domenica 22 gennaio 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap.19


Un Chien Andalou (1929) - Luis Buñuel

Quando mi svegliai, c’era puzza di polvere. Restai qualche secondo ad occhi chiusi, sforzandomi di pensare. Il primo pensiero che mi veniva era Irene, per cui lo mandai via e sollevai le palpebre. Intorno, una stanza che non riconoscevo.
Ero sdraiato su un divano molto rigido, la testa premuta su un cuscino. Fino alla bocca mi copriva un plaid con una fantasia scozzese, rosso, bianco e blu. Era quello a puzzare. Mi drizzai a sedere e feci scivolare via il plaid. Fissai le pareti gialline, un quadro con una violetta secca. Davanti al divano, un televisore al plasma; sotto, un tappeto con un brutto disegno. Da una stanza alla mia destra proveniva un fiotto di luce, che staccava nettamente i bordi dell’ingresso.
Dopo l’odore della polvere, quello del caffè. Ma il mio stomaco, disgustato da entrambi, si serrava in una morsa dolorosa e qualcosa di indefinito e molto acre tornava su dalla gola. Trattenni il conato, chiusi di nuovo gli occhi, riappoggiai la testa sul cuscino.
Avevo bevuto troppo, questo lo ricordavo. Forse ero a casa di Greta. Questo non lo sapevo, ricordavo soltanto la sua faccia, staccata di netto come la luce staccava la soglia. Una faccia salvifica e bianca. Ma potevo anche essere a casa di Ascanio, per quanto ne sapevo. Questione di minuti e l’avrei scoperto, non c’era bisogno di dannarsi.
Nel mio buio silenzioso si affacciò uno scalpiccio di ciabatte. Aprii gli occhi, senza alzare la testa né tentare di sollevarmi. Greta era a pochi passi dal divano, i capelli legati, gli occhi tondi evidenziati da occhiaie e una felpa arancione. Non portava gli occhiali e non era truccata. In mano aveva una tazza di coccio da cui si levava un refolo di fumo.
« Buongiorno » disse, in un tono che voleva trasmettere insieme buon umore e pacatezza.
Lentamente raccolsi le gambe e mi rizzai contro lo schienale, per farle spazio sul divano. Greta sedette con uno sbadiglio.
« Dormito bene? »
« Un po’ duretto. Ma bene, grazie. Anzi, grazie. »
« Figurati » Greta si strinse nelle spalle e mi fissò coi grossi occhi circolari. Se li avessi guardati abbastanza a lungo e con sufficiente intensità, quegli occhi avrebbero detto da soli tutto quello che dovevano dire. Certe volte pensavo che, se mi fossi soffermato ad osservarli, una spirale dal fondo dell’iride mi avrebbe risucchiato. Non perché fossero begli occhi, questo no. Ma erano così rotondi che ci si potevano immaginare dentro le cose, così rotondi che era come spiare da una serratura dentro un vuoto ipnotico e vorticante. Sapevano leggere. E io non volevo trovarci me stesso interpretato. Perciò distolsi lo sguardo.
« Mi dispiace » aggiunsi. Ma sapevo di non essere convincente e dubitavo di dovermi realmente scusare.
« Non è un problema. Mi fa piacere che servo a qualcosa. Io non so se posso considerarmi un’amica, ma penso che è a questo che servono gli amici. Uno li chiama nel momento del bisogno. E se posso essere di aiuto, io sono contenta. E poi quell’Ascanio mi è sembrato un tipo a posto, un ragazzo simpatico. »
« Lo è. È un bravo ragazzo. »
« È buffo. Era convinto che ti chiamassi Ryan. All’inizio non capivo bene di chi parlasse. Ma poi il numero, il fatto che sembrava preoccupato… so riconoscere le persone dalle voci e la sua non era una voce da maniaco. Nossignori, un bravo ragazzo. »
« Buffo? »
« Molto buffo. Che nome orribile hai scelto. Eri davvero molto ubriaco. »
Come la spieghi a chi ti conosce, a un’amica, tutta la piega che la tua vita ha preso da mesi a questa parte, senza che lei abbia avuto il minimo sospetto? Come glielo spieghi che Ryan non è una cosa che ti sei inventato lì per lì, ma è un gioco improvvisamente diventato serio, un personaggio diventato persona, una maschera diventata pelle? Come glielo spieghi che non conosci altro nome che Ryan, perché Ryan è come ti chiamano le persone che ami? Non sei mai stato un altro. Sei sempre stato quest’uomo dal nome buffo e orribile, un uomo senza passato e senza futuro, che vive le vite di altri per avere un presente.
« Veramente orribile. »
« Vuoi del caffè? »
Guardai la sua tazza fumare, sfumare in una lieve inconsistenza vaporosa. Anche i connotati del suo viso sembravano disciolti, allentati. C’era qualcosa nella mia testa che ancora non funzionava per il verso giusto.
« No, grazie. Forse più tardi. »
« Bene. Un’altra coperta? Qualcosa da mangiare? »
« No, grazie. »
Greta separò le labbra per parlare. Mi gettò un altro sguardo, temerario. Riabbassò gli occhi e posò le mani in grembo con un’aria di sconsolatezza. Sembrava irrigidita.
« C’è qualcosa di cui vuoi parlarmi? » domandò, senza guardarmi.
C’era qualcosa di cui volevo parlarle? C’era qualcosa di cui volessi parlare? Tante, troppe cose, nessuna comprensibile, così poco chiare anche a me stesso, fasci di sensazioni nervose e spirituali e un’atmosfera, un sapore di decadenza, di marcio, di cui non si poteva dire niente.
« Io non… saprei da dove cominciare. »
« Non devi farlo per forza. »
« Ma posso dirtelo lo stesso? »
« Ti ascolto. »
E mi ascoltò davvero. Ascoltò parola per parola con gli occhi spalancati come bottiglie stappate, proprio come se vedesse quel che dicevo, proprio come se i suoi occhi servissero ad ascoltare.
Parlai di Ascanio, di che bravo ragazzo fosse. Le parlai di Jane, che era quasi la sua fidanzata, e sono sicuro fosse una ragazza altrettanto brava. Le raccontai di quando l’avevo visto per la prima volta coi capelli corti e non l’avevo riconosciuto, di come gli amici lo avessero piantato in asso e di come si cambia da un giorno all’altro solo perché sei rimasto solo. Le raccontai delle scorticature che aveva sulle braccia:
« Dal polso lungo tutto l’avambraccio, saranno una decina. »
Le raccontai delle cicatrici nascoste dall’arco sopraccigliare e dei lobi delle orecchie, che se li guardavi erano ancora tutti flosci.
« Ma è un ragazzo molto gentile. E anche molto intelligente. »
Poi Greta mi chiese come lo avevo conosciuto e fu a questo punto che qualcosa cominciò a declinare. L’avvertii dapprima come una stortura, poi più nettamente come uno screpolarsi, il grattare via una crosticina con l’unghia. Fu allora, per la prima volta, che nominai l’agenzia. Non ne avevo mai parlato con qualcuno che non fossero i miei compagni e Ryanair ed era sorprendente quanto fossero inadeguate le parole che conoscevo.
« Una specie di agenzia per… suicidi. »
A questo punto Greta si volse bruscamente e mi degnò di un’occhiata davvero raggelante.
« Suicidi » ripeté, come se non avesse capito.
« Aspiranti suicidi » mi corressi.
Raccontai di quando avevo visto l’annuncio per la prima volta. Ero stanco, abbattuto, avevo avuto una giornata storta. Mi sentivo vecchio, solo, inutile, una cosa su un divano che aspetta la morte. Allora avevo preso la cornetta pensando di trovare all’altro capo una voce amica, ma era stato tutto un po’ diverso. Avevo pensato che potessero curarmi dalla depressione, invece l’avevano scambiata per un’altra cosa.
« È stato tutto un equivoco. »
