mercoledì 15 febbraio 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap. 22

LA MORTE PER ACQUA

Phlebas il Fenicio, morto da quindici giorni,
dimenticò il grido dei gabbiani, e il fondo gorgo del mare,
e il profitto e la perdita.
Una corrente marina gli spolpò l’ossa in sussurri. Come affiorava e affondava
passò attraverso gli stadi della maturità e della giovinezza
procedendo nel vortice.
Gentile o Giudeo
o tu che volgi la ruota e guardi sopravvento,
considera Phlebas, che un tempo fu bello, e alto come te.

La terra desolata, T.S. Eliot


Ofelia, Hughes

Quando andai da lei, quella sera, la trovai avvolta nel pigiama, prona su una cioccolata calda. Marika grugnì un saluto e sparì in cima alle scale. Sentii la porta della sua stanza che si chiudeva.
Non ci fu bisogno di far pace, perché Irene non era arrabbiata. In questa fase della sua vita la rabbia era un sentimento per cui non c’era più posto. Ce n’era stata tanta, un tempo, così tanta che aveva pensato dovesse arrivare a consumarla, a spolparle le ossa fino a lasciare una sorgente visibile e scoperta di furore. Ma quei tempi erano andati, superati e, anche se era così giovane, le sembravano ricordi di un’altra vita.
Le domandai di condividerli con me. Offrii in cambio dei ricordi miei e lei mi offrì una cioccolata, con sopra una polvere di granelli di nocciola. Sedemmo al tavolo, sotto la luce elettrica, con la tv spenta, e cominciammo a parlare.
Più che mai in quel momento la sentivo lontana, i suoi ricordi intangibili per me quanto i miei dovevano esserlo per lei. Ma mai come in questo momento ebbi una tale occasione di capirla. Riesaminò i motivi, andando di uno in uno come un passerotto che becchettasse semi, con un tono a volte lieto e leggero e altre volte aspro come la sua voce era stata un tempo anche per me.
Cominciò da quel giorno, quando si trovò sola all’aeroporto. Non aveva permesso a nessuno di accompagnarla. Un beauty case, due valigie e un bagaglio a mano le ruspavano tra i piedi come una nidiata di cagnolini. La gente si muoveva veloce su gambe e rotelle, nuovi mostri mitologici con sguardi allampanati e occhi che si appuntavano ai tabelloni luminosi cercando di decifrarli. Sedeva immobile, trangugiando di tanto in tanto un sorso d’acqua da una bottiglietta.
Sapeva che doveva alzarsi di lì e avviarsi al check-in. Era stata così previdente, aveva un margine di anticipo così largo, e lo stava consumando tutto per uno stupido attacco di panico. Capiva adesso quanto fosse sciocco, quanto forzatamente ottimistico essere venuta sola. Sapeva che se una mano non l’avesse scrollata non avrebbe avuto la forza di alzarsi. Tappò la bottiglia, fece leva sulle gambe e provò. Si mise in piedi, raccolse la borsa, e fu allora che le ginocchia cominciarono a tremare. Così sciocca, così sciocca. Si sforzò di tornare al tabellone. Appuntò il numero del volo sull’agendina. L’aveva già fatto, lo fece di nuovo. Donne e uomini e anziani in camicie a quadri e coreani con ridicoli cappelli sfrecciavano ai due lati da destra e da sinistra, tutti così sicuri e rapidi come piccoli insetti giudiziosi. Squillò il cellulare. Lo lasciò squillare. Si piegò sulle gambe cercando di non mettersi ad urlare.
Non poteva farlo. Semplicemente non poteva. Il solo pensiero di muovere un altro passo o di alzare un peso o di rivolgere la parola a qualcuno per chiedere aiuto… era semplicemente impossibile. Sentiva che stava per rigettare la colazione. Si sforzò di tenerla dentro come le avevano insegnato. Anni e anni di pratica per vincere l’istinto di ficcarsi due dita in gola e lenire l’angoscia. Non poteva. Non in mezzo a tutta quella gente.
Seppe che era finita quando le scritte rosse cominciarono a liquefarsi entro il contorno delle palpebre. Colavano dal tabellone come se qualcuno le stesse pulendo via con uno smacchiatore. Una valigia le morse una caviglia. Una mano si poggiò sulla sua schiena e disse qualcosa con la voce di una signora. Scosse la testa per dire che non voleva niente. Grazie, non ci serve niente. Grazie, lasciateci in pace. Lentamente recuperò l’equilibrio e si rimise in piedi.
Trascinò le valigie una per volta sul pavimento tirato a lucido, verso il luccichio della porta di vetro. La vedeva allontanarsi ad ogni passo, farsi più piccola e più sfocata, e quando il palmo poggiò sulla superficie liscia e fredda, seppe che era davvero finita.
Un tassista pelato stipò le sue cose nel bagagliaio. Allacciò la cintura lentamente, con una mossa misurata.
« Mi porti al mare » disse.
« Mare? » il tassista pareva perplesso.
« Mare. Quello più vicino. San Benedetto? Senigallia? »
La geografia era indifferente.
« C’è la spiaggia di Falconara a cinque chilometri. »
« Falconara andrà benissimo. »
Si stese contro il sedile rigido con la testa girata da un lato, per non far vedere che piangeva.

