qual era la risposta corretta?
Ma la donna all’altro lato non sembrò preoccuparsene:
« La capisco, mi creda, la capisco. In entrambi i casi, sappia che può sempre contare su di noi. Deve imparare a fidarsi del suo prossimo, ad aprirsi al mondo, a costringerlo a piegarsi alle sue decisioni. Le sue decisioni sono importanti, capisce? Lei è importante. Le sue decisioni devono essere rispettate. »
Il tono era in qualche modo alterato, ora:
« E non creda a quello che le diranno. Il potere di decidere spetta soltanto a lei. Ma dev’essere una decisione consapevole, non la risposta a un impulso. E noi siamo qui per questo, per aiutarla ad attuare la sua decisione nel miglior modo possibile e guidarla attraverso questa fase delicata. »
« Certo » risposi stupidamente « E vi ringrazio. »
« È il nostro lavoro » si giustificò lei, vergognosa.
« Vuole che le fissi un appuntamento? » chiese.
« Sì. »
« Va bene domani? »
« Sì. »
« In che fascia oraria lo preferisce? L’agenda è sgombra. »
« Nella pausa pranzo, possibilmente. Tra l’una e le tre. »
« Le due va bene? »
« Perfetto. »
« Perfetto. Allora a domani, signor… »
Ryanair miagolò di rabbia. Lo stavo ignorando da troppi minuti. Strisciò deciso il muso contro il mio torace.
« Signor Ryan Air. »
« A domani, signor Air. E si ricordi, verbalizzi! »
Il tu-tu cadde sulla voce di mia madre. La cornetta mi sfuggì dalle mani e cadde sulla testa del gatto, che saltò giù dal divano.
« Dove vai? » dissi piano « Dobbiamo parlare. »
Per tutta risposta Ryanair alzò la coda e orinò contro il divano.