Io, però, non avevo pensato di chiarirlo e anzi m’ero detto che tanto valeva saltare in quella pozzanghera, visto che ormai c’ero finito dentro. Era stato un caso, ma io non credo nel caso e neanche credevo che ci fosse qualcosa di male nell’essere parte di un disegno. Mi ero ritagliato un ruolo a forza di piccole bugie, senza mai rinnegare me stesso:
« Perché non sono capace di mentire. E mi sono comportato come sempre, anche se di suicidarmi non mi importa niente. »
Sulle prime, mi erano sembrati un branco di cretini patentati, di splendidi fantocci, Iris e Eugenio e Cassandra e persino il piccolo Ascanio, così pieni di tic e di stereotipi e così finti nel loro dichiarato desiderio di morte. Tutta gente che era troppo codarda per vivere e che non aveva altro posto dove andare.
Ma poi avevo incontrato lei:
« Irene. »
E allora qualche cosa era cambiato.
Ero cambiato io, ma lentamente. All’inizio stentavo a riconoscerlo e attribuivo il tutto ad una curiosità insana e malcelata. Irene era una specie di rebus da decifrare, con un suo sistema crittografico, ed era così difficile e così restia all’interpretazione che chiunque sarebbe uscito di testa.
« Volevo capirla perché non potevo capirla. Capisci? »
Ma in realtà Irene non era un rebus neanche un po’. Era una persona e le persone non sono mai chiare e decifrabili in modo univoco. Irene ci aveva provato a spiegarsi e io avevo provato ad ascoltarla, ma non ci eravamo capiti, perché parlavamo due lingue diverse. Lei era più intelligente di me, aveva più cultura ed era giovane, tutte cose che me la rendevano molto lontana. Io avevo dalla mia una limitata esperienza del mondo, la conoscenza dei meccanismi biologici e delle sensazioni più elementari, ma la parte che aveva lei – la filosofia – non l’avevo avuta mai. E così lei parlava di solitudine, e io vedevo una persona sola. Lei parlava di amore, e io pensavo di andare a letto insieme. Lei parlava di ammazzarsi, e io vedevo una ragazzina depressa cui mai nessuno aveva detto che era bella. Non lo era, non era bella, ma questo non era un buon motivo per non dirglielo. Irene parlava sempre per astrazione e io rispondevo sempre concretamente, perché abitavamo su due sponde opposte e avevamo conoscenze diverse. E invece di integrare le nostre conoscenze, queste non facevano che dividerci e farci arrabbiare.
« Lei vuole affogarsi. Quindi abbiamo litigato. »
Io non volevo che morisse. Non avevo nulla in contrario all’idea di lei che si uccideva: era una creatura inadatta alla vita e ogni cosa che faceva e che diceva non poteva che confermare la sua teoria. Non avevo nulla in contrario all’idea di lei che si uccideva, solo non volevo che morisse. E questa era una delle contraddizioni più buffe e orribili a cui avessi mai pensato. Avrebbe potuto uccidersi, se avesse potuto non morire. Ma non era possibile, ed era questo il dramma. Io volevo la mia Irene viva, la parte che mi piaceva, la parte in cui era una ragazza sola con un macabro senso dell’umorismo, quei modi scontrosi, gli occhi espressivi, l’Irene che premeva i croccantini nella pattumiera, l’Irene che correva brilla attraverso la piazza, l’Irene che mi faceva distendere sul letto mentre lei parlava. E se solo avesse potuto uccidersi ma anche rimanere insieme a me, io avrei fatto di tutto per accontentarla. Volevo che fosse felice. Volevo essere felice anch’io. Le due cose non andavano d’accordo in alcun modo.
« Ma poi non è vero. C’è un modo. »
C’era un modo, c’era un mondo in cui le due cose sarebbero andate d’accordo, ma certe volte pensavo che fosse al di là della mia portata. Se solo avessi voluto uccidermi anch’io, ecco che saremmo stati insieme. Se lei voleva uccidersi, forse in quell’idea c’era una componente di splendore che io non potevo vedere né capire. Ma Irene era più intelligente di me: se quella parte di bellezza c’era, lei l’aveva vista. Quindi la morte era una cosa bella. Se Irene amava la morte, ecco che per amare Irene dovevo amarla anch’io. Una volta mi ero detto che per capire Irene dovevo interessarmi di quel che lei si interessava. Ed ecco la risposta, dunque:
« La morte. Morire. »
Tutto era diventato più chiaro. Tutto era leggibile. Tutto era cambiato. Quella gente non era più una cricca di matti destinati a soccombere agli insulti della vita, bensì un gruppo di rivoluzionari, di illuminati, gente che rifiutava tutti i soliti orpelli, che costruiva nuovi criteri e nuovi strumenti, un modo d’essere altro. Così non dovevo avere più paura. Non dovevo avere paura ogni volta che aprivo il cassetto, al mattino, e restavo a guardare la luce riflessa sulla lama di un lungo coltello. Non c’era niente di sconveniente e di sadico. Niente di quel che mi avevano insegnato era vero. La vita? Cos’era rispetto al brillio di quel coltello? E nell’idea di una morte pirotecnica, simbolica, non c’era forse molta più grazia di quanta ce ne fosse in cinquant’anni di vita? Era una soluzione di garbo. Era una soluzione pulita. La Chiesa e i dottori e i parenti se ne potevano andare affanculo. Le loro piccole moralità sulla cura e l’essere felici, le porcate del sabato sera, le vaccate degli analisti. Si poteva fare un fascio di tutto e dare fuoco alla pira per accendersi la vita, per brillare in un attimo di tutta la brillantezza che la vita stessa ci negava.
Ecco, ecco, io avevo capito.
« Ho capito! »
« Cosa? »
Lo sguardo di Greta era languido e spossato. Forse non credeva a una sola parola. Forse si stava pentendo di avermi raccolto dalla strada.
Ma non mi importava più cosa pensava Greta, perché non stavo pensando a lei. No, non pensavo a lei e neanche a Irene, ma pensavo ad Iris, e in quel momento la sua treccia girata da una parte sulla spalla era un appiglio a cui potevo aggrapparmi per salire. Iris coi suoi occhi di ghiaccio. Iris che era il punto dal quale partiva tutto, dal quale partivamo noi, Iris enigmatica, sicura, Iris di granito. Tutto riportava a Iris per vie traverse che non avevo mai percorso, perché erano sempre state così buie. Iris che mi portava via Irene e portava via me stesso, e in un certo senso ci ricomponeva insieme da un’altra parte. Nella morte? Era un pensiero così buffo, così ridicolo da formulare sul divano di Greta, col suo caffè che si era freddato e le guance sempre più livide.
« Devi smettere di frequentare questa gente » disse all’improvviso, come riscuotendosi da un torpore.
Io scossi la testa. Il suono della sua voce mi aveva distratto e mi aveva riportato accanto a lei, in quella stanza, dove era tutto così solido.
« Sei molto strano. Ho paura che ti succeda qualcosa di male. Non voglio. Sei una brava persona. Non permettere che ti facciano del male. »
« Stai tranquilla. Non fare caso a quello che dico. »
« Vuoi un caffè? »
Mi offriva di nuovo un caffè, come se non sapesse opporre altra resistenza a tutto quello che le avevo rovesciato addosso. E d’altronde che resistenza si può offrire se non questa – la resistenza di un oggetto inerte, di una parola concreta, di una persona imbecille – quando cose più grosse di te fanno irruzione nel tessuto della vita? Oh, ma com’ero diventato poetico. Oh, che paroloni, che intelligenza sopraffina. Stavo proprio diventando un suicida provetto.