Veniva da una famiglia molto comune, Irene. Suo padre faceva il pompiere, la madre era casalinga. Aveva un fratello più piccolo che andava ancora al liceo. Per i suoi aveva sempre parole tranquille, venate di un profondo senso di colpa, che emergeva solo a tratti, alle curve più inaspettate.
Fin da piccola le era stato insegnato che due cose erano importanti per sopravvivere a questo mondo, il giudizio e l’educazione. La prima parte dell’insegnamento l’aveva assimilata molto bene, e non si poteva dire che non fosse giudiziosa. Solo, i suoi giudizi partivano spesso da premesse sbagliate. Era convinta di ogni singola cosa che diceva, convinta fino al midollo, e un consiglio mal indirizzato non mancava mai di infastidirla. Quanto all’educazione, questa seconda parte era più astratta e meno efficace. A volte la vedevi sforzarsi di essere educata, allungare una frase di cortesia, ma sempre con un leggero ritardo, e non era mai chiaro se lo facesse per innata malizia o infantile timidità.
Quand’era ancora piccola, i suoi avevano cominciato ad istruirla alla responsabilità. Ogni settimana, di domenica mattina, subito dopo la colazione, riceveva la sua paghetta, che conservava in una bustina di carta tra due libri. Si era imposta un piccolo regime molto austero e ogni settimana riusciva a metterne da parte più della metà. In un’agendina di pelle nera, molto simile a quella che avevo stretto tra le mani, teneva il conto delle entrate e delle uscite. E quando si iscrisse all’università riuscì a pagare la prima tassa da sola. La cosa la riempiva d’orgoglio, non soltanto perché le sue rinunce erano valse a qualcosa ma perché mostravano quanto caparbia e votata al sacrificio fosse. Si era sempre sentita votata al sacrificio, un sacrificio non più concreto dei precetti genitoriali sull’educazione, ma non per questo meno sentito. Era come se avesse bisogno di non essere troppo felice, come se la necessità la spingesse a non aspettarsi molto. Il pensiero di rinunciare a qualcosa le dava piacere.
Fu forse per lo stesso meccanismo che quando aveva quindici anni smise di mangiare. In realtà la cosa era iniziata molto prima: aveva lavorato nel suo inconscio per anni e anni, come un piccolo verme progressivamente ben nutrito. Non era mai riuscita a trattenere un amico per più di un paio di mesi; stringere nuovi rapporti era di per sé un’impresa scoraggiante, che la costringeva a veri e propri ricatti. Parlava poco e amava dire cose banali, come se allontanare le persone fosse un’altra fetta del suo amore per il sacrificio. Non pensava cose banali, ma non le piaceva parlare dei suoi pensieri. Per indole era malinconica e decisamente lunatica. Alternava fasi di distensione a periodi in cui persino lasciare la sua stanza le pesava.
Gli zii pensavano che i libri le avessero rovinato la testa, e non mancavano mai di esprimere questo giudizio durante i pranzi di Natale:
« I libri le hanno rovinato la testa. »
Leggere le piaceva quasi quanto i numeri. Entrambi erano una forma di incasellamento che la rassicurava sulla possibilità di un ordine. Perché Irene era sicura che dovesse esserci un ordine. Da qualche parte esisteva una dimensione dove ad ogni “a” corrispondeva sempre “a” e la x si trovava in tutte le equazioni. In questa dimensione ognuno aveva ciò che gli spettava e tutti potevano essere semplicemente com’erano. Nessuno ti giudicava se eri di cattivo umore e potevi persino formulare pensieri di morte senza sentirti in colpa. Laggiù, se eri una x, avresti subito trovato una y che ti corrispondeva, una y che solo potesse fare coppia con te, perché era l’unica in grado di definirti e di interpretarti. Cercava questa y in tutte le persone che incontrava, e allora non ci sarebbe stato bisogno di ricatti e neanche di dire cose che non pensava. Avrebbe potuto parlare in libertà e persino essere accettata per ciò che era, se non capita. Ma trovare la y era difficile, perché questo mondo, a differenza dell’altro, era disordinato e caotico. Per questo finiva sempre per allontanare tutti.
A quindici anni smise di mangiare, come se col diventare trasparente potesse scomparire dai pranzi di Natale. Non era un modo per sentirsi più bella o più adeguata a una certa idea di sé, quanto un primo, blando, tentativo di suicidio. Mangiare stava a vivere come non mangiare stava a morire, diceva la proporzione. I numeri le vennero in aiuto quando fu il momento di contare i grammi e i milligrammi. I suoi erano spaventati, la riempivano di attenzioni. Molta gente si scansava, ma altrettanti erano quelli che si avvicinavano a lei. Era il suo ricatto di maggior successo: la morte era una colata di miele che coinvolgeva nel suo profumo un nugolo di mosconi.
Fu vero fino a un certo punto. Fu vero fino a quando rinunciarono a tenerla a casa e la ricoverarono in un centro per disturbi alimentari. Allora tutto prese una piega meno divertente.
Di questo periodo aveva ricordi duri, intrisi di dolore. Ma era un dolore che era più una rabbia, come se d’un tratto avesse trovato qualcuno su cui sfogare la frustrazione per tutte le sue rinunce. Enumerava tra i suoi nemici psicologi e suore dalla voce mite. Poteva rievocare la vergogna di un cucchiaio premuto tra i denti e il lento gocciolare delle flebo che la tradiva. Ricordava l’essere privata di tutto, perché niente doveva distrarla dal pensiero di lei. Pensare tutto il giorno a se stessi, come se fosse una cura, anziché una malattia. Ricordava le attività di gruppo, le facce tirate, le frasi di circostanza, le raccomandazioni grondanti moralismo. Ma la cosa che le portava un riso isterico alle labbra era il ricordo di quegli stupidi manifesti. Una volta ne aveva tirato giù uno e si era data a strapparlo in striscioline sottili. Quando l’avevano trovata, erano tutti troppo spaventati per punirla.
Era un grosso manifesto raffigurante una ragazza scheletrica, presa di schiena. Le costole sporgevano dalla pelle come quelle di un dinosauro dissepolto e quasi la si poteva scambiare per un fossile. Era ferma di fronte a uno specchio, ma il riflesso non le corrispondeva. Lo spettatore avrebbe dovuto capire che vedeva se stessa come la persona del riflesso, una ragazza grassa e brufolosa con un brutto grugno.
Tutti odiavano quel manifesto, ma nessuno osava farne parola. Lo odiavano perché era semplicistico e barbaro e minimizzava il loro come un problema di immagine. Odiavano con pari intensità la ragazza scheletrica e la ragazza grassa, perché né loro né il loro riflesso si sentivano adeguatamente rappresentati. Le trasformava in caricatura, in generalizzazione, voleva parlare di tutti senza parlare di nessuno. Odiavano quel manifesto perché spesso la gente si fermava a guardarlo e, quando alzava gli occhi su di loro, si vedeva che le compativano.

Quando ne ebbe abbastanza, smise di rifiutare i cucchiai e di staccare l’ago della flebo. Adesso rispondeva alle domande degli psicologi e ai sorrisi delle suore. Accettava le loro iniezioni di felicità artificiale con tanta gratitudine quanta falsità. Nel giro di qualche settimana la lasciarono andare a casa.
I suoi erano incerti sul modo di trattarla e da allora non fu mai più lo stesso. Loro che sempre avevano cercato di responsabilizzarla adesso le rimboccavano le coperte, chiedevano sempre “come stai?” e cercavano di analizzare tutti insieme il motivo per cui era tanto infelice. Capì che la cosa non poteva continuare e cominciò ad abbozzare qualche tirato sorriso. Era capace di simulare una lievità che certe volte rasentava la follia e alle sue battute taglienti e un po’ affettate non si smetteva mai di ridere.
Finito il liceo, si iscrisse all’università. A forza di bugie si era di nuovo guadagnata la fiducia dei suoi e, quando lasciò la casa e la città paterna, questo fu salutato come un gesto di grande responsabilità e maturazione. Era una fuga, era lo stesso che fuggire dal centro, ma questo lo sapeva solo lei.
Poi venne l’occasione della borsa Erasmus, i preparativi, l’aeroporto, l’angoscia. Quello che per qualche anno aveva retto in un equilibrio distorto si incrinò di nuovo. Il tempo del sacrificio era finito, non si trattava più di ricostruire. Adesso voleva solo staccare tutti i pezzi, disporli in ordine sul pavimento e saltarci sopra coi piedi fino a farne una polverina.

Si alzò dal tavolo per sciacquare la tazza e fece scorrere l’acqua molto più del dovuto. Evitava il mio sguardo ed io evitavo di guardarla, tranne quando era voltata di schiena. Ricordai la mia prima impressione, cioè che scompariva nei vestiti, e allora mi parve più fondata che mai.
« Anch’io una volta mi sono sentito così » dissi, come se la cosa potesse in qualche modo offrirle sollievo.
Irene girò brevemente la testa e un fiotto di luce piovve sull’osso sporgente della sua mandibola. Non lo avevo mai raccontato a nessuno. Ai miei avevo accennato qualcosa, ma non più di quanto potessero capire. Si ha sempre l’impressione che nessuno possa capire tutto. E allora, a che vale parlare?
Era stato quando Rebecca mi aveva lasciato, dopo che eravamo andati a vivere insieme e volevamo sposarci e stavamo per avere un bambino. Non è vero che non ho mai voluto sposarmi e non è vero che non ho mai amato nessuno. Ma è più facile come faccio io, far finta di niente. Mi innamoravo di lei centinaia di volte al giorno, quando sorrideva, quando girava il mestolo nella pentola, quando si stringeva contro il mio fianco e sentivo due cuori battere nel suo. Le piaceva truccarsi nello specchio in cucina, così avevo sempre il bagno libero. Eravamo felici.
E poi qualcosa era andato storto, per nessuna ragione plausibile. Un aborto spontaneo. Aveva perso il nostro bambino, perso come se fosse andata al parco e lo avesse dimenticato lì, e d’un tratto io non stavo più diventando padre e neanche lei madre e a tenerci insieme c’era solo un bell’appartamento ammobiliato. Io non le davo la colpa, le dicevo che ne avremmo avuti altri, tanti altri, ma Rebecca era troppo scossa anche solo per starmi a sentire. Fra di noi si era messo qualcosa che nessuno poteva penetrare. E dentro di me sapevo che non valeva fingere, che io la accusavo, che sentivo che quel nostro figlio io non l’avrei mai lasciato al parco da solo.
Non riuscimmo ad andare avanti. Non ci riuscivamo, insieme. Pian piano lei superò la perdita e cominciò a frequentare altri uomini e ai miei occhi era ancora più colpevole, perché adesso stava lasciando me. Vendemmo l’appartamento. Tornammo ognuno sui suoi binari.
Io giurai a me stesso che mai più mi sarei spinto tanto avanti. Giurai che non dovevo mai più affezionarmi a una persona o a un’idea. Qualche settimana dopo mi imbattei in Ryanair, il resto è storia.
Irene aveva arcuato le sopracciglia e mi guardava con la bocca leggermente dischiusa.
« E così sei umano anche tu » disse, un po’ sbalordita e un po’ canzonatoria « È una storia molto bella. È un peccato che non me l’hai raccontata prima. »
« Perché avrei dovuto? »
« Perché io ti ho raccontato tante cose. E invece non riesco mai a capire chi sei tu. Se provi qualcosa. Se ragioni su quello che senti. Qualche volta ho davvero l’impressione che… non lo so, che ci sia una parte di pazzia in te. »
« Pazzia? »
« Sì, quella pazzia silenziosa che germoglia in segreto e scoppia tutta assieme. »
« Detto da te è quasi un complimento. »
« Lo era. »
« Quel giorno, quando sei andata via dall’aeroporto, che cosa è successo? »
« Ho preso una decisione. »
« Quale? »
« Questa qui. »