Di Chiara Pagliochini

mercoledì 27 luglio 2011

Furore - John Steinbeck


Se vi dicono che Furore è un libro sulla Grande Depressione Americana, credeteci, ma non del tutto.  Siamo dopo il tracollo finanziario del ’29, storico giovedì nero. Ci sono il Presidente Roosevelt e la sua politica per risollevare gli USA dal tracollo, il celebre New Deal. E c’è nel vostro libro di storia un minuscolo paragrafo che dice così: “la riduzione della produzione agricola prevista dall’Agricultural Adjustement Act arrestò la caduta dei prezzi, ma causò l’espulsione dalle campagne di vaste masse di contadini senza lavoro”. Ecco, in questo paragrafo da libro di storia, che nemmeno avete evidenziato di giallo tanto è anonimo, germogliano le quasi 500 pagine di Furore.
Se vi dicono che Furore è un libro sull’odissea della famiglia Joad, contadini dell’Oklahoma che si trasferiscono avventurosamente in California, credeteci, ma non del tutto. L’Odissea è quella di centinaia di migliaia di contadini in marcia attraverso il continente americano alla ricerca di una nuova Terra Promessa, con le casette bianche e i frutti che pendono dai rami pronti ad essere colti. L’Odissea è quella dell’Umanità in viaggio, di qualunque fetta di Umanità costretta a migrare per sottrarsi alla miseria ed approdare forse a una miseria maggiore. L’Odissea è quella dei barconi libici che approdano sulle coste di Lampedusa. L’Odissea è quella dei nostri trisnonni che si accalcavano sui parapetti per spiare la statua della Libertà.
In Furore vedo sì il romanzo simbolo della Grande Depressione Americana, ma vedo tanto altro e quel tanto altro è più rilevante dell’effettivo contesto storico di riferimento. Altrimenti non mi spiegherei  perché questo libro possa parlare a me attraverso il tempo, me che la Grande Depressione Americana non ha sfiorato di pezzo, me che nemmeno ho studiato con interesse il libro di storia. E, per smentire Wikipedia, Furore non è neanche “un’opera a sostegno della politica del New Deal di Roosevelt”. Davvero? E dove? È mica nominato Roosevelt in questo libro? E all’Umanità allo sbaraglio, all’Umanità che non ha da mangiare, interessa per caso l’aspetto tecnico del New Deal? E un qualunque americano medio, leggendo questo romanzo, avrebbe forse dovuto sentirsi rincuorato sulle sorti del proprio paese? Decisamente no.
Furore è un romanzo imbevuto di tematiche sociali e, più che sociali, socialiste. Il rapporto ricchezza/povertà, schiavo/padrone, la logica del profitto, le minacce del progresso, le istanze rivoluzionarie, l’arma dello sciopero, l’egoismo e la solidarietà di classe, la presa di consapevolezza dei propri diritti di lavoratore ed essere umano. Sono solo alcune delle tematiche che percorrono l’opera, esplorate con straordinario acume e lucidità, senza risparmiare nulla, senza censura, spietate che siano.
Le due istituzioni capitali del romanzo, intorno alle quali tutto ruota, sono la terra e la famiglia. La terra, un pezzo di terra, un proprio pezzo di terra, è per i Joad quello che la Provvidenza è per i Malavoglia, il collante dell’unità familiare, il centro focale, la chiave di volta. Quando viene a mancare la terra, tutto si sfalda, la famiglia si disperde e la disgregazione del nido è quanto di più atroce possa capitare a chi non ha che quello. Simbolo della famiglia è mamma Joad, pronta a tutto pur di arrestare lo sfaldamento, persino a minacciare figli e marito con tanto di spranga di ferro. Mamma Joad è la madre per eccellenza, la madre come cuore pulsante della famiglia, perché gli uomini la vita la portano “dentro la testa” mentre le donne “noi, la vita ce la portiamo sulle braccia”.
Altro cenno merita la figura di Casy, ex predicatore, l’anti-Dimmesdale, se così possiamo chiamarlo. Casy è uno per cui le nozioni di virtù e di peccato non hanno più senso, perché “esiste solo quello che si fa e che è parte della realtà, e tutto ciò che si può dire con sicurezza è che la gente fa delle cose che sono simpatiche, altre che non sono simpatiche”. Casy è uno che ha smesso di amare Dio per amare esclusivamente il prossimo, perché “mai conosciuto io uno che si chiami Gesù. So un mucchio di storie sulla faccenda, ma amo solo il mio simile”. Casy  è uno che è stato nel deserto, “era andato per cercarvi la sua anima, e aveva scoperto che non aveva un’anima che fosse sua, ma che era solo un pezzo di un’altra anima immensa. E aveva capito che non bisogna andare a vivere nel deserto, perché lì il nostro pezzo di anima non può servire da sola, serve soltanto quando sta con gli altri pezzi dell’anima grande, e cioè quando si vive in mezzo agli uomini”.
Per quanto riguarda i modi della scrittura, posso solo dire che Steinbeck è magistrale, che la sua prosa è splendida, ricca, evocativa (e per capirlo basta leggersi anche solo il primo capitolo). Quando è così, credo che il merito sia da attribuire tanto all’autore quanto al traduttore. Tutto in questo libro è mostrato e solo poco è raccontato, tutto è immagine e solo poco è spiegazione, e il paesaggio si costruisce intorno a voi nei suoni, nei colori, negli odori. I personaggi sono cumuli di gesti e di sguardi. La sofferenza è negli atti, non nella retorica. Se cercate una trama brillante e dei dialoghi forzati e ad effetto, cercate altrove. Questi personaggi parlano come persone e non fanno nulla che una persona non farebbe. Il realismo di questo romanzo è perfetto.
Riporto una scena apparentemente insignificante. La famiglia Joad ha appena cominciato il suo viaggio verso la California. La loro auto allestita a casa mobile si ferma presso una stazione di rifornimento. I componenti della famiglia scendono per sgranchirsi le gambe e scende con loro anche il cane, che hanno portato con sé. Passa un’auto di lusso – un’auto di lusso accanto alla vettura dei Joad, una carretta, un pila di mobili e materassi e miseria – e trancia in due il cane. Ruth e Winfield, i bambini della famiglia, si avvicinano ai resti dell’animale.
“Aveva ancora gli occhi aperti, hai visto?” Winfield sapeva di aver visto una cosa grandiosa: illustrò la scena con abbondanza di gesti. “Visto gli intestini? Schizz…schizzati dappertutto, schizz…” Non poté finire: fece appena in tempo a sporgersi all’infuori e vomitò. Ma si ricompose subito, e cogli occhi ancor lagrimosi e il naso gocciolante cercò di giustificarsi dicendo: “Non è come ammazzare il maiale.”
Ecco, io credo che Furore stia tutto qui, in quei resti di cane abbandonati e in questo bambino che vomita, nel dover soffocare e dissimulare il dolore di lasciare indietro la propria terra, nel dover mostrarsi fiduciosi ad ogni costo, perché si deve pur vivere, si deve pur trovare qualcosa da mangiare, non importa quanti cadaveri lasciamo sul nostro cammino, non importa quante umiliazioni dovremo sopportare. Quei resti di cane non ci riempiranno lo stomaco, quei resti di cane sono solo una zavorra per la nostra coscienza. Dimentichiamoli. Dimentichiamo che siamo esseri umani, perché la miseria non ci consente di esserlo. Siamo animali anche noi, animali come gli altri, e prima di tutto dobbiamo riempirci lo stomaco.
Ecco, Furore è un romanzo che vi fa rimproverare la cena che state consumando, che vi fa venir voglia di imbracciare un fucile, tanto è assurdo e disperato e desolante il tutto, il mondo, il futuro, il sistema.