Di Chiara Pagliochini

sabato 14 gennaio 2012

Arlecchino servitore di due padroni, Carlo Goldoni


“Oh bella! Ghe n’è tanti che cerca un padron, e mi ghe n’ho trovà do. Come diavol oia da far? Tutti do no li posso servir. No? E perché no? No la saria una bella cossa servirli tutti do, e guadagnar do salari, e magnar el doppio?”
Mi viene il dubbio che io sia francamente impazzita. Tre giorni fa non mi sarebbe mai passato per la testa che potessi leggere Goldoni con tanta serenità, disponibilità, persino allegria. Tre giorni fa, quando l’ho messo nella valigia, pensavo soltanto, Cristo, sarà ora di sbarazzarsi di questa roba oscena, così do l’esame al più presto e chi s’è visto s’è visto. Tre giorni fa non avrei neanche pensato che in questo breve lasso di tempo fosse possibile rivalutare la mia posizione nei confronti del teatro, dopo averlo denigrato per mesi con così vivo accanimento. Eppure, eccomi qui ad ammettere i miei errori di valutazione e la mia ignoranza. Ora, io non dico che leggere l’Arlecchino sia l’esperienza artistica più preziosa da darsi nel corso della vita. Anzi. Però è meno terribile di come uno se lo immagina.

È Goldoni a dare il via a una riforma del teatro su vasta scala, riforma che lo porterà ad assumere la forma che noi conosciamo. E l’Arlecchino si inserisce in questo progetto come il primo passo avanti, il primo compromesso con un pubblico abituato ad altre salse. Nel Sei-Settecento il teatro, almeno di un certo tipo, era stato teatro di piazza e di strada, il dominio della Commedia dell’Arte. Gli attori, coi loro abiti sbrindellati, i carrozzoni, i sipari scoloriti, i tendoni allestiti alla buona, viaggiavano coi loro canovacci di città in città, rappresentando spettacoli che molto dovevano all’improvvisazione e che si fondavano sul sistema delle maschere. Arlecchino (o Truffaldino), Pantalone, Brighella, Smeraldina, così nascono quei personaggi fissi che io tendo ad associare al Carnevale – forse perché per Carnevale, quando ero all’asilo, ci davano da ricopiare ogni anno i disegni di queste maschere tradizionali (se cerco bene, negli vecchi album, avrò almeno quattro Colombine).
Goldoni arriva col suo progetto di riforma, prende quel che può, inizia a fare altro. Perché nel suo Arlecchino, a differenza di quanto avvenuto finora, gran parte del testo è scritto e solo un poco è lasciato all’improvvisazione; perché le maschere ci sono, ma non sono più quelle di una volta: Pantalone abbandona la sua consueta avarizia per diventare un padre affezionato, Brighella passa da servitore a proprietario di locanda, Arlecchino assume una personalità, uno stampo caratteriale sconosciuto alla tipicità della maschera.
È proprio Arlecchino il centro pulsante della vicenda, l’elemento unificante, l’orditore di intrighi, il catalizzatore dell’attenzione del pubblico, col suo colorito accento misto di veneziano e bergamasco, i suoi salti, il suo appetito insaziabile. Ed è Arlecchino che seguiamo con trepidazione nel suo tentativo di servire contemporaneamente due padroni, senza che nessuno sappia dell’altro, così da non esser bastonato e mangiar per due. E alla fine di una sola giornata sarà sì stato promotore di due tentativi di suicidio e di innumerevoli frottole, ma sarà anche suo il merito di due riconciliazioni e ben tre matrimoni. Animato allo stesso tempo da furbizia e ingenuità, Arlecchino si destreggia con una briosità che a teatro farebbe (e ha fatto e fa ancora) piovere minuti di applausi.

Ma quel che più mi ha colpito di questa esperienza con l’Arlecchino non è stato il testo in sé quanto tutti i documenti contenuti nella mia edizione BUR. E adesso lasciate che io esprima amore incondizionato per queste edizioni: introduzioni curatissime, note di regia, tutti gli strumenti necessari per apprezzare un testo non soltanto nella sua singolarità, ma come elemento di un tessuto più ampio e più complesso che è la messa in scena di quel testo. Questa edizione dell’Arlecchino, in particolare, riporta il diario di un attore in occasione di un tour europeo dello spettacolo (1957, per la regia di Giorgio Strehler) e il ricordo che Strehler fa di Marcello Moretti, storico interprete di Arlecchino. Testimonianze a loro modo entrambe istruttive e toccanti che mi hanno fatto capire che il teatro non è soltanto quella porcheria che ho guardato per settimane in videocassetta, ma soprattutto è umanità, dedizione e quasi una forma altra di intendere la vita.

Di Chiara Pagliochini

giovedì 12 gennaio 2012

Speranze per l'avvenire:
che parecchie persone recuperino la dimensione esatta della loro intelligenza, scendano da quel piedistallo di boria su cui sono montate e si facciano una sana pippa ogni tanto.
Amen.