Quel giorno, quand’era andata via dall’aeroporto e aveva pagato il tassì e s’era fatta scaricare le valigie in mezzo al nulla, al di là del muricciolo che divideva la strada dalla spiaggia, per prima cosa aveva tolto le scarpe e i calzini e li aveva abbandonati da una parte.
Il cielo stava scurendo, perché era pomeriggio inoltrato, e la lastra piatta del mare stava perdendo tutta la sua luce. La massa d’acqua era compatta e ostile, grigia come una distesa di ferrame. Sedette sul bagnasciuga e guardò la luce scemare finché fu sera. Le luci intorno alla costa si accendevano, ma non c’era una sola favilla in tutta la spiaggia e s’era alzato un vento che la faceva rabbrividire nelle spalle. Cercava di non pensare, o almeno di non pensare cose troppo dolorose e il rollio la aiutava a districare un dolore dall’altro, a cancellarne uno con l’altro, a sommergere e a trascinare entrambi giù nel gorgo della risacca.
Scorreva il mazzo delle ipotesi, contemplandole tutte con uguale scetticismo. Tornare a casa. Farsi rimborsare il biglietto. Partire col prossimo volo. Non c’era un’ipotesi, tra quelle, che le permettesse di restare seduta, il sedere sprofondato nella sabbia, le dita lisciate di granelli. Non c’era niente che potesse imbattersi in lei in quel momento e salvarla da se stessa, dagli altri, dalle decisioni da prendere. Solo lei, per la prima volta davvero sola, senza consiglieri e consigli, senza giusto e sbagliato. Il mare non parlava, l’acqua non farfugliava altro che onde.
Il mare alla notte ha un fastidioso richiamo, qualcosa che tocca la nota nascosta e preme un pulsante, avviando una spirale che fa di te un tutt’uno con lui. Silenzioso, racconta di possibilità infinite quanto infinite sono le sue scaglie. Il messaggio, inequivocabile, è che tu gli appartieni ed egli ti appartiene e che è disposto a custodire le tue spoglie in segreto, ad avvolgerle e rivolgerle in innumeri capriole. Ti sta chiamando per essere la sua sposa ed amica, la sua sirena e confidente, ti parla di tuffi che non fanno rumore e si dimenticano in fretta sulla terraferma. Promette una morte che è quasi un affievolirsi.
Non era la prima volta che pensava alla morte, ma mai tanto seriamente l’aveva iscritta nel novero delle ipotesi. Ora, quella le luccicava incontro dall’orizzonte mobile. Si spogliò di quello che era stata una volta, di tutto quel bisogno di attenzioni, e decise che era disposta ad essere dimenticata. Decise che essere infelice, imperfetta, codarda era suo diritto quasi quanto essere lì.
E l’unico motivo per cui i suoi piedi scalzi non furono lambiti dall’onda, quella sera, fu che un uomo la vide e le puntò una torcia in faccia e disse che di sera era proibito dormire in spiaggia. Pensò che lei si preparava per un lungo sonno, e quindi quell’uomo aveva ragione.
Rifece il cammino a ritroso, recuperò le valigie e cercò una stanza in un albergo che dava sul mare. Quella notte, in una camera d’albergo, pensò a tutte le persone che si erano uccise, quelle che le venivano in mente e le piacevano di più, e quasi tutti erano scrittori, perché le piacevano i libri. E l’acqua le cantava di un lontano ruscello inglese e la stanza spoglia, il letto grosso e vuoto, le parlavano di un’altra stanza dove la gente moriva ingoiando bustine di sonnifero, e nei confusi pensieri del sogno i due luoghi si unirono e anche le storie e furono un tutt’uno.
Qualche giorno dopo, quando già pianificava la sua morte, s’era imbattuta per caso in un annuncio. Una finestra le si era aperta sotto gli occhi mentre controllava la posta da un Internet Point. E quando poi, la settimana seguente, aveva chiesto a Iris perché proprio allora, perché proprio io, Iris l’aveva guardata con occhi di madre, bisbigliando:
« Perché avevi bisogno di noi. »
« Ne avevo bisogno. Tutto qui? È tutto così… funzionale, miracoloso? »
« No, Irene, è solo tutto molto ordinato. »

Ed era così. Io ero lì per caso e lei era lì per caso, ed entrambi non eravamo un caso bensì una pianificazione misteriosa, apparecchiata da chi non si sapeva bene. Da Iris? Non era anche Iris come noi, non era un caso ma l’architetto del caso? Né lei né io sapevamo dirlo e non parlammo di questo, né allora né mai. Perché io non ero abbastanza intelligente per parlare di cose più grandi di me e Irene aveva gli occhi gonfi di sonno.
Le chiesi se potevo restare e lei disse di no. Le chiesi se le dispiaceva che la baciassi e disse sì. Le chiesi perché e non rispose. Mi accompagnò alla porta. Le dissi:
« Domani voglio portarti in un posto. »
Lei disse:
« Va bene. »
« Vengo a prenderti alle nove. »
« Va bene. »
« Buonanotte. »
« Buonanotte. »

L’indomani andai a prenderla alle nove. Telefonai a Greta e spiegai che stavo ancora male. Lei capì che mentivo, ma mi tenne il gioco. Alle nove e cinque Irene salì in macchina e allacciò la cintura di sicurezza. Era truccata appena appena e aveva i capelli legati. Indossava scarpe da ginnastica. Sembrava pronta per una spedizione in campagna. Io lo trovai appropriato e fui contento che fosse vestita così, anche se non le avevo detto dove stavamo andando.
Fece zapping tra i canali della radio per cercare una canzone triste. Quando fu soddisfatta, le spuntò un sorriso. In viaggio parlammo ancora delle cose che le piacevano quand’era piccola e io le parlai della mia famiglia. Ne fu così affascinata che mi fece promettere di fargliela conoscere.
« Vorresti davvero? »
« Ma certo. Sembrano… una piccola baraonda bucolica. »
« Baraonda bucolica. Ti chiederei di spiegarmelo, se non sapessi che sono troppo scemo. »
« Tu vuoi sempre che gli altri pensino che sei scemo. »
« Beh, però sono molto bello. »
« Certo, certo » disse, con finta aria di condiscendenza. Gli occhi le luccicavano risate.
« E sono una brava persona. Me lo dicono tutti. »
« Questo è vero. Sei una brava persona. »
« Quindi tu pensi che non potrei mai fare cose cattive? »
« No, non dico che non potresti. Ma le faresti sempre a buon fine. Potresti fare una cosa cattiva per me? »
« No, non credo che potrei. »
« Neanche se sapessi che è quello che voglio? »
« No. »
« Ah, allora non voglio più essere amica tua » e si voltò sdegnata verso il finestrino, con una simulata aria di sconcerto.
Le indicai la strada che stavamo percorrendo e chiesi se non c’era mai stata. Rispose di no. Era un peccato, dissi, perché era uno dei posti più belli che conoscevo ed ero sicuro le sarebbe piaciuto molto. E quando, qualche minuto dopo, aprì lo sportello e si lanciò sul ponte sbracciandosi dal parapetto, seppi che avevo visto giusto.
Lo avevo scoperto per caso, in una gita in macchina, tanti anni prima. Vivevo a Urbino da poco tempo ancora e lavoravo solo al mattino, così mi restavano tanti pomeriggi da riempire. Ci tornai più volte da quella prima occasione e cercai di ricreare lo struggimento che me lo avevo reso caro, ma niente aveva la forza della prima visione. Quella stessa forza che ritrovavo adesso nella visione di Irene, e che potevo carpirle dalle retine per riguardare daccapo.
E vidi coi miei occhi quello che vedevano i suoi.
Il ponte romano sul fiume Metauro, un fiumiciattolo in realtà, un ponte con le sponde alte e massicce che scavalcava il torrente per ricongiungere la strada e la piazza del paese. Dal lato sinistro il fiume scorreva bassissimo e verde ben al di sotto del livello dell’abitato, compresso tra gli argini di mattoni; dal lato destro, per uno strano scherzo della natura e dell’uomo, scendeva lungo una serie di gradini, scintillando in cascatelle che toglievano il fiato, e sfociava infine in una pozza paludosa. Alta sopra il ponte svettava la torre merlata e più dietro, dal lato delle cascatelle, stava la sagoma massiccia di un ex cartiera, con la ciminiera che faceva il solletico al cielo e il tetto rattrappito in tre triangoli isosceli. La piazza era vuota, una panchina stinta sotto l’ombra di tre tigli, e la bandiera del Comune che sventolava impacciata, irrigidita, come un politicante fallito.
In mezzo al ponte un’edicola ricordava che Torquato Tasso era stato lì e, anche se non poteva aver visto l’ex cartiera, il ponte e la torre c’erano già. E aveva scritto un’ode al Metauro che Irene mi recitò con la bocca che le tremava e di cui non capii una sola parola.
Si muoveva da un lato all’altro come se non sapesse decidere qual era lo sfondo più bello, se gli argini segnati dalle tacche verdi, che raccontavano tutte le storie e le vite e le altezze del fiume, o il lato delle cascate, che sprizzavano nel sole freddo disegnando arcobaleni e gorgogliavano come ranocchie.
Poi si fermò e rimase in mezzo al ponte, esattamente al centro, con le braccia spalancate a cercare di stabilire un suo equilibrio, di pesare i due piatti della bilancia. E fu parte integrante di quel miracolo come una volta lo ero stato io.
« Ti piace? »
« Come si chiama? »
« Fermignano. »
« Vorrei poter morire qui. »
Quello era il suo modo per dire che le piaceva.
Si appoggiò all’argine di destra, quello che dava sulle cascate, e io le circondai le spalle con un braccio. Alzò il mento e vidi che piangeva. Aveva quel mento così lungo e quegli occhi così grandi e pieni di luccicore. Mi sentivo perduto.
« È l’acqua che lo rende così bello » farfugliò.
Io inghiottii un groppo di lacrime.
« Ma se l’acqua non ci fosse potresti restare sempre con me. »
« Vorresti un mondo senza acqua? »
« Lo voglio, se tu sei con me. »
« Moriremmo di sete. »
« Ma non morresti sola. »
« Non sarò sola, se tu sarai lì con me. »