Il giardino dei ciliegi, Anton Čechov


“Perché io sono nata qui, qui sono vissuti mio padre e mia madre, mio nonno, io amo questa casa, senza il giardino dei ciliegi io non capisco più niente della mia vita, e se è proprio necessario venderlo, allora vendete anche me insieme al giardino.”
Credo che questa – anzi, ne sono certa – sia la prima opera per il teatro che leggo in vita mia. L’approccio, lo debbo dire, è stato dei più foschi e ammantati di pregiudizio. Ho sempre pensato – e ancora non sono del tutto immune dal pensiero – che i testi teatrali siano una sorta di scheletro che a leggerlo si ricava la metà del loro valore. Se questo è vero, è vero anche che la metà di un grande valore è pur sempre un grande valore. E questo testo di Čechov (peraltro in una edizione splendida ed esaustiva) è magnifico.
Scrive Giorgio Strehler, che lo rappresentò a teatro nel ’74, che Il giardino è come un gioco di scatole cinesi. Ci sono tre scatole e ognuna contiene l’altra. La scatola più piccola, quella che è contenuta, è la scatola della vita quotidiana, dei personaggi in scena con le loro battute tipiche, i loro tic, i loro piccoli drammi esistenziali. La seconda scatola è quella della Storia, che interpreta il testo in termini di passaggio di proprietà, della decadenza della vecchia classe aristocratica e dell’emergere di nuove forze politiche, una sorta di anticipazione della Rivoluzione d’Ottobre. La terza scatola, la più grande, è quella dell’Umanità, con i suoi temi eterni: la morte, il dolore, l’infanzia perduta, l’inesorabilità del tempo, la vita mancata. Il giardino dei ciliegi è tutte e tre le scatole, ed è questo che ne fa un’opera di grande valore.
La vicenda ruota intorno a una vecchia casa che sta per andare all’asta. La proprietaria, Liubov, donna molto elegante, spendacciona, ma anche generosa e capace di grandi slanci, vi fa ritorno dopo cinque anni di assenza e ritrova tante cose che appartengono al suo passato, alla sua vita di madre e di donna sposata. Ritrova la “stanza dei bambini”, il grande armadio di cent’anni, le persone che conosceva e son cresciute e soprattutto il giardino dei ciliegi, che sembra esistere da sempre e fiorire in ogni stagione. Il giardino è simbolo di tutto ciò che c’è di caro al mondo, di quel che è radicato in noi, del posto da cui veniamo e che prima o poi, strappati dal caso o dalla violenza oppure di nostra volontà, dobbiamo abbandonare. Intorno a Liubov ruotano tanti personaggi incantevoli e fragili: le figlie Ania e Varia, la prima così proiettata verso il futuro, l’altra così incerta su quello stesso futuro; il fratello Gaiev, che parla sempre a sproposito; il servitore Firs, che è vecchio quanto il giardino; Duniascia, la cameriera innamorata che si incipria sempre il naso; Iascia, lo sprezzante valletto che all’estero s’è abituato alla bella vita; il contabile Iepichodov, che tiene sempre un revolver in tasca; la governante Charlotta, che non sa da dove viene ma conosce incredibili giochi di prestigio; l’eterno studente Trofimov, che contempla sempre la felicità ma non sembra che a parole ci si avvicini poi molto; il rampante Lopachin, contadino arricchito che rileverà la proprietà dei suoi stessi ex padroni e che farà calare l’ascia proprio sul tronco di quei ciliegi.
Chi vorrà restare? Chi troverà il coraggio di andare avanti? Chi accetterà che la ruota del progresso si muove e non si incaglia mai? Impossibile stabilire cosa pensasse Čechov di quei ciliegi, se in lui ci sia più nostalgia per quei colpi di scure o più speranza per un mondo che viene. I fatti parlano da sé e così dev’essere, e sta allo spettatore o al lettore decidere se piangere o ridere di quel che vede in scena.
Čechov fu certo uno scrittore sorprendente e lui stesso, di sorprese, dovette vederne un bel po’. I suoi testi, che si supponevano umoristici, finivano per far piangere gli attori alla prima lettura. E anche il pubblico, alla fine delle rappresentazioni, era tutto una lacrima. “Voi vi lamentate che i miei personaggi siano tristi e cupi! Ahimè, non è colpa mia! Questo avviene contro la mia volontà; quando scrivo, a me non pare di scrivere cose tristi, e comunque, quando lavoro, sono sempre di ottimo umore. Ma provate a osservare, e vedrete che gli uomini malinconici scrivono sempre cose allegre, e quelli che sono allegri nella vita fanno venire invece la malinconia!” Ecco, non è un uomo da sposare? E non è uno scrittore da ammirare e prendere a esempio uno il cui maggiore fine artistico è voler combinare in una stessa opera commedia e tragedia? Perché la vita non è solo una tragedia, come non è soltanto una commedia. La vita è una commistione in parti casuali di elementi tragici e comici e, se un buon libro deve rassomigliare alla vita, allora è giusto principio che ci entrino entrambi.

Di Chiara Pagliochini

mercoledì 11 gennaio 2012

Pan, Francesco Dimitri


“Tu ricordi l'Isolachenonc'è. Vive nei tuoi turbamenti, vive negli odori fantasma, vive ogni volta che hai nostalgia di qualcosa che non sai di conoscere.”

In un mondo come quello evocato da Dimitri, mi sono spesso soffermata a chiedermi, e io da che parte starei? Per la verità, non credo che nessuna delle due parti mi piaccia. L’ipotesi più probabile è che guardi il Corteo passare senza alzare manco il naso o seppellisca i miei libri preferiti sotto un mattone per sottrarli al “ciclo della repressione”. O, al massimo, mi infiltrerei in un Forte Fatato tra disinvolti androgini che una volta, nei film della Disney, si chiamavano Campanellino Trilli. Detto così, è tutto molto triste, ma la verità è che il baccano non m’è mai piaciuto, come d’altronde non mi piace lo squallore. Non sono né reazionaria né rivoluzionaria. Sono una che tira acqua al suo mulino, e in questo senso somiglio più a Michele-lo-sciamano-urbano e a Dagon-il punk. Io sono come la Svizzera e una battuta si può eleggere a simbolo del mio non-allineamento:

“Tu osi colpire un dio?” ruggisce Uncino.
Il punk gli dà una testata sul naso. “Sono ateo, coglione.”

Ecco, questa sarebbe a grandi linee la mia reazione se un dio qualsiasi mi chiedesse di stare dalla sua parte. Niente testate, certo. Al massimo un, no grazie, e alzata di spalle.