Di Chiara Pagliochini

giovedì 9 febbraio 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap.21

Le relazioni pericolose, R. Magritte

La ritrovai seduta sul bordo del letto. Avevo dormito qualche minuto, forse qualche ora, con la faccia  premuta contro il cuscino, e adesso avevo sete. Il lenzuolo dalla parte di Cassandra era tutto avvitato, la coperta era caduta per terra.
Lei sedeva come sospesa, quasi non appoggiata. Sedeva dandomi le spalle, imbambolata davanti all’anta dell’armadio aperto, nel cui specchio lungo si rifletteva. Mi sembrò che avesse pianto. Il riflesso mi restituiva del suo viso un’immagine incerta, opaca, con tanti punti d’ombra.
L’unica luce filtrava dalla finestra, una luce arancione smorto fessurata dalla tapparella. Sulla parete dietro il letto si disegnava una scacchiera. Doveva essere pomeriggio inoltrato. Cassandra era un tutt’uno coi mulinelli di polvere che battevano contro i suoi capelli e si disperdevano.
Mi sollevai e aggiustai il cuscino dietro la schiena, poi rimasi in silenzio ad osservarla. Era ancora nuda dal torace in su e si guardava pensierosa, la testa inclinata da un lato. Aveva un seno abbondante, un po’ ceduto con l’età, che adesso si curvava verso il ventre. Ma era una curva morbida, appena accennata, gli aloni scuri dei capezzoli ancora espressivi come degli occhi attenti. Mi sentii di nuovo eccitato e cercai di smettere di pensarci.
Cassandra si voltò e mi venne in aiuto.
« Vieni a sentire. »
« Che? »
« Vieni qui a sentire. »
Sollevò un seno a coppa tra le mani e riprese a specchiarsi. Io la raggiunsi sul letto carponi, mi inginocchiai dietro di lei e feci come diceva. Vedere me e lei riflessi nello specchio fu così insolito che smisi di guardare.
« Guardami » disse.
Io cercai il suo sguardo riflesso. Era freddo, per niente intenerito.
La pelle mi scorreva morbida tra i polpastrelli, si scioglieva malleabile tra le mie dita, come quella di un bambino, e i capezzoli si irrigidirono, scoppiando come spuntoni. Eppure c’era qualcosa di sbagliato in quel tocco, qualcosa di medico, di professionale, che si trasmetteva al mio tatto dallo sguardo di Cassandra.
« Qui » disse, e mosse la mano verso il basso, dal lato destro. D’un tratto fu tutta tesa.
« Ecco. »
E poi lo sentii, qualcosa di duro e ostile in tanta morbidezza, qualcosa come incastrato o rimasto lì, il torsolo di un frutto, un animaletto nel suo bozzo.
« Lo senti? »
« Sì » risposi. « Cos’è? »
Cassandra scacciò la mia mano e scivolò più avanti sul bordo del letto.
« Non lo so. Io penso niente di buono. »
« Sei stata a farti controllare? »
« Ho un appuntamento. Lunedì. »
« Quindi, alla fine… avevi ragione tu. »
« Ragione su cosa? »
« Non so… sulle malattie, credo. »
Era una frase molto brutta, molto insensibile da dire, ma me ne resi conto troppo tardi. Solo che Cassandra non era una donna come le altre.
« Tanto nessuno mi dà retta » disse, e stavolta capii che lo aveva detto una volta per tutte.
« Non verrò più all’agenzia » aggiunse, portandosi i capelli da un lato della testa, a coprirsi.
« Non verrai… ? »
« No, ho preso una decisione. Non… voglio farlo io, capisci? »
« Farlo cosa? »
« Uccidermi. Non voglio farlo io. Perché non voglio morire. Oh, dev’essere così brutto, così brutto. »
Le toccai una spalla, cercando nel contempo di toccare quella nota di spavento che le piangeva dentro. Ma non trovai il tasto e lei si alzò dal letto, dando le spalle allo specchio. Adesso era davanti a me, sensuale e generosa quanto lo era stata prima, ma con uno sguardo tutto diverso negli occhi. Era triste, così triste che mi metteva a disagio.
« Io non… Eugenio… io non pensavo potesse farlo davvero. Non pensavo che lei ci avrebbe tenuti lì a guardare. È mostruoso. Continuo a sognarlo, me lo vedo venire incontro dagli angoli. È orribile. Mi sento così male. »
Batté un piede sul tappeto, sollevando un polverone dorato che rimase ad aleggiare sospeso. In quell’atmosfera incerta, mezzo bucherellata, io faticavo a trovare le parole.
« E poi… come facciamo a saperlo? Se quello che c’è dopo è davvero meglio di quello che c’è qui. Se c’è qualcosa dopo. Magari abbiamo ancora una speranza e non ne sappiamo niente. Magari possiamo essere felici o anche solo stare allegri e allora ne vale la pena, ne vale la pena? Eugenio non sapeva quello che faceva e noi non sappiamo quello che facciamo e io voglio fare quello che so. Io ci voglio provare. Anche dovesse far male da scoppiare, perché non provarci? Dovessi finire sotto mille ferri, avere tre cancri, tre arti di meno… ma importa? Forse potrei star bene. Forse c’è posto anche per me. Io non me la sento, di mollare così tutto per qualcosa che non so. Arrivasse una malattia, l’affronterò. Farò tutto quello che va fatto per essere presente a me stessa fino all’ultimo. L’ha fatto mia sorella. Posso farcela anch’io. Voglio lottare, voglio vivere. »
« È quello che ho sempre pensato dovessi fare. »
« Tu dici? »
« Guardati. Non ci sei tagliata. Sei… beh, una bellissima donna, scoppi di salute, sì, insomma… Sono contento, davvero contento per te. »
« Ma non mi seguirai. »
« Non posso. »
« Ma vorresti. Tu non sei come Irene. »
« Cos’ha Irene? »
« È una che va fino in fondo. È una bambina. È testarda e innamorata e non sente nessuna voce che non sia sua. Tu no, tu non andrai fino in fondo. »
« Forse ti sbagli. Forse non è così. »
Si piegò a raccogliere il reggiseno da sotto il cuscino. Io la aiutai a chiudere il gancetto. Sistemò i seni nelle coppe con un certo orgoglio, fissandomi dritto negli occhi. Le labbra si curvarono a una smorfia sorridente. Mi pareva di tener tutta nei palmi quella sua carne accaldata e succulenta e rimpiansi che si stesse rivestendo.
Ma non potevo neanche ignorare le sue parole.
« Tu credi di conoscere Irene meglio di me. »
« Tu non la conosci. La ami. »
« E non è la stessa cosa? »
« Manco per niente. Più la ami più ti accechi, più ti innamori del già conosciuto più hai paura di scavare in profondità. E alla tua età, io dico, alla tua età… »
« Secondo te sono troppo vecchio per lei? »
« No, no, sei quasi bambino quanto lei. »
« E allora perché… ? »
Tentennai alla ricerca di qualche parolina per impreziosire il tutto.
« Perché non molla questa sua idea farlocca e prende quel che le offri? »
« Ecco, non sono proprio le parole che avrei usato io… »
« Ma perché è tutta presa ormai. È troppo tardi. È come una scommessa, capisci? Deve dimostrare qualcosa, anche se non sa bene a chi.  Deve dimostrare che può fare quel che le pare, che è grande, che se ne frega dei sentimenti della gente. »
« È vero, se ne frega. »
« No, sono sicura che piange tutte le notti. »
« Ma se anche piange… Insomma, non è un rimedio. Non è come… scusarsi. »
« Lei vuole vincere, hai capito? Vuole vincere, essere la più brava, la più intelligente, la più coraggiosa della nidiata. »
« Ma non ha senso. »
« Avrebbe senso, se tu fossi stato il più piccolo della nidiata. È quello che è lei. La più piccola e la più spaventata e la più triste e quindi quella più disposta a compromessi. »
« Non avrà anche lei paura di morire? »
« No, lei ha solo paura di vivere. Come tutti, come me. »
Si fece passare tra le braccia un golf bianco e scosse i capelli per accomodarli.
« E comunque ho fame. E penso anche tu » aggiunse, come se quello dovesse riassumere l’intera conversazione.
Mi alzai e infilai boxer e pantaloni. Quando aprii la porta della camera, Ryanair mi raggiunse con un miagolio indiavolato.
« Detesto i gatti » disse Cassandra, per confermare che era proprio lei « Mio nipote s’è preso uno sfogo grosso quanto un pallone da calcio per star dietro a queste bestiacce. Ma tanto… »
« Nessuno ti dà retta. »
« Già » confermò educatamente.
Preparai il caffè per entrambi e misi a scaldare del latte in un bricco. Avevo un pacco nuovo di biscotti, che aprii lungo la linea tratteggiata. Stupide linee tratteggiate, non sono mai dove dovrebbero essere. Cassandra prese un biscotto dal pacchetto e lo sgranocchiò distrattamente.
« E comunque puoi sempre chiamarmi » disse « se quella tua Irene se la tira così. »
« Si notava tanto? »
« Che non scopavi da un sacco? Beh, diciamo un pochetto. »
E sorrise con rinnovata delizia mentre le versavo il caffè.

L’ho rivista, come dicevo, il mese scorso. Non siamo più andati a letto assieme, ma il ricordo ancora non mi dispiace. Anzi, me la rende più simpatica, abbiamo ancora degli argomenti in comune. Adesso riconosco che molte delle cose che disse quel pomeriggio erano pura idiozia, e altre erano pura verità. Sarà vero che una donna capisce un’altra donna sempre meglio di un uomo? Io non ci ho mai creduto sul serio, ma nel caso di Cassandra era così. In un certo senso era una specie di profetessa.
Alla sera, dopo che se n’era andata, tornai da Irene. Perché la sera era sua, di Irene. La pecorella era stata smarrita troppo a lungo. Ventiquattrore, una scopata, una sbronza e tornavo da lei. Intimamente l’avevo capita, intimamente avevo perdonato. Non ero rassegnato a perderla, ma neanche potevo stare lontano da lei.


Di Chiara Pagliochini

mercoledì 1 febbraio 2012

Festa mobile, Ernest Hemingway



Ma Parigi era una città molto vecchia e noi eravamo giovani e lì non c’era niente di facile, neanche la miseria, né i soldi improvvisi, né il chiaro di luna, né la ragione e il torto né il respiro di qualcuno sdraiato al tuo fianco al chiaro di luna.