Sul palcoscenico di una Roma inquietante e magnifica (perché Roma è sempre inquietante e magnifica, e le 5-6 volte che ci son stata sempre confermano la mia prima impressione, e cioè che puoi rimanere schiacciato dalla puzza di sudore su un tram e poi sbavare di fronte alla Fontana di Trevi, alternando fasi assassine a fasi di contemplazione estetica senza soluzione di continuità) – sul palcoscenico di una Roma inquietante e magnifica si danno battaglia due divinità millenarie, due potenze ataviche il cui terreno di scontro è la totalità del mondo (nei suoi tre Aspetti di Carne, Incanto e Sogno), ma la cui vera guerra si combatte nel singolo individuo, nel suo essere sballottato tra forze opposte, contraddittorie, laceranti. Da una parte c’è Pan-Peter Pan-Peter-Fauno, il dio delle emozioni forti, del sesso estremo, della violenza, della paura, della liberazione da ogni schema. Dall’altra parte c’è Capitan Uncino-Augusto Dal Mare-Greyface, tutto quel che rimane nel mondo quando le emozioni forti non sono più: “giornate di noia e vite ripetitive”, “cartellini timbrati”, “storie raccontate come formule”, censura, bigottismo.

Nel mezzo c’è tutta una schiera di anime da convertire a una causa o all’altra. Pirati da assoldare. Ragazze che devono imparare a volare. Studiosi che vogliono laurearsi con una tesi sull’Isolachenonc’è. Scrittori che con la forza di una penna, parole ed ironia sminuiscono, ridicolizzano ed imprigionano gli dei. Satiri che sono tuoi parenti. Fate che ti illuminano sulla tua natura sessuale. In questo carnevale itinerante ci sei anche tu e ti verrà richiesto di prendere una posizione. Valuta i pro e i contro degli schieramenti e decidi. Una decisione non è per sempre, il tradimento è sempre ammesso e, finché ti conviene, puoi anche fare il furbo. Solo, attento a non farti beccare.

Ma, siccome io sono una personcina non allineata e per questo osservo tutto con occhio un po’ dubbioso, qualche sassolino dalla scarpa me lo devo pur togliere. Vorrei quindi spiegare i motivi per cui quella stelletta è sfuggita al contatore (a proposito, “seconda stella a destra e poi dritti fino al mattino” è una buffonata: tra i metodi più efficaci per dirigere i piedi sull’Isola c’è fare violenza o subirla). Ecco, capite, persino la Svizzera, dopo un po’ che i delegati stranieri arrivano a Berna e cominciano ad attaccare volantini di propaganda, si irriterebbe e le montagne si solleverebbero e scrollerebbero le gobbe per scuoterli via. In sostanza, Dimitri è troppo-poco-svizzero per non imbastire un po’ di propaganda. E quindi l’umanità-ha-perso-l’Incanto, tutti-i-cristiani-sono-capre-stupide, facciamo-le-orge-fuck-yeah, viva-il-neopaganesimo, viva-i-giochi-di-ruolo, mettiamo-i-roghi-di-libri-perché-fa-figo-e-funziona-sempre-in-narrativa. Ecco, io tutte queste prese di posizione le potrei condividere una ad una, se fossero espresse con meno pedanteria. Non venitemi a dire che sono apologia velata. È indottrinamento bello e buono, solo di un’altra salsa. Non sono contraria ai contenuti dell’indottrinamento, quanto ai modi in cui si esprime. Me lo fa apparire scontato e palloso. E mi ritraggo come la Svizzera che ritira gli artigli.

Questo era il sassolino nella scarpa. Veniamo ora alla manciata di caramelle. Dimitri scrive bene e, quando non fa propaganda, scrive meravigliosamente bene. Le parti stilisticamente più intriganti e davvero ben riuscite del romanzo sono i momenti in cui i vari Aspetti si fondono l’uno nell’altro e allora la sperimentazione linguistica e il repertorio di immagini è potente. Ho davvero apprezzato, ad esempio, l’iniziazione di Michele. Quella sì che è stata un’orgia, per la ricchezza verbale, i colori, le trovate, (probabilmente le canne).

Ho apprezzato i dialoghi, apprezzato i personaggi, apprezzata la scena lesbo davvero. Dopo aver letto tutte quelle oscene fanfiction non credevo che qualcosa fosse ancora in grado di farmi palpitare-palpare. Ok, cambiamo argomento, che è meglio.

Se questo è il tipo di fantasy che stanno facendo ovunque tranne qui, se Dimitri può riscattare la nostra letteratura fantastica da quella manfrina di elfi con gli archi, ben venga. C’è ancora un pochino di ruggine, ma basta dare una sciacquata con l’acqua santa. “Il mondo lo cambi raccontando storie, mica altro”. Ecco, se questo significa dare una scrollata, una testata, un pugno sul naso a chi legge, bene, Dimitri lo sta facendo per il verso giusto. 

Di Chiara Pagliochini

martedì 3 gennaio 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap.18

L'urlo, Munch

Uscito da casa di Irene, mi incamminai verso la piazza. L’aria fredda della notte mi tagliava la fronte, ma ci badavo poco. Per quanto mi riguardava, poteva piovere o nevicare o anche sprofondarmi la terra sotto i piedi.
Percorsi via Raffaello a rotta di collo, le ginocchia che arrivavano prima delle scarpe. La piazza, in fondo, era chiassosa e tutta luccicante. La attraversai scansando i passanti e sedetti sul bordo di marmo della fontana. Era una fontana squallida, senza pesci. Non m’era mai sembrata così triste. Dal bar di fronte venivano musica e vocio e a volte non sapevo distinguere l’una dall’altro. Alcuni ragazzi sedevano sui gradini del portico, con in mano delle bottiglie di birra. A pochi passi, accatastati, bicchieri di plastica con dentro le cannucce. Altri ragazzi, tutti sui vent’anni, erano in piedi e parlavano e ridevano in gruppi, un po’ davanti al bar, un po’ vicino a me, accanto alla fontana, un po’ davanti alle locandine del cinema. Era una sera come tante. Anche se faceva freddo, la gente non aveva voglia di restarsene a casa. E poi erano giovani, potevano permetterselo. Per un attimo pensai a Irene – era giovane anche lei – e a come faceva a essere così diversa. Scacciai l’immagine e mi cacciai la testa tra i palmi. Ero un vecchio intruso seduto su una brutta fontana in una piazza piena di vita.
Mentre stavo così, una mano mi si posò su una spalla e al tocco alzai la faccia per vedere chi fosse. Era Ascanio.
« Ehi » lo salutai.
« Non ci siamo mai beccati in giro. »
« No, già. »
« Dispiace se mi siedo? »
« Fa’ pure. »
Ascanio si accoccolò accanto a me e incrociò le braccia dietro la nuca. Fissava un punto davanti a sé, sotto il portico.
« Vedi laggiù? » disse e io fissai la punta del suo indice come se fosse molto interessante. « Quella è la mia ragazza. Cioè, non stiamo ancora insieme. Però usciamo. E pensavo di chiederglielo domani, che è il suo compleanno. »
« Quella mora con la gonna? »
« No, quella con la cresta! »
Un ragazza con una cresta rosa ravanello e una gonna strappata di jeans rideva con un bicchiere di plastica in mano. Rideva così forte che si sentiva da dove eravamo. A un certo punto rise troppo e un liquido fucsia le uscì dalle narici mentre si piegava in due sul busto. Se non altro, era una persona di spirito.
« È anche lei una… ema? » esitai.
« Emo. »
« Sì. Lo è? »
« No. »
« È una punk? »
« No, è lei e basta. Si chiama Jane. »
« Jane » ripetei.
« In realtà si chiama Gianna. Ma si incazza da morire se la chiami così. »
« Giustamente. »
« E quindi » Ascanio spostò lo sguardo su di me « che ci fai in giro? »
« Boh, passavo. »
« Sei andato a casa di Irene? »
« Abbiamo litigato. »
Un momento di pausa. Ascanio fissò pensoso la sua Jane, poi fissò me.
« Te la sei scopata? » domandò.
« No. »
« Ah, beh. Neanche io. Cioè, in realtà non l’ho mai fatto. »
« Tranquillo, » cercai di sorridere e, stranamente, venne quasi naturale « è più facile quando lo fai che quando ci pensi. »
Quel ragazzo mi metteva di buon umore. Non era depresso come Irene, ma non era neanche uno stupido. Era un ragazzetto sensato, per la sua età.
« Ci siamo portati da bere da casa. Vuoi qualcosa? »
« Meglio di no. »
« Ti ci vuole qualcosa. Vado a prenderlo. »
Aspettai che tornasse e intanto guardavo Jane. Pensai che non mi piacevano i capelli, non si potevano accarezzare. A pensarci, forse non era più tempo di carezze. La gente le faceva ancora, le carezze? L’ultima era stata il Natale scorso, da parte di mamma.
« E quest’anno cerchiamo di sistemarci, eh. »
Certo, mamma, ci sistemiamo in una bella bara.
Ascanio tornò con una bottiglia di vetro, con dentro un liquido trasparente.
« È sambuca. »
« Di che sa? »
« Liquirizia. È buona. »
Svitai il tappo e appoggiai le labbra.
« Giù giù. Una bella sorsata » disse Ascanio, con un sorriso da parte a parte.
Alzai la testa e bevvi un lungo sorso senza assaporare. Quando il sorso arrivò in fondo alla gola e poi ancora giù e poi allo stomaco, mi sentii tutto bruciare. Il sapore era forte, ma il bruciore di più, e così finivo per sentire solo un caldo e un pizzicore atroci. Ascanio rise mentre gli restituivo l’impiastro.
« Vedrai tra un minuto. »
Gradualmente il calore si acclimatò e cominciai ad avvertirlo di meno. Lo avvertivo di meno, ma non era scomparso: si era solo distribuito, e adesso era calda la pancia, era calda la fronte, erano caldi i piedi e i palmi e in mezzo alle gambe. La testa fece un’onda e disse, oh. Io dissi:
« Ancora. »
Ascanio mi tese la bottiglia e mi assestò una pacca al centro della schiena mentre tracannavo. La sambuca mi andò di traverso e tossii. Lui rise più forte. Dopo di quello ricordo che poggiai la bottiglia sull’asfalto e mi misi a guardarla: era tutta fuori fuoco. Oltre il vetro, che ballava e ballava, mi sembrava di vedere una fatina.

L’asfalto era molto caldo molto comodo. Era come quando nevicava e si faceva l’angelo in terra muovendo le braccia e le gambe a forma di ventaglio.
Il cielo era un po’ liquido e le luci delle stelle e le luci dei lampioni erano tutte la stessa luce o forse non c’erano che lampioni e le stelle non si vedevano. Anche la strada e la faccia di Ascanio sembravano sciogliersi dentro il contorno delle palpebre. Povero Ascanio, si sfilacciava per il caldo.
Se mi sforzavo sentivo il corpo scivolare nell’asfalto, sprofondare come un pietrone nell’acqua. C’era tanta schiuma. Era uno scivolare morbido come era morbida la guancia sul cuscino.
« Ti senti bene? »
Certo che mi sentivo bene. Mi sentivo davvero bene. Era roba da non rialzarsi più.
« Ti viene da vomitare? »
Che vomitare? Lo stomaco era così caldo e piacevole e gorgogliante ed era merito suo se stavo bene.