Sono sempre stata una persona di facili innamoramenti e di odi inspiegabili, repentini, istintivi. Ma giacché sono anche molto lunatica o debole di carattere o democratica, è facile che i miei odi si trasformino altrettanto inspiegabilmente e repentinamente in amori. E certamente è vero anche il contrario.
Prendiamo il signor Ernest Hemingway, ad esempio. Non posso negare di essere stata piuttosto ostile e refrattaria per un certo periodo. Quando per caso ci trovavamo nella stessa stanza lui mi lanciava certe occhiate come se volesse abbordarmi. Erano occhiate molto possessive, il modo in cui guarderesti un libro sullo scaffale o una borsa in vetrina, quello sguardo che dice, “sei mia”. E tu, come il libro e la borsa, non puoi neanche esprimere il tuo parere. Ma siccome io non ero né una borsa né un libro e potevo voltare la testa a mio piacimento, mi giravo dall’altra parte e storcevo il naso. Tuttavia sentivo sempre il suo sguardo provocante solleticarmi l’attaccatura dei capelli. Il signor Ernest aveva un suo fascino indiscutibile, scriveva molto bene, ma ti guardava con quell’occhio, quell’occhio insopportabile. Avevi l’impressione di essere solo una bambola, una cosa inerte. Avevi l’impressione che, nel profondo,  non gli importasse di te, ed era proprio così. Che se ne andasse a ubriacarsi o a pescare o in safari o a guidare l’ambulanza. Non gli avresti restituito lo sguardo né detto una parola gentile. Era un presuntuoso, un vanaglorioso, un finto duro, ecco tutto.
Poi, un giorno, qualcosa è cambiato. Non so se è partito da me o da lui, fatto sta che quella sera eravamo entrambi più malinconici del solito e siamo finiti a scambiare quattro chiacchiere per tirarci su di morale.
Lui fissava il fondo del bicchiere e parlava con una voce bassa e un po’ arrochita, che non pensavi potesse possedere mai. Mi raccontava di quand’era più giovane, della sua vita a Parigi, della gente che aveva conosciuto, del suo mestiere di scrittore, delle sue antipatie e della sua vita coniugale. Parlava di tante persone che io conoscevo solo per sentito dire e che lui, invece, aveva conosciuto tutte. Nomi che per te significavano tanto e che lui citava con quell’apparente trascuratezza, con la nonchalance di chi davvero ha vissuto con quelle persone momenti a loro modo indelebili.
Mi raccontò di Gertrude Stein, che assomigliava a una contadina friulana, non sopportava il turpiloquio, gli consigliava che libri leggere e gli diceva sempre di comprare quadri anziché vestiti. Aveva litigato con Ezra Pound perché lui le aveva rotto una sedia e Ernest le voleva molto bene, anche se spesso non era d’accordo con quello che diceva.
Mi raccontò di Ezra Pound, che aveva pochi soldi ma non temeva mai di prestarli, che credeva sempre che i suoi amici fossero artisti meravigliosi e a cui aveva imparato a tirare di box.
Mi raccontò di Ford Madox Ford, a cui puzzava l’alito e che diceva sempre bugie quand’era stanco.
Mi raccontò di quel poeta intossicato d’oppio che gli aveva tirato contro una bottiglia di latte e che, per essere un poeta, aveva un’ottima mira.
Mi raccontò dei camerieri della Closerie des Lilas, che una volta portavano i baffi e versavano sempre del whisky in più, ma poi avevano dovuto smettere e pure tagliare i baffi, e non s’erano più ripresi.
Mi raccontò della paura che non arrivasse la primavera, dei pescatori che pescavano nella Senna per portare a casa un po’ di pesce fritto. Raccontò della stanza in cui scriveva, riscaldata da un camino, in cui gettava le scorze dei mandarini. Quando aveva il blocco dello scrittore si diceva, “Ern, hai sempre scritto, e scriverai ancora, basta che cominci con una frase vera, il resto verrà da sé”. Mi raccontò di quando non aveva i soldi per mangiare e allora faceva lunghe passeggiate per distrarsi.
Mi raccontò di Hadley, la sua prima moglie, di quanto straordinaria fosse, di quanto si amassero, di quando andavano a sciare e di quando facevano l’amore stretti stretti. Mi raccontò del loro bambino, Mr Bumby, un piccolo filosofo che non piangeva mai, e del loro gatto, F. Puss, che era la bambinaia di Mr Bumby.
E poi, verso la fine, fece due nomi ancora e io sussultai e non potevo più stare per l’agitazione. Sì, aveva conosciuto Scott Fitzgerald, poteva assicurarmelo. Una volta, quando si conoscevano da poco, lo aveva accompagnato per un viaggio a Lione. Scott aveva bevuto troppo e si era convinto di avere una malattia ai polmoni. Lui si era arrabbiato molto, ma gli faceva pena, e l’aveva accudito come una brava infermiera. Diceva che il talento di Scott era come la polvere sulle ali di una farfalla: niente l’avrebbe potuto raschiare via. Niente e nessuno, nemmeno sua moglie Zelda, che pure ce la metteva tutta, e lo trascinava da una parte all’altra di Parigi in feste e festini col solo proposito di impedirgli di scrivere. Voleva averlo tutto per sé? Era invidiosa? Eppure Scott la amava così tanto, così tanto che era pronto a sostenerla nella sua pazzia e persino a diventare pazzo lui per colpa sua. Ecco, su questo punto era irremovibile, e io gli dissi che non potevo fidarmi del suo solo parere. E poi non dev’essere facile per due scrittori vivere sotto lo stesso tetto. Non è facile neanche essere amici, figuriamoci marito e moglie! Ma no, Ernest francamente non lo credeva: lui era sempre stato un amico sincero ed era tanto più sincero quanto migliori erano gli scrittori che aveva di fronte.
Alla fine mi trovai con gli occhi lucidi. Non sapevo se la sua storia fosse tutta vera, ma era passato tanto tempo e lui ormai era un uomo fatto e finito. Se anche aveva lavorato di fantasia, non c’era niente di cui poter accusarlo. I sentimenti c’erano, erano stati autentici ed erano quelli a farmi piangere, non tanto gli accadimenti in sé.
Poco prima di andarmene, misi una mano sulla sua, lo guardai negli occhi e dissi:
« Beato lei, signore, che è stato giovane a quei tempi. Sono tempi bellissimi per quelli di oggi. Ci pensa? Facevate quel che vi piaceva e lo chiamavate lavoro. Adesso noi ci tocca correre da una parte all’altra e quel che vogliamo fare lo confiniamo in un angolino, per farlo nei momenti di respiro. E pagare un affitto a Parigi… non ci voglio manco pensare. Vi chiamavano una generazione perduta ma, se fossero vissuti oggi, che termine avrebbero usato per noi? »
Ernest strinse il bicchiere, una stretta forte, di polso, e mi allungò di nuovo quella sua occhiata di possesso. Ma stavolta io ci leggevo malinconia e affetto e schiettezza. E decisi che potevo essere sua, che non c’era niente di male ad essere sua, perché mi avrebbe custodita teneramente.
« Tutte le generazioni sono perdute a modo loro. E questo significa che nessuna lo è davvero » rispose, e mi fece una carezza.