« Forse è meglio se ti alzi. »
Rialzarmi? Stronzate. Non c’erano un alto e un basso. Il mondo era tutto un indistinto rasoterra. E dalla mia posizione godevo del panorama migliore.
« Aiutatemi a tirarlo su. »
Qualcuno mi prese da dietro, per le spalle. Gridai che mi lasciassero, ma non volevano lasciarmi. Il mio orizzonte si disfaceva, la mia visuale si ingigantiva per colpa loro, né le stelle né i lampioni brillavano più. Adesso vedevo la superficie della strada, ma dall’alto. Non capivo se fosse diritta, perché non mi si fissava negli occhi. Continuava ad oscillare su e giù.
« È una barca » dissi.
« Certo » risposero.
La linea di mezzeria era frastagliata, i pezzetti si muovevano, il tratteggio si mordeva la coda come un cane.
« Ti porto a casa. »
« No, adesso no. »
Qualcuno mi reggeva dai due lati, i loro bracci incastrati sotto le ascelle. Ondeggiai a destra e ondeggiai a sinistra, tentando di coinvolgerli nell’onda. Loro non ridevano.
« Come sta messo. »
Come stavo messo. Avevo la testa così leggera.
Dall’angolo in alto a destra stava arrivando un treno, perché quando chiudevo gli occhi potevo vedere una lucina. Allungai le mani per acchiapparla, ma qualcuno mi diede una gomitata nelle costole. Quella mi fece la linguaccia e disse che non voleva venire con me.
« Lo portiamo al pronto soccorso? »
È pronto il soccorso? Il pronto è soccorso? Chi soccorre il soccorritore se il soccorso non è pronto? Mi stavano portando verso una bella ragazza con dei brutti capelli. Trascinando, più che altro. Mi sentivo svolazzare a un pelo da terra come un vestito appeso. La ragazza aveva una bella faccia e portava la gonna. Sotto, niente. Chissà se portava le mutandine.
« Ma che ha? »
« Mi sa che ho esagerato. »
« Ma sei cretino? »
« Per favore, aiutami, tienilo un attimo. »
Adesso ero addosso alla ragazza e la guardavo giù nello scollo della camicetta fin sotto l’ombelico. Quant’era carina. Volevo allungare una mano, ma quando ci provavo non riuscivo a trovarla, come se la avessero cucita da un’altra parte. Così potevo solo immaginare senza toccare. Guardare e non toccare. Chi rompe paga.
Mi  immaginai che le mettevo un dito nella pesca e spingevo e la pelle della pesca si contraeva tutta intorno al dito, bagnata. E la buccia non era grinzosa neanche un po’, era succosa. E io entravo fino a che non trovavo il nocciolo e lo prendevo in mano, poi lo spolpavo nella bocca fino a che non c’era più niente attaccato. Adesso lo potevo piantare e sarebbe nato un albero. E a primavera l’albero avrebbe dato le pesche come il ciliegio di casa dava le ciliegie. Anche le ciliegie sono succose, però sono piccole, un morso e ti tocca sputarle via subito. Da piccoli ci mettevamo sopra il tetto e sputavamo sulla gente che passava. Poi Raffa non era più venuta sul tetto perché era diventata grande. E fine della storia. Vissero felici e scontenti.
A poche braccia da me c’era un’altra ragazza seduta per terra. Parlava e piangeva dentro un telefono cellulare e altre ragazze cinguettavano e dicevano che se non lo lasciava era peggio. Chissà con chi parlava. Doveva essere il suo ragazzo. Oppure era un ragazzo che non se la filava. Non si deve insistere, quando uno non ti fila. Ti sbucci le ginocchia e basta, e questa buccia non è succosa manco un po’.
La ragazza sopra cui stavo aveva un sapore molto buono. Era un po’ sudata, ma il polso le sapeva di caramella. Volevo leccarglielo ma la lingua era legata sul palato, spessa e inturgidita.
Ascanio mi teneva sollevata una palpebra e ci guardava dentro come da uno spioncino. Gli feci, buh!
« Dobbiamo portarlo a casa. »
« Prendigli il telefono. »
« E? »
« Chiama il numero che compone più spesso. »
« Non so chi è. »
« Al massimo ti manda affanculo. Qui non può stare. »
Ascanio parlottava con un altro dentro il mio telefono e questo non era giusto neanche un po’. Uno, perché il telefono era mio. Due, perché Ascanio era amico mio. Tre, perché il telefono era mio. Quattro, perché non parlava con me e io mi offendevo.
Ma nessuno voleva parlare con me. Io ero stupido. Con me non ci parlava nessuno. Nessuno voleva dirmi niente. Come ti chiami. Come stai. Come ti ammazzi. Niente. Neanche una confessione piccola piccola. E non mi voleva la ragazza coi capelli brutti e non mi voleva manco Irene. Irene. Irene è una cosa secca che entra in una vasca da bagno, è una cosa tutta ossi e tutta capelli, che appena la tocchi o si rompe o cade. Irene è brutta e io non la voglio e lei non mi vuole e quindi possiamo anche fare pace e andare a cena e poi scopare e poi ammazzarci insieme buttandoci giù da un ponte. Io prima le do una botta in testa, così non sente che affoga, poveretta.
Ascanio chiude il telefono e mi fa distendere di nuovo per terra. Io fisso il cielo e ci ritrovo tutte le luci di prima.
« Adesso chiudi un attimo gli occhi. Stanno venendo a prenderti. »
Io chiusi gli occhi e vidi tante cose che non ricordo. C’era ancora il treno che veniva e poi frenava e ripartiva e non faceva ciuf, ma fischiava sempre.
« Sono arrivati. »
Già? Non li ho nemmeno sentiti arrivare. E ho già dormito così tanto?
Aprii gli occhi e cercai di mettere a fuoco, perché se era una persona che conoscevo dovevo essere educato.
« Quanto ha bevuto? » chiedeva la persona, che poi era una donna.
« Eh, un po’. Non lo so. Mi sa che è astemio. »
La donna si chinò su di me e il suo viso era bianco come quello di un angelo. Era Irene. No, era Greta. Io mi sollevai un attimo, poi mi piegai da una parte a vomitare. Le sue scarpe erano lucide, nere. Vidi una chiazza gialla che le copriva e si spandeva e mi colava dalla bocca. E c’erano chicchi di riso, ma soprattutto era gialla. Mi faceva così vomitare che non sapevo neanche se l’avevo vomitata io.
« Andiamo a casa » disse Greta.