Di Chiara Pagliochini

sabato 28 gennaio 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap.20

Henri de Toulouse-Lautrec

Dopo che le ebbi restituito la tazza vuota, Greta mi fissò ancora, brevemente, e ripeté se non preferivo restare.
« Sto meglio, davvero. E poi tu devi andare a lavorare. »
« Anche tu dovresti. »
« Certo. No, in realtà pensavo di non venire. »
« Vuoi che ci pensi io per te? »
« Lo faresti? »
« Ma certo, dico a Carlo che mi hai chiamato, che non stavi bene. »
« Ti ringrazio, davvero. Grazie di tutto. »
« Sei sicuro di andare? »
« Devo. Che ore sono? »
« Le otto e quaranta. »
« Ecco, Ryanair non avrà più niente da mangiare. »
Greta sorrise, un sorriso di denti che si affrettò a coprire con la mano. Era un gesto istintivo, un riflesso, che pure mi infastidì.
« Hai dei bei denti » dissi, e lo pensavo.
« Ma se sono orribili. »
« Hai dei denti, sei una bella persona e meriti di ridere sempre. »
Greta rise, si schermì di nuovo, abbassò la mano e di nuovo sorrise. Si alzò dal divano, recuperò le tazze che aveva poggiate sul pavimento e le depose nel lavello là in cucina. Mi alzai a mia volta, sottraendomi all’abbraccio appiccicoso del plaid, e mi spolverai la stoffa dei pantaloni. L’orlo era macchiato di giallo e diversi schizzi sulla coscia e sulle maniche della camicia mi ricordarono il pietoso spettacolo che ero.
Sapevo quale fosse il mio dovere. Sarei dovuto correre da Irene e chiedere perdono, chiedere perdono per quello che avevo detto, per quello che ero e per il modo in cui continuavo a mancarle di rispetto. Avrei dovuto fare tutto questo, ora che un barlume di comprensione mi aveva raggiunto, improvviso, ora che avevo visto un po’ di più. Era il mio dovere, e tuttavia ero stanco di dovere. Avevo bisogno di un po’ di tempo per me, bisogno di riposo, di acquietare la mente su un cuscino morbido, dopo che m’ero messo così d’impegno per stordirla.
Salutai Greta con due baci sulle guance e la guardai rimpicciolire nella fessura della porta, un sorriso sempre più piccolo e fievole. L’avevo mai guardata abbastanza? Avevo mai capito che in ogni donna c’è una piccola Irene pronta a mille impercettibili suicidi, per il solo fatto che non la si guarda abbastanza? Ma no, neanche allora avevo capito qualcosa, e pensavo ancora che Irene fosse solo Irene e Greta fosse solo Greta, e che le cose che imparavo di Irene non valessero anche per tutti gli altri. Non avevo capito che tra le persone non c’è confine e che se anche sono diverse negli occhi e nei modi e nei desideri sono sempre uguali nelle loro tristezze. E che noi siamo capaci di guarirle. Siamo capaci, certo, solo che non lo facciamo. Non lo facciamo perché non ci piacciono o perché abbiamo altro da fare, non lo facciamo perché pensiamo di non essere in grado, di non essere abbastanza, o perché pensiamo che qualcuno voglia farlo al posto nostro. Ma la verità è che potevamo farlo noi, eppure ci siamo tirati indietro.
Non avevo la macchina, quindi camminai. Greta si era offerta di riaccompagnarmi, ma non avevo accettato. Non volevo che facesse tardi al lavoro per colpa mia. No, non era vero. La verità è che volevo star solo.
Era una bella giornata. Greta abitava in una villetta poco fuori dal centro, una via tranquilla, alberata. E anche se tutte le foglie erano cadute e facevano tappeto sotto le suole delle mie scarpe, nondimeno era una giornata incantevole, l’aria pulita. Era come se non avessi più respirato da molto tempo. Inspirai a pieni polmoni l’odore macero delle foglie e pensai che dopotutto non era così brutto. Forse non c’era bisogno di morire per stare con Irene. Forse era Irene che poteva vivere per stare con me. Ma non volevo pensarci, non volevo pensarci. Pensavo solo alle suole che aderivano al terreno con un click clack umido, ciancicato. Mi concentrai sui passi e sul cielo sgombro e sul fatto che tornavo a casa e rivedevo Ryanair.
Ma Ryanair non fu contento di vedermi. Aveva grattato con le unghie la parte inferiore della porta. Non l’aveva più fatto, da quand’era piccino. Forse perché non l’avevo mai lasciato solo così a lungo. Miagolò, un miagolio lungo, irato, e non venne a strusciarsi contro le mie ginocchia. Io mi chinai per carezzarlo tra le orecchie e solo allora si arrese docile alle mie scuse. Gli versai del latte nella ciotola, mentre tagliavo una fetta di prosciutto a striscioline e gliele adagiavo morbide, una accanto all’altra, in un piatto di plastica. Povero Ryanair, quanta fame c’era nei suoi occhi gialli.
Andai in bagno, feci una doccia e infilai un maglione pulito, di lana, mezzo sformato. Mi stesi sul letto col proposito di dormire giusto un po’. E difatti dormii giusto un poco, perché poco dopo suonarono il citofono. Guardai la sveglia sul comodino, non era neanche mezzogiorno. Ryanair infilò la testa dietro la porta e ribadì con un suono di gola che dovevo alzarmi di lì.
Il citofono suonava come suonavano le donne, non un suono lungo, deciso, ma un suono breve e tremolante, ripetuto per due o tre volte a distanza di trenta secondi. Era l’indecisione a tradirle, ogni volta. Contemplai tutte le ipotesi e le mandai tutte in frantumi non appena la voce si produsse in un colpo di tosse introduttivo, poi disse:
« Ryan, sono Cassandra. Posso salire? »
Contemplai di nuovo un rapido inventario di ipotesi. Morte improvvisa, accidentale, causata da un cortocircuito del citofono all’atto di alzare la cornetta. Casa vuota, Ryan al lavoro, solo il gatto rimasto a percorrere le desolate stanze dell’appartamento. Fare l’offeso, per qualche imprecisato motivo. Simulare una malattia rara e contagiosa.
« Certo, vieni su. »
Abitavo al quarto piano e quando Cassandra raggiunse il pianerottolo, arrancando, perché l’ascensore non funzionava, non mi sembrò così felice di essere venuta. E, visto che io non ero felice di vederla, almeno i nostri umori si abbinavano.
« Entra pure. »
Cassandra entrò senza pensarci due volte. Pulì le scarpe, un paio di scarpe col tacco basso, grigie, sul tappetino all’ingresso, e cercò un gancio per appendere il cappotto. Capii che aveva intenzione di restare.
« Dai a me » dissi, togliendoglielo dalle mani. Lo appoggiai sul divano, stropicciato.
« Ho pensato che ti devo delle scuse » esordì, guardandomi negli occhi e senza cerimonie. Era ancora in piedi tra il corridoio d’ingresso e il salotto e io le facevo cenno di accomodarsi.
« Per cosa? »
« Per averti detto quelle cose, ieri sera. »
« Quali cose? »
« Di Irene. »
Era solo ieri sera? Mi sembrava trascorso così tanto tempo, tanti sentimenti fa. Avevo già dimenticato la parte di Cassandra in tutto questo. Non c’era proprio niente di cui dovesse scusarsi.
« Ho pensato che per scusarmi potevo invitarti a pranzo » aggiunse, mentre io tacevo.
Rimediare a un delitto con un altro delitto, era questo il candore di Cassandra. Le invidiai l’incapacità che aveva di sentirsi sgradita. Potevo sopportarlo? Ero così coraggioso? Qualche ora intera in compagnia di Cassandra. Non era più di quanto potessi soffrire?
« A essere sinceri non ho tanta fame. Sono stato male di stomaco » e non era neanche una grossa bugia.
« Ah. »
Sembrava sinceramente dispiaciuta. Una ruga le increspava la fronte, le sopracciglia erano crollate e lo sguardo si era abbassato, appuntandosi su una mattonella che doveva essere particolarmente simpatica. Era davvero incapace di nascondere qualsiasi emozione. Non farti commuovere, mi dissi. Non farti commuovere o dovrai sorbirtela per un’altra ora almeno. Sii ragionevole, non farti prendere la mano dall’umanità. Inventa una scusa migliore.
« Non ho voglia di uscire. Però posso prepararti qualcosa da mangiare, se ti va. »
Dieci punti sul tabellone della cortesia. Venticinque su quello dell’imbecillità.
Cassandra si illuminò tutta, scacciò le nubi che si erano addensate sugli zigomi e mi fissò ad occhi spalancati. Ero stato persino più gentile di quanto si aspettasse.
« Che mi prepari di buono? »
« Eh, fammi vedere che c’è in frigo. »
Non c’era niente, quasi niente, in frigo. Una mozzarella, residui di affettato, un rimasuglio di insalata che aveva visto giorni migliori, due uova.
« Che mi dici di un’insalatona? »
« Che la adoro! »
Fossero anche stati croccantini per gatti, sono certo che li avrebbe adorati lo stesso.

La guardai mangiare la sua insalata a grosse forchettate, le guance piene e i denti che sgranocchiavano senza far rumore. Aveva una bella mascella, una bella linea. Mangiava la sua insalata con lo stesso entusiasmo infantile con cui, poco dopo, doveva avventarsi sulla bustina del preservativo, cercando di scartarlo senza far rumore, e fallendo miseramente.
Nella luce del pomeriggio che filtrava dalle tapparelle semichiuse sembrava davvero una bambina inesperta, ginocchioni sulla fodera del letto, impegnata in una difficile operazione chirurgica. Era commovente e ridicola a un tempo.
« Dai a me. »
« No, voglio farlo io. »
Premeva e spremeva e sventolava il suo giocattolino, un po’ ridendo e un po’ sbuffando, con ancora addosso il reggiseno. Era così goffa da essere eccitante. Questa immagine dovevo conservare di lei, aggrappata coi denti alla bustina del preservativo, i denti piccoli e acuminati e bianchi nel buio. Era una donna meravigliosa. A essere onesti, lo è ancora.
L’ho rivista il mese scorso, ancora bella come ricordo. È sposata a un chirurgo plastico e, sebbene sembri ingrigita e fiacca e la pelle adesso le faccia le grinze sotto il mento, una gravidanza e un ciclo di chemio non l’hanno sfibrata al punto da renderla poco attraente. Ha conservato tutta la sua parlantina e io continuo a trovarla piuttosto antipatica. Tuttavia, quando ripenso a questa scena, mai che non mi si dipinga un sorriso e allora sono propenso a giudicarla più teneramente. Non abbiamo parlato di Irene. Sanno bene come evitare l’argomento e io non manco mai di ringraziarli.
Afferrai un ciocca dei suoi capelli e me la portai alla bocca. Avevano un sapore forte, un profumo di donna che sa di piacere. E Cassandra sapeva esattamente come piacere, quando scosse i capelli e si sdraiò sul mio petto dicendo:
« Ecco fatto. »
Sapevo cosa stavo facendo e allo stesso tempo non lo sapevo affatto. Non mi importava. Era una cosa da niente, una cosa volgare con una donna volgare, per passare un pomeriggio. Ma non m’ero mai sentito così in colpa, prima. Non m’ero mai sentito così in colpa come quando feci saltare il gancetto del reggiseno e le infilai una mano tra le gambe, ben sapendo che non era quel seno che volevo baciare e neanche quelle le gambe di cui volevo tastare il tenero angolo in ombra.
Chiusi gli occhi per immaginare di essere altrove e che non c’era lei. Mi figurai un seno bianco, piccolo, con i capezzoli come due bottoncini e una bocca ancor più piccola ed estremamente silenziosa, da cui veniva solo ogni tanto un ansito di sorpresa. E due occhi neri che si rompevano nel buio, il bianco sparato in tutte le direzioni nel momento in cui la facevo mia e mia per sempre. Solo una volta doveva capitarmi di tenerla così stretta in un abbraccio. La mia Irene, così bianca, così bagnata.