Di Chiara Pagliochini

lunedì 2 gennaio 2012

L'agenzia dei suicidi. Cap.17


Egon Schiele, 1914

Il suicidio di Irene consisteva in questo, che prima dovevano drogarla di sonniferi e poi poggiarla nuda in una vasca traboccante d’acqua e lì lasciarla bella paciosa ad affogare. La dose di sonnifero non doveva essere eccessiva, altrimenti l’avrebbe uccisa prima dell’acqua, e Irene non voleva che il sonno l’avesse vinta sul soffocamento. Tutto questo avrebbe dovuto imitare due suicidi della sua galleria, che erano
« Pavese, quello che s’è ammazzato col sonnifero. »
e
« Virginia, quella che è annegata in un torrente. »
Facendo così, avrebbe riunito nella morte due dei suoi miti più cari, che si sarebbero incontrati e fusi in lei come in un ultimo abbraccio, e Irene doveva essere il veicolo di un messaggio di liberazione e di riappacificazione. Doveva simboleggiare il fatto
« che possiamo morire quando vogliamo. »
Doveva simboleggiare il fatto
« che non dobbiamo essere felici per forza. »
Doveva simboleggiare il fatto
« che la nostra è una ribellione, una presa di posizione, una testata nella pancia della vita. »
Irene tutto questo lo chiamava
« poesia. »
A me sembrava la più illustre cretinata mai concepita da mente umana.
Tutto questo Irene me lo disse quando arrivammo a casa, nel chiuso della sua stanza. Marika dormiva già della camera a fianco e in cima al pianerottolo avevo sentito il suo respiro così piatto e disteso. Adesso Irene era in piedi a braccia incrociate davanti alla sua bacheca e gli occhi erano i mirini più ciechi che mai avessi visto. Gli occhi di una persona che nessuno può più convincere a non sparare. Spara. Spara. Irene era una tiratrice scelta.
Io ero seduto sul bordo del letto, con la testa fra le mani. E Irene parlava con una voce aspra ma decisa, affilata dal terrore. Forse non saremmo arrivati a tanto, se non mi fossi stretto alle sue spalle avvinghiandola con tanta forza disperata. Non saremmo arrivati a tanto se non fossi entrato nell’ufficio di Iris e non mi fossi afferrato alla scrivania e poi non l’avessi buttata di lato, una forza che neanche sapevo di avere. E gli occhi di Iris, così diversi da quelli di Irene, così stretti, celesti, glaciali, mi avevano fissato come se non fosse successo niente, proprio come se fossi entrato e mi fossi messo seduto.
« La prego di uscire » aveva detto solo.
Irene mi aveva seguito, mi aveva preso per mano. Io l’avevo lasciata, cacciando qualcosa che era insieme un lamento e un urlo, forse un latrato, un guaito, di cane ferito a morte. Ma la vera cagna era lei. Tutto questo tempo e non dirmi che ogni cosa era già fissata. Tutto questo tempo e non dirmi che c’era una data e c’era un modo e persino una bella patinatura filosofica. Tutto questo tempo e venirlo a sapere da quella cagna di Cassandra. Un mondo di cagne, di divinità femmine cieche e crudeli, col cuore cogli artigli, queste insulse folli oscene corteggiatrici della morte. Come ero finito in un mondo del genere? Come mi ero così perduto? Perché mi ero tanto attaccato a qualcosa?
« Tu lo sai che non c’è modo di farmi cambiare idea. È stato sempre tutto chiaro. Io sono stata onesta con te. Perché sei rimasto? Lo sapevi che finiva così. »
Adesso che sapevo che sarebbe finita così, tutto sembrava estremamente logico e sensato. Non c’era logica, non c’era sensatezza nella vita, ma nella morte tutto era logico e sensato, perché quella non era una morte naturale. Quella era una morte programmata come una cerimonia nuziale. Ero lo sposalizio di Irene col suo dio privato. Un dio che la doveva vendicare di tutte le offese.
Solo che Irene non era mai stata offesa. Solo che Irene non era stata offesa perché la sua vita non era neanche cominciata. Vent’anni sette mesi ventisette giorni sono un niente rispetto ai giorni che ci restano. Una parte che, a essere onesti, non è neanche troppo da considerare, perché è come fare le prove per la vita vera. Ma Irene non aveva capito e non voleva aspettare. Il suo infantilismo stava soprattutto in questo, che voleva tutto subito oppure non lo voleva più.
« Per favore. È stupido vederti piangere. »
Adesso che sapevo che sarebbe finita, sapevo mettere insieme tutti i dettagli. E così, se la bacheca era chiara come mai era stata, anche le altre cose andavano ognuna al suo posto. Per esempio, quei barattoli di fiori secchi sopra la scrivania. Era da tempo che non ci facevo più caso. Ma adesso sapevo a che cosa servivano. Chiudendo gli occhi vedevo la superficie tremante di una vasca da bagno e dentro il corpo di Irene che non avevo visto mai. Chissà com’era il seno e come aveva i capezzoli. Chissà se in mezzo alle gambe era castana come di capelli. Oppure era tutta glabra, liscia e morbida come una pesca da spolpare. Poi vedevo una mano secca spargere sull’acqua una manciata di fiori secchi, i petali rosso scuro che cadevano in ghirigori e galleggiavano sul pelo dell’acqua. E allora sarebbe stata davvero Ofelia, solo con gli occhi chiusi, perché Irene dormiva. Irene dormiva nella sua tomba d’acqua da cui non si sarebbe più svegliata.
Era tutto così insopportabile che dovevo stringere forte i pugni e dondolare col busto per allentare la tensione. La tensione di ucciderla ora, in quel momento. La tensione di agguantarla e strapparle i vestiti e spiegarle una volta per tutte cosa si fa nudi e cosa no. Era tutto così orribile. Era lei a rendere tutto così orribile. Era lei, era vero, lei era una cosa così orribile.
« Ma perché Cassandra non si fa i cazzi suoi. Quella troia. »
Ogni tanto buttava là una frase, più per vincere il silenzio che perché pensava che l’ascoltassi. Io l’ascoltavo, ma non avevo niente da dire.
« Parlami. Per favore. »
Le avevo detto una frase simile, qualche settimana prima. Ma non mi importava di cosa era successo qualche settimana prima. Se solo ci pensavo un conato di vomito mi montava su dallo stomaco. Le avevo dato il potere di ridurmi così. Di decidere come mi dovevo sentire. Un gatto assuefatto ai suoi croccantini drogati. Si meravigliavano che mi sembrasse così pericoloso. E che mi piaceva stare da solo. Come si poteva voler stare con qualcuno, quando c’era tutto questo schifo ad aspettarti? Quando un momento di gioia era una macchia sulla coperta dell’orrore. Quando tu sei innamorato di lei e lei non solo non ti ama, ma per lei non sei niente, sei talmente un niente che può uccidere te con lei senza provare nessun rimorso. Di più, senza neanche porsi il problema. Tu non sei mai stato un problema. Tu eri uno che stava lì per caso, se c’eri o non c’eri era lo stesso, perché tanto lei non ti vedeva o, se ti vedeva, eri comunque insignificante. Lei sarebbe andata avanti come aveva deciso, perché, se era vero che qualcuno poteva farle cambiare idea, questo qualcuno non eri tu. Il qualcuno che lei voleva non eri tu. Tu non eri abbastanza ok. Anzi, forse l’avevi persino danneggiata, perché il tempo che avevi passato con lei, lei avrebbe potuto passarlo con qualcun altro. E forse non sarebbe finita nuda sotto trenta centimetri d’acqua. Sarebbe finita in un letto e nel giro di due ore si sarebbe completamente scordata che una volta aveva voluto ammazzarsi.
« Ecco perché non te l’ho detto. Cioè, se uno si iscrive a un corso del genere sa che ci trova della gente del genere. E non ho mai capito perché tu eri così fuori posto. Prima non lo avevo capito così bene, ma piano piano sì. Tu non sei come me e forse non hai neanche mai voluto esserci. »
Irene simulava una certa calma composta, ma i suoi passi avanti e indietro la tradivano. E se non era paura quella che li muoveva, almeno era sconcerto per la mia reazione. Mi chiesi se aveva previsto che sarebbe stata così.
« È come se tu ci fossi finito… per caso. Forse… no. Certo che no. »
Non sopportavo di sentirla parlare. Avrebbe potuto parlare, se avesse detto cose giuste. Ma così non faceva che accrescere la mia rabbia di momento in momento.
« Ti ho chiesto di smetterla di piangere. Sei un uomo adulto. Non sei un bambino. »
Non ci vidi più. Mi alzai. Velocemente, ma senza produrre alcun suono. Mi avvicinai e lei si ritrasse contro la parete dove era appesa la bacheca. Urtò con la nuca il bordo di legno e si fermò. La sua testa schiacciava il disegno di Ofelia. Sperai che lo strappasse.
Mi ero avvicinato molto lentamente e mi ero fermato giusto a un passo. Non volevo intimorirla o picchiarla. O forse sì. Volevo intimidirla o picchiarla o forse entrambi, ma non l’avrei fatto. Non era da me, non sono uno che picchia le donne. Al massimo ne vengo picchiato. La vedevo che tratteneva il respiro, con le narici tutte dilatate. Era brutta, rossa sugli zigomi e con gli occhi trasparenti come perle. Lucidi come la superficie delle perle, come velati da uno strato di sudore.
A questa distanza o ci si bacia o ci si sputa e io, nel cercare una strada alternativa, mi limitavo a ricambiare il suo sguardo spaventato. Non volevo baciarla, mi disgustava. Non volevo sputarle, mi disgustavo. Così feci una cosa che nel mondo normale avrebbe fatto scoppiare una donna in lacrime e che nel mondo di Irene era quasi un complimento.
« Per me puoi anche crepare » dissi, tutto qui.
Lei sbottò in un singhiozzo di gola, tutto qui. Io mi voltai e misi una porta, una scala, una porta, una strada tra lei e me.

Di Chiara Pagliochini