Di Chiara Pagliochini

mercoledì 25 gennaio 2012

La Terra Desolata, Thomas Stearns Eliot

Salvador Dalì


“Ho i nervi a pezzi stasera. Sì, a pezzi. Resta con me.
Parlami. Perché non parli mai? Parla.
A che stai pensando? Pensando a cosa? A cosa?
Non lo so mai a cosa stai pensando. Pensa.”

Penso che siamo nel vicolo dei topi
Dove i morti hanno perso le ossa.

Mi sento sola stasera. Le lacrime premono sulla punta degli occhi. E c’è un piccolo nodo di nausea là in fondo, che non si vuol sfogare in nessun modo. Forse è la stanchezza, è tutto il giorno che sto sui libri con questo piccolo entusiasmo frenetico. O forse è tristezza. Una tristezza piagnucolosa e indefinita, che viene da tanti pensieri sciocchi, inutili, astrattissimi.  
Eliot si è aggiunto a tutto questo come un sommario, una coroncina, un regalo premio coi punti dell’Agip. Non è colpa sua, o almeno non solo. Ma sono sicura che non se la prenderà se gli attribuisco un po’ della colpa.
Ho cominciato La terra desolata alle diciotto e trenta di questo pomeriggio. Alle dieci e trenta, ho alzato bandiera bianca. Non c’è dubbio, sono troppo piccola, troppo poco intelligente, ho studiato troppo poco per capirla. Eliot non è un poeta gentile, non vuole farsi capire, non ti presta le battute su un piatto d’argento perché tu possa farle tue e recitarle innanzi a un pubblico. Eliot sta lì, dice le sue battute, parla di antropologia, di cristologia, di tarocchi, di mitologia, e senza le sue note neanche il Padreterno nella sua onniscienza lo avrebbe probabilmente inteso. Ma non si tratta di questo. Ho fatto i miei sforzi, una corsa frenetica dai versi alle note, dalle note ai versi, dall’introduzione ai versi alle note, i commenti dell’antologia, la pagina su Wikipedia. Qualsiasi cosa fosse a mia disposizione per penetrare anche un poco in questo labirinto tascabile. Nulla da fare, la profondità mi rifiuta. Ho intaccato solo di poco la superficie e mi sento come uno che cerchi di pulire il Titanic dalle incrostazioni usando uno spazzolino da denti.
Ma vedete, non è neanche questo. Non è la frustrazione. È il sapore della frustrazione, è quel che rimane in bocca alla fine, quando hai detto “voglio capire” e hai concluso “non ho capito”. È angoscia, sgomento, ansia da prestazione, rammarico, contrizione. Vorresti far qualcosa, scrollare le pagine perché ne piova una polverina dorata di conoscenza. Niente da fare, non è così che si fa.
E allora, se hai percorso rigo per rigo cercando te stessa e non ti sei trovata, se hai scorso le sillabe perché si aprissero e loro hanno solo sbattuto le ciglia, cosa ti resta? Ecco, io penso che resti proprio quel che si promette. Una Terra Desolata, un nulla, un enigma, un vuoto, un intrico ineffabile, la tua miseria umana. “In una manciata di polvere vi mostrerò la paura”. Certo, Eliot, questo lo fai proprio bene.

“Sulle Sabbie di Margate.
Non posso connettere
Nulla con nulla.
Le unghie rotte di mani sporche.
La mia gente, gente modesta che non chiede
Nulla.”

[…]

“Dayadhvam: ho udito la chiave
Girare nella porta una volta e girare una volta soltanto
Noi pensiamo alla chiave, ognuno conferma una prigione
Solo al momento in cui la notte cade”

[…]

“Sedetti sulla riva
A pescare, con la pianura arida dietro di me
Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?
Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo
[…]
Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine”

Io non voglio immaginare Eliot affacciato alla finestra. Non voglio sapere cosa vedeva. Questa terra apocalittica, arida, avida, atavica, allucinata io mi rifiuto di credere che fosse la sua. Ma era questo il suo sguardo? Era davvero questo il mondo? Il mondo dopo una guerra mondiale era così? Gli occhi che lo guardavano erano questi? O siamo di fronte al delirio di un pazzo, di un bislacco intellettuale, di uno scrittore egoista ed elitario che spende e spande citazioni a vanvera? Ed io che sono qui seduta al tavolo della cucina, che ascolto musica nelle cuffie a tutto volume per isolarmi dal volume della tv, che aspetto che la casa si svuoti e si acquieti solo per ritrovare una dimensione intima, spirituale, non corrotta, io ragazzina ignorante dell’anno duemiladodici, che si suppone vedrà la fine di questo mondo apocalittico, arido, avido, atavico, allucinato – io, che cosa ne so?
Niente. Io sono qui e posso solo essere triste. Sono triste perché non farò mai poesia. Non ho le palle per la poesia: il mondo non ha bisogno di altre scempiaggini sentimentaliste. Sono triste perché non vedo la cresta dell’onda, non faccio parte di qualcosa, sono una bollicina in isolamento, e non come questi scrittori modernisti che si conoscevano tutti, prendevano il tè insieme, scopavano insieme, si copiavano, si correggevano e cercavano di andare da qualche parte. Noi stiamo andando da qualche parte? Io sto andando da qualche parte? Stiamo fotografando il mondo? Stiamo costruendo qualcosa? Qualcuno potrà leggere le nostre terre desolate?
A volte penso semplicemente che ci sia troppo squallore. Che ci sentiamo ripugnati. Che non sappiamo guardare perché non vogliamo vedere. E per questo non lasceremo niente che valga la pena leggere. Ma forse sono troppo intransigente. D’altronde io parlo per me. Gli altri, in qualche parte del mondo, qualcosa di buono lo staranno pur facendo.
Ma poi penso che non è così importante. Mio padre, ad esempio, dice che non è importante. Certo, c’è la fame nel mondo a cui pensare e pure i conflitti in Cecenia e anche le liberalizzazioni, certo. Dobbiamo pensare a queste cose, dobbiamo prendere una laurea, dobbiamo trovarci un lavoro. Non possiamo perdere tempo a pensare alla letteratura in astratto. No, la letteratura non si mangia, non mette niente in pancia e neanche salva il mondo. Come diceva Oscar Wilde, tutta l’arte è sommamente inutile.
Certo, non ci dobbiamo pensare. Non pensiamoci. Non serve.
La Terra Desolata non mi serve e non serve capirla. No.
Ma allora perché la voglio capire? E perché non poter capirla mi fa venire così voglia di vomitare?

“Che farò ora? Che farò?
“Uscirò fuori così come sono; camminerò per la strada
“Coi miei capelli sciolti, così. Cosa faremo domani?

“Cosa faremo mai?”
L’acqua calda alle dieci.
E se piove, un’automobile chiusa alle quattro.
E giocheremo una partita a scacchi,
Premendoci gli occhi senza palpebre, in attesa che
Bussino alla porta.


Di Chiara Pagliochini